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NIS2, la sicurezza passa dalle persone: perché il fattore umano sarà decisivo dal 31 ottobre



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Dall’ingresso nella fase operativa della NIS2, per molte organizzazioni europee inizia il passaggio più delicato: trasformare gli obblighi normativi in processi concreti, misurabili e sostenibili. Ecco il ruolo del fattore umano

Pubblicato il 6 ago 2026

Maurizio Zacchi

VP Academy at LibraCyber



Compliance normativa NIS2; NIS2, la sicurezza passa dalle persone: perché il fattore umano sarà decisivo dal 31 ottobre
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Dal 31 ottobre la NIS2 entra nella sua fase operativa e per molte organizzazioni europee inizia il passaggio più delicato: trasformare gli obblighi normativi in processi concreti, misurabili e sostenibili.

Le aziende coinvolte dovranno formare il personale, segnalare gli incidenti informatici, dotarsi di piani di gestione e mitigazione del rischio e mantenere un registro aggiornato dei fornitori digitali. Adempimenti che richiedono metodo, investimenti e una governance chiara.

Ridurli a una questione tecnica o documentale, però, sarebbe un errore. La vera sfida della NIS2, infatti, riguarda i comportamenti quotidiani delle persone.

NIS2: il fattore umano, un punto fra i più esposti della catena di sicurezza

Anche nelle organizzazioni più mature, il fattore umano resta uno dei punti più esposti della catena di sicurezza.

Un clic su un link malevolo, una password riutilizzata, una richiesta urgente ricevuta via email, una condivisione impropria di informazioni: situazioni apparentemente banali che possono vanificare investimenti tecnologici significativi.

Questo non significa attribuire la responsabilità degli incidenti ai singoli dipendenti. Significa riconoscere che le persone devono essere messe nelle condizioni di agire in modo sicuro.

La sicurezza dipende dalla capacità dell’organizzazione di costruire contesti in cui il comportamento corretto sia quello più semplice e naturale: nei processi, nei ruoli, nella comunicazione interna, nella capacità del management di dare l’esempio.

Superare l’approccio episodico alla formazione

Il primo nodo da sciogliere riguarda il modello formativo. Molte aziende continuano a trattare la formazione cyber come un’attività occasionale: un modulo online, qualche slide, un test finale.

Questo approccio è strutturalmente insufficiente, perché il rischio informatico evolve in continuazione.

Le tecniche di phishing sono sempre più credibili, gli attacchi di social engineering sfruttano contesti reali e urgenze operative.

L’uso crescente dell’intelligenza artificiale da parte degli attaccanti consente inoltre di costruire messaggi personalizzati, linguisticamente corretti e difficili da distinguere da comunicazioni legittime.

Serve un modello continuo, non occasionale. La formazione deve essere ricorrente, breve, contestuale e differenziata per ruolo.

Chi lavora in amministrazione, gestisce fornitori, opera nel customer care, chi ha privilegi amministrativi o siede nel board, affronta rischi diversi.

Un programma efficace parte da questa differenza: ciascuno deve conoscere i rischi rilevanti per le proprie attività, non ricevere lo stesso contenuto generico.

Misurare i comportamenti, non i certificati

Un secondo elemento riguarda la misurazione. Sapere quante persone hanno completato un corso dice poco sull’efficacia reale della formazione.

Occorre capire se i comportamenti cambiano. Le simulazioni di phishing, per esempio, sono utili non come strumento punitivo, ma come indicatore della maturità organizzativa.

Se molti utenti reagiscono allo stesso modo a una simulazione, il problema non è il singolo dipendente: è il sistema di formazione che non ha funzionato, oppure un processo aziendale che rende credibile quel tipo di richiesta.

La misurazione deve servire a migliorare, non a colpevolizzare.

Costruire una cultura della segnalazione

La NIS2 attribuisce grande importanza alla gestione e alla notifica degli incidenti, ma la tempestività della risposta dipende spesso dal primo segnale ricevuto dall’organizzazione.

Un dipendente che teme conseguenze disciplinari potrebbe non segnalare subito un errore.

Infatti, un collaboratore che non sa a chi rivolgersi potrebbe perdere ore preziose. Un team che interpreta un’anomalia come un problema minore potrebbe sottovalutare un attacco in corso.

La sicurezza migliora quando le persone si sentono parte della difesa. Costruire canali di segnalazione semplici, conosciuti e non punitivi è quindi una priorità organizzativa, non solo tecnica. Una cultura cyber efficace non elimina l’errore umano, ma lo intercetta prima che produca danni estesi.

La supply chain come superficie di attacco

L’obbligo di tenere un registro dei fornitori digitali non va interpretato come un semplice inventario.

I fornitori sono parte integrante della superficie di attacco dell’azienda. Chi seleziona un fornitore deve sapere quali requisiti di sicurezza valutare; chi gestisce un contratto deve comprendere le responsabilità in caso di incidente; infine, chi autorizza accessi a terze parti deve applicare criteri coerenti con il livello di rischio.

La gestione dei fornitori digitali è governance del rischio, non procurement.

Il ruolo del management

La NIS2 rafforza il principio secondo cui la sicurezza informatica è una responsabilità aziendale, non una questione tecnica delegabile.

I vertici devono comprendere i rischi, approvare investimenti adeguati e sostenere i programmi di formazione con comportamenti coerenti.

Se la sicurezza viene percepita come un ostacolo alla produttività, sarà aggirata. Integrata nei processi decisionali, diventa invece un fattore di resilienza.

In questo scenario la tecnologia resta fondamentale, ma da sola non basta. Strumenti di monitoraggio, autenticazione multifattore, gestione delle identità e soluzioni di rilevamento avanzato sono indispensabili.

La loro efficacia, però, dipende anche dal modo in cui vengono adottati, spiegati e utilizzati.

Una misura di sicurezza percepita come incomprensibile genera scorciatoie. Una misura accompagnata da formazione chiara e processi ben disegnati aumenta la protezione complessiva.

L’intelligenza artificiale può offrire un contributo rilevante anche sul fronte della gestione del fattore umano:

  • personalizzare i percorsi formativi,
  • individuare aree di maggiore esposizione,
  • analizzare pattern comportamentali anomali;
  • e rendere più tempestiva la risposta agli incidenti.

È un ambito su cui in Libracyber stiamo lavorando con attenzione, convinti che l’AI, applicata alla formazione e alla prevenzione, possa cambiare concretamente la maturità cyber delle organizzazioni – a patto di farlo con un approccio trasparente e orientato alla privacy.

Dal 31 ottobre: compliance o cultura

La compliance alla NIS2 non si riduce a una lista di attività da completare entro una scadenza. Dal 31 ottobre le aziende dovranno dimostrare di saper gestire il rischio in modo continuativo.

Questo richiede documenti, processi e tecnologie, ma soprattutto persone preparate, responsabilizzate e coinvolte.

La cyber security più efficace progetta sistemi, procedure e percorsi formativi sapendo che l’errore può accadere.

La differenza sta nella capacità di prevenirlo, riconoscerlo rapidamente e limitarne l’impatto.

Chi interpreterà la NIS2 come un semplice obbligo normativo rincorrerà la compliance, senza rafforzare davvero la propria sicurezza.

Chi la userà come occasione per costruire una cultura della sicurezza più concreta e misurabile sarà più preparato ad affrontare minacce sempre più evolute.

La fase operativa della NIS2 segna un cambio di passo: la sicurezza informatica deve diventare una competenza organizzativa diffusa. E come ogni competenza, va allenata nel tempo.

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