una prospettiva strategica

Governance by design, per evitare la trappola del “partiamo e poi vediamo”



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Il problema di molte organizzazioni consiste nel modo in cui si prendono le decisioni. C’è una tendenza quasi istintiva a passare all’azione prima di aver compreso a fondo rischi, vincoli e conseguenze. Ecco perché la Governance by Design eleva la progettazione preventiva da adempimento burocratico a forma evoluta di governo delle aziende

Pubblicato il 5 giu 2026

Giuseppe Alverone

Consulente e formatore Privacy e Cybersecurity. DPO certificato UNI CEI EN 17740:2024



Audit del DPO nei confronti e a beneficio del CISO: trasparenza, controllo e governance del rischio; Governance by design: una filosofia decisionale per evitare la trappola del “partiamo e poi vediamo”
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Alcune organizzazioni investono ingenti capitali in tecnologie, consulenze e programmi di trasformazione, per poi trovarsi a sprecare tempo ed energie, al fine di correggere errori che avrebbero potuto evitare ponendosi la domanda giusta al momento giusto: siamo proprio sicuri di poterlo fare.

Il problema può derivare proprio dal modo in cui vengono prese le decisioni.
Esiste, infatti, una tendenza quasi istintiva a passare all’azione prima di aver compreso a fondo rischi, vincoli e conseguenze: è la cultura del “partiamo e poi vediamo”.

Questo è il primo capitolo che inaugura una pentalogia dedicata alla Governance by Design: una prospettiva strategica che eleva la progettazione preventiva da mero adempimento burocratico a forma evoluta di governo delle organizzazioni.

La domanda giusta al momento sbagliato: siamo sicuri di poterlo fare

Immaginiamo di entrare in una sala riunioni, un martedì mattina qualunque. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni: i volti sono rilassati, i sorrisi sono diffusi.
Sullo schermo scorrono le ultime slide di un progetto che tutti, fino a quel momento, considerano un successo straordinario.

Le settimane, passate a confrontarsi con i fornitori, hanno finalmente portato alla scelta della piattaforma ideale, il budget è stato approvato senza esitazioni e i contratti sono già firmati.

I tecnici hanno persino completato l’installazione a tempo di record e i primi reparti hanno iniziato a utilizzare il sistema.

L’intera organizzazione sta già guardando avanti, fiera di aver compiuto un passo decisivo verso l’innovazione.

Ma, d’un tratto, qualcuno si schiarisce la voce e pone una domanda.

È una domanda semplice e quasi ingenua nella sua linearità: “Ma siamo davvero sicuri di poter utilizzare questa piattaforma, in questo modo?”.

In quel preciso istante, la stanza cala nel silenzio e il tono dell’incontro cambia completamente.

Nessuno dei presenti ha una risposta pronta.

È bastato infatti quel singolo interrogativo per portare alla luce una realtà che nessuno aveva previsto: si scopre che il sistema trasferisce dati al di fuori dell’Unione Europea, emergono lacune contrattuali profonde e mancano le autorizzazioni interne necessarie.

Nel giro di poche ore, l’entusiasmo si trasforma in gestione della crisi.

Quando si decide prima di aver valutato le conseguenze

Quindi, diventa indispensabile coinvolgere d’urgenza l’ufficio legale, i responsabili della funzione Data Protection e la compliance, bloccando tutto.

Così, nel giro di pochi giorni, un progetto che appariva ormai concluso viene bruscamente risucchiato al punto di partenza.

La reazione più comune, in scenari del genere, è quella di incolpare lo strumento. Ma la verità è che la tecnologia non ha creato alcun problema.

L’ostacolo era già lì, radicato nel momento in cui si è scelto di non porre quella domanda durante la fase di pianificazione.

Questa scena può accadere realmente in svariate organizzazioni.

Può cambiare il settore, può variare il nome del software o l’entità dell’investimento, ma il copione di fondo resta drammaticamente lo stesso: si decide prima di aver riflettuto e si agisce prima di aver analizzato le conseguenze.

È come costruire un edificio prima ancora di aver verificato se le fondamenta siano in grado di reggerlo.

Prevenire costa zero, rimediare impatta sui margini

La letteratura sul cambiamento organizzativo analizza da tempo il mito della velocità come unico indicatore di efficienza.

Se l’imperativo aziendale si focalizza solo sui tempi di rilascio, la rapidità
perde la sua valenza positiva in assenza di una direzione validata. L’errore metodologico consiste nel considerare il tempo dedicato alla progettazione e alla valutazione dei rischi come un fattore di rallentamento.

L’esperienza mostra che le organizzazioni che dedicano risorse a un’accurata fase istruttoria registrano tempi di esecuzione più rapidi, lineari e privi di interruzioni.

Al contrario, l’omissione dell’analisi preventiva può tradursi in un prolungamento dei tempi di stabilizzazione del progetto, a causa delle continue attività di rimedio necessarie per correggere anomalie che un confronto preliminare avrebbe evidenziato in poche ore.

Quindi, l’analisi preventiva non appare come un freno, ma come il più potente acceleratore di business a disposizione di un manager.

Lo standard ISO 9001

La prova regina di questa filosofia è scritta nellaISO 9001:2015, la norma tecnica sui sistemi di gestione per la qualità.

Questo standard impone un metodo rigoroso basato sul celebre ciclo di Deming: PDCA (Plan-Do- Check-Act), dove la “P” di pianificazione governa tutta l’attività aziendale.

La regola d’oro della ISO 9001 prevede che ogni attività aziendale è una catena di processi che va mappata e studiata prima di essere attivata.

Peraltro, identificare un rischio o un difetto su un diagramma di flusso costa zero, mentre correggerlo quando il prodotto è già in catena di montaggio, o peggio ancora nelle mani del cliente, può impattare sui margini di un intero trimestre e rovinare la reputazione organizzativa.

La morale per chi fa impresa è chiara: correre senza una rotta significa solo “andare a sbattere” più velocemente.

Il tempo investito a tavolino per analizzare rischi, costi e opportunità non è tempo tolto alla produzione. Ma è l’unico investimento capace di garantire un’esecuzione rapida, fluida e senza intoppi.

Nel business moderno, non vince chi parte prima, ma chi arriva al traguardo senza dover mai tornare indietro a riparare i propri errori.

La maturità organizzativa come filosofia

Le organizzazioni mature non si riconoscono dall’assenza totale di problemi, perché nessuna azienda, per quanto strutturata, possiede la bacchetta magica per azzerare l’incertezza, prevedere il futuro o controllare ogni singola variabile del mercato.

La vera differenza sta nella capacità di costruire processi interni pensati appositamente per porre le domande giuste, prima che le risposte diventino drammaticamente urgenti.

Per queste realtà produttive, la governance non è un freno a mano tirato che rallenta il business. Ma l’intelaiatura che lo rende sostenibile nel tempo. In quest’ottica, la governance viene finalmente riconosciuta come la forma più evoluta di intelligenza organizzativa.

Governance by Design: una filosofia decisionale

Da questa profonda svolta culturale prende vita la Governance by Design.

Non si tratta dell’ennesima metodologia di moda, di una nuova certificazione da appendere al muro o di un protocollo rigido da seguire ciecamente, ma di una vera e propria filosofia decisionale, un modo radicalmente diverso di concepire e governare il legame indissolubile che unisce l’azione alla responsabilità.

Evitare la trappola del “partiamo e poi vediamo” con la Governance by Design

Talvolta le crisi aziendali possono generarsi nel momento in cui i leader scelgono di agire senza avere prima tracciato il percorso decisionale necessario a valutare i rischi, i vincoli e le reali conseguenze delle proprie scelte.

Per molti anni il dibattito sulla compliance e sul governo d’impresa è rimasto prigioniero di una logica formale, focalizzata sulla produzione di faldoni di documenti, organigrammi e procedure sterili.

La vera sfida, tuttavia, si gioca molto più a monte e riguarda la capacità e il coraggio di scardinare la vecchia cultura del “poi vediamo”, sostituendola stabilmente con quella del “prima comprendiamo”.

Compiendo questo passo, diventa possibile progettare le condizioni strutturali del successo, senza inseguire e pagare i danni provocati dai nostri stessi errori.

Nel prossimo capitolo di questa nuova pentalogia, analizzeremo l’impatto più concreto e insidioso di questo modello mentale difettoso: il “debito organizzativo“.

Vedremo come le scelte affrettate si trasformino in passività latenti e come le moderne normative – dal GDPR, alla NIS 2, all’AI Act – offrano oggi la struttura metodologica per disinnescare questa crisi silenziosa, prima che sia troppo tardi.

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