le soluzioni

Oltre la crittografia: proteggere i dati dall’archiviazione all’elaborazione


Indirizzo copiato

La crittografia dei dati è una componente essenziale quando sono archiviati, trasferiti ed elaborati. Dalla gestione delle chiavi alla sicurezza delle connessioni, fino al confidential computing: come progettare una protezione completa delle informazioni aziendali con le soluzioni di TIM Enterprise

Pubblicato il 30 ott 2026

Paolo Tarsitano

Editor Cybersecurity360.it



AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti
Crittografia dei dati




La crittografia dei dati è una componente essenziale della sicurezza informatica, ma la sua efficacia dipende da come viene applicata lungo l’intero ciclo di vita delle informazioni. Cifrare un database o un sistema di storage, per esempio, non garantisce che gli stessi dati siano adeguatamente protetti quando vengono trasferiti verso un’altra infrastruttura o utilizzati da un’applicazione.

Per le aziende che adottano servizi cloud e architetture distribuite, è quindi necessario considerare tre condizioni: dati archiviati (at rest), in transito (in transit) e in elaborazione (in use). Ciascuna richiede misure specifiche, da integrare in una strategia di sicurezza coerente.

L’attenzione a questi aspetti è anche una questione di conformità normativa. Il GDPR, all’articolo 32, individua la cifratura tra le possibili misure tecniche per proteggere i dati personali. La direttiva NIS2, recepita in Italia con il D.lgs. 138/2024, richiama espressamente le politiche e le procedure relative all’utilizzo della crittografia. Nel settore finanziario, inoltre, DORA rafforza i requisiti di gestione del rischio ICT.

Dati “at rest”, “in transit” e “in use”: perché richiedono protezioni differenti

Le informazioni aziendali attraversano sistemi e infrastrutture differenti. Possono essere conservate in un database, trasferite tra due data center oppure elaborate da un’applicazione ospitata nel cloud.

Queste operazioni espongono i dati a rischi diversi.

I dati “at rest” comprendono le informazioni memorizzate su dischi, database, sistemi di storage, backup e archivi. Le principali minacce riguardano gli accessi non autorizzati, il furto dei supporti e le configurazioni errate che possono rendere accessibili informazioni riservate.

I dati “in transit” sono quelli trasferiti attraverso una rete. In questo caso occorre prevenire intercettazioni, alterazioni del traffico e accessi non autorizzati alle comunicazioni tra sistemi.

I dati “in use”, infine, sono quelli utilizzati durante l’esecuzione di un’applicazione. Nelle architetture tradizionali, le informazioni devono essere disponibili in chiaro all’interno dell’ambiente di elaborazione, introducendo rischi che la cifratura dello storage e delle comunicazioni non è sufficiente a mitigare.

Dalla classificazione dei dati alla scelta delle misure di sicurezza

Prima di individuare le tecnologie da adottare, è opportuno ricostruire il percorso delle informazioni più sensibili.

Per ogni insieme di dati, l’organizzazione dovrebbe conoscere dove viene conservato, quali applicazioni lo utilizzano, attraverso quali connessioni viene trasferito e chi dispone delle autorizzazioni necessarie per accedervi.

Questa analisi permette di scegliere controlli proporzionati al rischio, evitando sia ‘lacune’ nella protezione sia investimenti in tecnologie non necessarie.

Proteggere i dati “at rest”: cifratura, infrastruttura e Data Protection

La protezione dei dati archiviati è generalmente garantita attraverso algoritmi di cifratura simmetrica, come l’Advanced Encryption Standard (AES), che rendono le informazioni illeggibili a chi non dispone della chiave necessaria per decifrarle. Questi sistemi di protezione possono essere applicati a diversi livelli, dai dischi e sistemi di archiviazione fino ai database e alle singole applicazioni

La scelta del livello di cifratura dipende dalle caratteristiche dei sistemi e dalle minacce che si intendono contrastare.

La cifratura del disco o del volume protegge soprattutto i dati quando il supporto non è in uso, ma non impedisce a un utente autorizzato, o a un eventuale attaccante che ne abbia compromesso le credenziali, di accedere alle informazioni attraverso il sistema operativo.

La cifratura a livello di database o storage consente una gestione più integrata con l’infrastruttura. Quella applicativa, invece, permette di cifrare specifiche informazioni prima che raggiungano il sistema di archiviazione, limitandone l’esposizione anche rispetto ad alcuni componenti della piattaforma.

Il ruolo dell’infrastruttura cloud e dei backup

La protezione non riguarda soltanto l’ambiente di produzione. Anche snapshot, repliche, backup e ambienti di test possono contenere informazioni riservate e devono essere inclusi nelle politiche di sicurezza.

In questo ambito si inseriscono soluzioni come TIM Cloud Open e TIM Cloud Flex. La prima mette a disposizione risorse computazionali, storage e servizi opzionali su infrastrutture cloud ospitate nei Data Center italiani di TIM Enterprise. La seconda offre un catalogo modulare di servizi cloud, integrabile con funzionalità di storage e Data Protection, per rispondere alle diverse esigenze infrastrutturali delle aziende.

La localizzazione nazionale dei dati può facilitare il rispetto di determinati requisiti di residenza e la governance delle infrastrutture. Deve però essere accompagnata da verifiche sulle modalità di amministrazione, sulle copie dei dati e sui soggetti che possono accedervi.

Dal punto di vista operativo, una strategia di data protection dovrebbe prevedere backup cifrati, copie isolate o immutabili quando appropriate e verifiche periodiche delle procedure di ripristino.

È importante anche evitare che le chiavi utilizzate per proteggere i backup siano accessibili attraverso le stesse credenziali compromettibili nell’ambiente di produzione.

La gestione delle chiavi crittografiche: mantenere il controllo della cifratura

L’efficacia della cifratura dipende anche dalla protezione delle chiavi crittografiche.

Una chiave compromessa può consentire la decifratura delle informazioni, indipendentemente dalla robustezza dell’algoritmo utilizzato. Per questo motivo, la gestione delle chiavi deve essere considerata parte integrante dell’architettura di sicurezza.

Nei sistemi cloud vengono comunemente utilizzati servizi di Key Management System (KMS) e moduli Hardware Security Module (HSM), che consentono di proteggere le chiavi e governarne l’utilizzo.

Un approccio diffuso è quello dell’envelope encryption: i dati vengono cifrati mediante apposite Data Encryption Key (DEK), a loro volta protette da Key Encryption Key (KEK). Questa separazione facilita la gestione delle chiavi e, in determinate condizioni, permette di ruotare le chiavi principali senza dover ricifrare tutti i dati.

External Key Management e controllo degli accessi

La gestione esterna delle chiavi, o External Key Management (EKM), consente di separare il sistema che conserva i dati da quello che governa le chiavi crittografiche.

È un modello particolarmente interessante per le organizzazioni che utilizzano servizi cloud di terze parti e intendono mantenere un maggiore controllo sulle operazioni crittografiche.

In questo ambito si inserisce TIM Digital Sovereignty – EKM, la soluzione di TIM Enterprise che consente di utilizzare chiavi di cifratura generate in un ambiente privato esterno al cloud provider. Questo approccio permette alle organizzazioni di mantenere un maggiore controllo sulla gestione delle chiavi crittografiche, contribuendo alla protezione dei dati e al rafforzamento della sovranità digitale anche negli ambienti cloud di terze parti.

Il controllo effettivo dipende comunque dall’architettura adottata: occorre verificare dove risiedono le chiavi, quali operazioni possono essere eseguite dal provider, chi può autorizzarle e quali effetti produce un’eventuale revoca.

La distinzione è importante anche rispetto alla sovranità digitale. Conservare i dati in un data center europeo non significa necessariamente che tutti i soggetti in grado di decifrarli siano sottoposti alla stessa giurisdizione.

Le verifiche necessarie nella gestione delle chiavi

Nella valutazione di una soluzione EKM, le aziende dovrebbero prestare attenzione ad alcuni aspetti:

  • Ciclo di vita delle chiavi: generazione, conservazione, rotazione, revoca e distruzione devono seguire procedure documentate.
  • Separazione dei privilegi: gli amministratori dell’infrastruttura non dovrebbero disporre automaticamente dei permessi per utilizzare o gestire le chiavi.
  • Tracciabilità: le operazioni crittografiche e gli accessi devono essere registrati e sottoposti a monitoraggio.
  • Disponibilità: l’indisponibilità del sistema di gestione delle chiavi può impedire l’accesso ai dati e compromettere la continuità dei servizi.
  • Capacità di evoluzione: l’architettura dovrebbe permettere l’aggiornamento degli algoritmi e delle politiche crittografiche senza interventi eccessivamente complessi.

In particolare, la revoca delle chiavi deve essere verificata attraverso test specifici. Non è infatti sufficiente impedire nuove operazioni di decifratura se copie delle informazioni o delle chiavi sono già disponibili altrove.

Proteggere i dati “in transit”: la connettività come parte della sicurezza

La diffusione di architetture ibride e multicloud ha aumentato il numero di connessioni attraverso cui transitano le informazioni aziendali.

I dati vengono trasferiti tra sedi, applicazioni, data center e piattaforme cloud differenti. La sicurezza di questi collegamenti deve quindi essere valutata insieme a quella degli ambienti di origine e destinazione.

Una possibilità consiste nell’utilizzare connessioni private e dedicate, riducendo l’esposizione del traffico a Internet pubblica.

Soluzioni come TIM Cloud Interconnect rispondono a questa esigenza, consentendo di collegare direttamente la rete privata aziendale ai principali provider cloud attraverso connessioni dedicate che non transitano su Internet pubblico. Questo modello permette di ridurre l’esposizione del traffico e di migliorare la prevedibilità delle prestazioni, fermo restando che la protezione crittografica delle comunicazioni richiede l’adozione di specifici protocolli di sicurezza.

Per applicazioni critiche, questa impostazione può offrire vantaggi anche in termini di latenza, affidabilità e gestione dei flussi.

Collegamenti privati e cifratura del traffico

È necessario distinguere la riservatezza del percorso dalla cifratura delle comunicazioni.

Una connessione privata limita l’esposizione del traffico, ma non garantisce automaticamente che le informazioni siano cifrate.

Per questo motivo possono essere adottati protocolli differenti, a seconda dell’architettura:

  • MACsec, per la protezione dei collegamenti a livello Ethernet;
  • IPsec, per cifrare le comunicazioni tra reti o sistemi;
  • TLS, per proteggere le sessioni applicative.

La scelta dipende dalle caratteristiche del collegamento, dai requisiti delle applicazioni e dal modello di minaccia.

Occorre, inoltre, verificare i punti in cui la cifratura termina, la gestione dei certificati e delle chiavi, le configurazioni dei protocolli e la presenza di eventuali tratte non protette.

La sicurezza delle comunicazioni assume anche una prospettiva di lungo periodo. Il rischio che informazioni cifrate vengano intercettate oggi e conservate per essere decifrate in futuro, noto come harvest now, decrypt later, rende importante pianificare l’evoluzione verso algoritmi resistenti alle minacce quantistiche.

Quando il dato viene elaborato: la sfida dell’“in use”

La protezione dei dati durante l’elaborazione presenta difficoltà differenti.

Nelle architetture tradizionali, un’applicazione deve poter accedere alle informazioni in chiaro per eseguire calcoli, analisi e altre operazioni. Di conseguenza, i dati possono essere esposti all’interno della memoria del sistema.

La cifratura del disco non protegge da questo rischio, perché interviene principalmente quando i dati sono memorizzati. Analogamente, TLS e IPsec proteggono le comunicazioni, ma non il contenuto una volta ricevuto e decifrato dall’applicazione.

I limiti delle misure di protezione tradizionali

L’isolamento dei workload, la segmentazione, il controllo degli accessi e il principio del minimo privilegio rimangono indispensabili.

Tuttavia, in determinati scenari, un attaccante che comprometta componenti privilegiati dell’infrastruttura potrebbe accedere alla memoria dei sistemi e alle informazioni elaborate.

Il rischio assume particolare rilevanza negli ambienti virtualizzati e cloud, dove il livello infrastrutturale è amministrato da un soggetto diverso dall’organizzazione che utilizza il servizio.

La questione non riguarda necessariamente la fiducia nel fornitore, ma la necessità di ridurre le conseguenze di un’eventuale compromissione dei componenti sottostanti.

Confidential computing: proteggere il dato anche durante l’elaborazione

Il confidential computing affronta questo problema attraverso meccanismi di isolamento basati sull’hardware.

L’obiettivo è creare ambienti di esecuzione protetti nei quali codice e dati possano essere elaborati limitando l’accesso da parte di componenti esterni all’ambiente stesso.

Questi ambienti vengono generalmente indicati come Trusted Execution Environments (TEE).

Trusted Execution Environments e confidential VM

Un TEE utilizza funzionalità di sicurezza del processore per isolare le operazioni sensibili e proteggere la memoria secondo uno specifico modello di minaccia.

Tra le tecnologie disponibili figurano AMD SEV-SNP e Intel TDX, che permettono di realizzare macchine virtuali confidenziali (confidential VM).

In queste architetture, la memoria delle macchine virtuali viene protetta mediante meccanismi crittografici gestiti dall’hardware, riducendo le possibilità di accesso da parte dell’hypervisor e di altri componenti infrastrutturali.

Uno dei vantaggi è la possibilità di utilizzare, in molti casi, applicazioni esistenti senza doverle modificare in modo sostanziale.

Un approccio differente è quello di Intel SGX, che consente di creare enclave per proteggere specifiche porzioni di codice e dati. Questa soluzione richiede generalmente un maggiore intervento sull’applicazione, ma permette di delimitare con precisione le operazioni da isolare.

Remote attestation: verificare l’ambiente di esecuzione

Un elemento importante del confidential computing è la remote attestation, cioè il processo attraverso cui un sistema fornisce evidenze crittografiche sul proprio ambiente di esecuzione.

Queste evidenze possono essere verificate da un soggetto esterno prima di autorizzare l’accesso a informazioni sensibili o il rilascio di una chiave crittografica.

Per esempio, un’organizzazione può subordinare la disponibilità delle chiavi alla verifica che un determinato workload sia eseguito in un ambiente conforme alle configurazioni previste.

Si tratta di un controllo utile soprattutto quando i dati vengono elaborati su infrastrutture gestite da terzi.

Il confidential computing, tuttavia, non elimina tutti i rischi. La sicurezza continua a dipendere dalla corretta configurazione dei sistemi, dall’aggiornamento di firmware e microcode, dalla protezione delle applicazioni e dalla resistenza a eventuali attacchi attraverso canali laterali.

Per questo motivo, la sua adozione dovrebbe partire da un’analisi dei workload e delle informazioni per le quali l’isolamento hardware offre un beneficio concreto.

Un approccio end-to-end alla protezione del dato

La protezione dei dati richiede il coordinamento delle misure adottate nei diversi ambienti.

Un’organizzazione può disporre di uno storage cifrato e di connessioni sicure, ma continuare a esporsi a rischi se le chiavi sono accessibili attraverso account privilegiati non adeguatamente protetti oppure se le informazioni vengono elaborate in ambienti non sufficientemente isolati.

In questa prospettiva, le componenti dell’offerta TIM Cloud, Digital Sovereignty – EKM e Cloud Interconnect possono essere considerate nell’ambito di un’architettura integrata: infrastruttura per l’archiviazione, gestione delle chiavi e connettività protetta.

Il confidential computing rappresenta un ulteriore livello di protezione per i carichi di lavoro che richiedono specifiche garanzie durante l’elaborazione, da valutare in funzione delle tecnologie effettivamente disponibili e dei requisiti applicativi.

Come valutare la sicurezza di un’architettura cloud

Nella scelta delle soluzioni e dei fornitori, il responsabile della sicurezza dovrebbe verificare almeno cinque aspetti:

  1. Dove sono conservati i dati, comprese le copie di backup e le repliche?
  2. Chi genera, custodisce e può utilizzare le chiavi crittografiche?
  3. Come vengono protette le comunicazioni tra sistemi e infrastrutture?
  4. Quali controlli limitano l’accesso ai dati durante l’elaborazione?
  5. Quali registrazioni, attestazioni e documentazioni consentono di verificare l’efficacia delle misure adottate?

Le risposte dovrebbero tradursi in requisiti contrattuali, configurazioni verificabili e procedure di controllo periodico.

È altrettanto importante definire le responsabilità tra cliente e fornitore, soprattutto negli ambienti cloud in cui le attività di gestione e sicurezza sono distribuite tra più soggetti.

Dalla cyber security alla sovranità digitale

La protezione delle informazioni aziendali non si esaurisce nella scelta di un algoritmo crittografico.

La localizzazione dei dati, la gestione delle chiavi, la sicurezza delle comunicazioni e il controllo degli ambienti di elaborazione incidono sulla capacità dell’organizzazione di governare le proprie informazioni.

Sono aspetti rilevanti anche per la sovranità digitale, intesa come possibilità di mantenere un controllo effettivo sulle infrastrutture, sugli accessi e sulle operazioni che riguardano i dati.

Per le aziende, il passaggio fondamentale consiste nel trasformare questi principi in requisiti tecnici e organizzativi misurabili.

Occorre individuare i dati più sensibili, definire chi può accedervi, scegliere le tecnologie appropriate per proteggerli nei diversi stati e verificare periodicamente che le misure adottate continuino a rispondere ai rischi.

La crittografia resta uno degli strumenti principali di questa strategia. La sua efficacia, però, dipende dall’architettura di sicurezza nella quale viene utilizzata e dalla capacità dell’organizzazione di mantenerne il controllo nel tempo.

Contributo redazionale realizzato in collaborazione con TIM Enterprise.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x