La libertà di accesso a Internet in Russia è oggetto di una pressione crescente e sistematica da parte delle autorità, che negli ultimi anni hanno investito ingenti risorse economiche nella costruzione di un’infrastruttura di censura tra le più sofisticate al mondo.
Il quadro che emerge è quello di una dinamica continua tra restrizione e aggiramento, in cui da un lato lo Stato affina i propri strumenti di controllo e dall’altro milioni di cittadini cercano soluzioni tecniche alternative per accedere a contenuti bloccati.
Comprendere le modalità operative di questo sistema è fondamentale per chiunque si occupi di sicurezza digitale, politiche della rete e diritti civili nell’era dell’informazione.
Indice degli argomenti
L’infrastruttura censoria russa
Il cuore dell’infrastruttura censoria russa è il cosiddetto deep packet inspection, una tecnica di analisi del traffico di rete che consente di esaminare i dati in transito e di interrompere selettivamente le connessioni verso risorse considerate non ammissibili.
Ogni provider di servizi Internet operante sul territorio russo è tenuto per legge a installare appositi apparati hardware, gestiti da Roskomnadzor, l’ente federale per la supervisione delle telecomunicazioni.
La Russia prevede di estendere questo monitoraggio fino al cento per cento del traffico nazionale, un obiettivo che rappresenta un salto qualitativo significativo rispetto alle capacità attuali.
Internet in Russia, fra restrizioni e aggiramenti: cos’è il throttling
Parallelamente al filtraggio puntuale, le autorità hanno perfezionato la tecnica del throttling, ossia il rallentamento intenzionale delle connessioni verso determinati servizi, portato a un livello tale da rendere praticamente inutilizzabili le piattaforme prese di mira.
Questa strategia è stata applicata in modo massiccio a YouTube a partire dal 2024: il degrado della qualità del servizio è stato tale da indurre le autorità russe a sostenere pubblicamente che il problema fosse imputabile a una mancata manutenzione dell’infrastruttura locale da parte di Google, affermazione che la società statunitense ha smentito.
Il throttling si distingue dal blocco diretto perché non produce un errore esplicito di connessione, rendendo più difficile per l’utente medio comprendere la natura del problema e più agevole per le autorità negare qualsiasi responsabilità.
Il caso Cloudflare
Un caso emblematico riguarda Cloudflare, azienda statunitense che fornisce servizi di sicurezza e ottimizzazione a una quota compresa tra il venti e il trenta per cento dei siti web a livello globale.
Nel 2023, Cloudflare ha adottato un protocollo volto a limitare la possibilità per i gestori di rete di monitorare l’attività degli utenti.
La risposta russa è stata immediata: le autorità hanno avviato il throttling di numerosi siti che fanno uso di tale servizio, con la conseguenza che spesso vengono caricati solo i primi sedici kilobyte di una pagina, rendendola di fatto inaccessibile.
Secondo Arturo Filastò, fondatore dell’Open Observatory of Network Interference, organizzazione che monitora la censura in rete a livello mondiale, questo tipo di risposta dimostra che la Russia si colloca oggi all’avanguardia nello sviluppo di tecniche di controllo del traffico Internet, anche rispetto agli standard tecnici attualmente in fase di definizione a livello internazionale.
La copertura giuridica all’infrastruttura russa e il sistema nazionale di DNS
Sul piano normativo, la legislazione russa è stata progressivamente adeguata per dare copertura giuridica a queste pratiche.
Una legge recente attribuisce alle autorità la facoltà di interrompere l’accesso alla rete mobile su tutto il territorio nazionale senza dover fornire alcuna giustificazione.
Esistono inoltre sistemi di liste bianche, compilate dal Ministero della Trasformazione Digitale e dagli operatori mobili, che identificano le risorse accessibili anche in caso di interruzione del servizio.
Un’analisi condotta dal New York Times su tali elenchi ha rilevato che circa la metà dei cinquanta siti più visitati in Russia, secondo i dati di Similarweb, non figura nelle liste e risulterebbe quindi bloccata in caso di shutdown, inclusi i principali servizi di origine straniera.
Accanto a ciò, si sta lavorando alla creazione di un sistema nazionale di Domain Name System per facilitare il blocco dei siti, nonché di una banca dati dei codici IMEI, gli identificativi univoci dei dispositivi mobili, che potrebbe consentire in futuro di bloccare la connettività di singoli utenti indipendentemente dalla SIM utilizzata.
I cittadini russi come i cinesi: Vpn per accedere a Internet
Di fronte a queste misure, la risposta della popolazione è stata massiccia. Decine di milioni di russi hanno installato VPN per aggirare i blocchi, e secondo Sarkis Darbinyan, fondatore dell’organizzazione per i diritti digitali RKS Global, entro la fine del 2026 circa la metà degli utenti Internet russi farà ricorso a tali strumenti, avvicinando la Russia alla situazione iraniana in termini di diffusione dell’elusione della censura.
Le autorità hanno risposto con misure specifiche: Roskomnadzor ha limitato l’accesso a 469 servizi VPN, ha bloccato oltre dodicimila seicento risorse online che spiegano come utilizzarli, ha vietato la pubblicità di tali strumenti e ha contribuito alla rimozione di decine di applicazioni VPN dall’App Store di Apple.
Per il 2026 è previsto uno stanziamento di venticinque milioni di dollari per sviluppare tecnologie basate sull’intelligenza artificiale in grado di riconoscere e bloccare il traffico instradato attraverso VPN, da integrare direttamente nell’hardware già installato presso i provider.
VLESS e DeltaChat: come eludono i blocchi delle VPN
Sul fronte tecnico, si registra una crescente attenzione verso soluzioni più sofisticate.
Nella sola seconda settimana di febbraio 2026, il termine VLESS, un protocollo di comunicazione progettato per eludere i blocchi delle VPN tradizionali, ha generato oltre cinquantacinquemila ricerche sul motore di ricerca russo Yandex, uno dei valori più alti registrati dall’introduzione del protocollo nel 2020.
Parallelamente, si segnala un aumento delle ricerche relative a sistemi di mesh network prodotti da aziende cinesi: si tratta di reti decentralizzate di dispositivi che comunicano direttamente tra loro, potenzialmente in grado di operare anche in condizioni di blocco della rete tradizionale.
Tra gli utenti più avanzati vi è chi auspica che Pavel Durov, fondatore di Telegram, possa integrare nell’applicazione funzionalità basate su questi principi: con centinaia di milioni di utenti, un protocollo mesh nativo su Telegram potrebbe teoricamente offrire un’alternativa robusta alle restrizioni.
Un’altra applicazione che potrebbe guadagnare terreno è DeltaChat, che si distingue per basarsi sull’infrastruttura di posta elettronica esistente.
La seolezione degli utenti Internet in Russia
Gli esperti del settore sottolineano che, nel medio e lungo periodo, la persistenza degli ostacoli tecnici potrebbe produrre un effetto selettivo. Solo gli utenti più motivati e tecnicamente preparati continueranno ad aggirare attivamente la censura.
Invece, una parte crescente della popolazione tenderà a ripiegare sulle applicazioni e sui servizi di origine russa, più semplici da usare e non soggetti a rallentamenti o blocchi.
Come osserva Ksenia Ermoshina, ricercatrice specializzata nella censura digitale russa, nei momenti di necessità le persone privilegiano ciò che funziona, senza dedicare risorse cognitive alla valutazione della sicurezza o della provenienza dei servizi utilizzati.
È in questo meccanismo che risiede forse il rischio più profondo per la libertà di informazione: non tanto nel blocco tecnico, quanto nella normalizzazione di un ecosistema digitale alternativo, chiuso e controllato, che finisce per essere percepito come l’unica opzione praticabile.














