Il nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca accelera sui modelli AI avanzati e alleggerisce i vincoli preventivi. Una scelta di pura realpolitik che spacca il fronte occidentale, scontrandosi con il primato del diritto dell’Unione Europea e con l’appello umanista dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV.
La faglia che separa la regolamentazione dell’intelligenza artificiale sulle diverse sponde dell’Atlantico non è mai stata così profonda. Da un lato, il recente Ordine Esecutivo firmato da Trump, Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security; dall’altro, la visione antropologica espressa dalla Chiesa cattolica nella Magnifica Humanitas. Nel mezzo, l’Unione Europea con il suo impianto normativo volto a tutelare i cittadini e a trasformare i diritti fondamentali nel perimetro invalicabile dell’innovazione tecnologica.
Due documenti, tre visioni del mondo, un unico campo, cioè il futuro dell’umanità e il controllo della tecnologia. La vera questione riguarda la gerarchia dei valori che ciascun attore istituzionale colloca al vertice della propria idea di progresso.
Sebbene l’Ordine Esecutivo americano non dica apertamente che i diritti siano irrilevanti, la sua architettura si rivela coerente con la storia degli Stati Uniti: quando una tecnologia viene classificata come decisiva per la sicurezza nazionale, il baricentro della governance si sposta inevitabilmente verso la protezione dello Stato, la difesa della leadership e la prevenzione della vulnerabilità strategica.
I diritti, l’etica e perfino il mercato restano, non scompaiono, ma vengono riordinati all’interno di una gerarchia in cui la sicurezza nazionale occupa il primo posto.
Indice degli argomenti
L’approccio di Washington: innovazione e scudi cibernetici
L’Ordine Esecutivo statunitense muove dal presupposto che l’intelligenza artificiale è il vettore principale della potenza geopolitica ed economica del XXI secolo. Il documento della Casa Bianca afferma infatti che le capacità avanzate di IA rendono la nazione più forte, ma introducono anche nuove considerazioni di sicurezza nazionale che richiedono un’azione coordinata tra dipartimenti e agenzie federali.
L’IA è dunque presentata come una risorsa strategica da sviluppare, proteggere e distribuire rapidamente per fronteggiare minacce interne ed esterne.
La strategia di Washington si articola su due binari paralleli e speculari.
Deregolamentazione competitiva
Il primo è quello della deregolamentazione competitiva, o quantomeno dell’alleggerimento di ogni vincolo preventivo che possa rallentare l’ecosistema dell’innovazione.
Nessun veto generalizzato, nessuna licenza obbligatoria per gli sviluppatori di software, nessun modello europeo di autorizzazione amministrativa ex ante. Chi produce tecnologia deve poter correre, perché nel ragionamento americano il ritardo è, di fatto, una vulnerabilità strategica e la burocrazia viene percepita come un costo competitivo.
E in una corsa tecnologica globale ogni costo regolatorio può trasformarsi in vantaggio per l’avversario.
Sicurezza nazionale e cyber difesa
Il secondo binario è quello della sicurezza nazionale e della cyber difesa. L’Ordine Esecutivo impone scadenze serrate alle agenzie federali, prevede il rafforzamento della protezione delle infrastrutture critiche e dei sistemi di difesa, promuove canali di test e valutazione per i cosiddetti covered frontier models, cioè i modelli di IA più potenti e potenzialmente più sensibili prima del loro rilascio o della loro diffusione su larga scala.
Il punto decisivo è che questi meccanismi, anziché essere costruiti secondo la logica europea della conformità obbligatoria prima dell’immissione sul mercato, sono concepiti come strumenti di cooperazione tra governo e industria, in un quadro nel quale la collaborazione volontaria con i grandi attori tecnologici assume un ruolo centrale.
La visione americana sui rischi dell’AI
Il rischio, nella visione americana, è prevalentemente tecnico e securitario: una vulnerabilità nel codice, un attacco hacker di una potenza straniera, un uso criminale dell’algoritmo, un impiego ostile dei modelli avanzati contro infrastrutture critiche, sistemi militari, reti energetiche, supply chain o apparati pubblici.
È un rischio che ha come figura principale lo Stato esposto a una minaccia sistemica e come immagine dominante la nazione vulnerabile; non il cittadino discriminato da un algoritmo opaco, né il consumatore fragile, il lavoratore sorvegliato o il paziente classificato da un sistema automatizzato.
Tuttavia, il provvedimento non potrebbe essere ridotto ad una mera scelta liberista, perché conferma in realtà la necessità di un intervento dello Stato, pur cambiandone la natura. Diminuisce la regolazione preventiva e aumenta il coordinamento strategico; si attenua il linguaggio della compliance e si rafforza quello della difesa.
Washington intende mantenere il controllo dell’intelligenza artificiale, trasferendo però il baricentro della governance dal diritto amministrativo e dalla tutela dei consumatori agli apparati di sicurezza nazionale.
Il governo federale, senza arretrare, si riposiziona, preferendo costruire una cintura di sicurezza attorno alla potenza tecnologica nazionale, anziché un recinto giuridico attorno all’innovazione.
La Cina come vero interlocutore strategico degli USA
Sul fondo del provvedimento si intravede il vero interlocutore strategico degli Stati Uniti, ovvero la Cina. Anche quando non viene nominata esplicitamente, la competizione USA-Cina costituisce il motore dell’intero impianto.
L’intelligenza artificiale viene trattata come una tecnologia dual use, capace di produrre simultaneamente vantaggi economici, capacità militari, strumenti di influenza geopolitica e superiorità industriale; la velocità richiesta agli sviluppatori americani risponde quindi meno alle logiche astratte del libero mercato e più alla competizione sistemica tra grandi potenze.
L’innovazione deve correre e lo Stato deve impedire che quella corsa generi vulnerabilità sfruttabili dagli avversari. La sintesi perfetta del pragmatismo americano: libertà di innovare all’interno, scudo securitario verso l’esterno.
Quando l’IA diventa una questione di sicurezza nazionale
Il dibattito internazionale sull’intelligenza artificiale è da sempre dominato da categorie giuridiche ed etiche, come privacy, discriminazione algoritmica, trasparenza, accountability, diritti fondamentali, impatto sociale, protezione dei soggetti vulnerabili.
La Casa Bianca inquadra l’intelligenza come risorsa strategica essenziale per la sicurezza nazionale, al pari delle infrastrutture energetiche, dei sistemi satellitari, dei semiconduttori avanzati o delle reti di telecomunicazione.
L’obiettivo principale è impedire che una potenza rivale acquisisca un vantaggio tecnologico capace di alterare gli equilibri geopolitici; in tutto ciò, la protezione dalle discriminazioni sugli individui passa in secondo piano.
Si spiega così anche la scelta di limitare gli interventi regolatori preventivi, non perché il rischio venga considerato irrilevante, ma in quanto il rischio di rallentare l’innovazione appare, nella prospettiva americana, più grave del rischio generato dall’innovazione stessa.
Qui emerge una distanza enorme rispetto all’Europa, che si propone invece di prevenire i rischi dell’IA sulle persone e non di impedire i rischi che la nazione potrebbe correre se non domina l’IA.
Più che una differenza lessicale, si tratta di una differenza di ordine costituzionale. Il modo in cui si definisce il rischio determina infatti il modo in cui lo si governa: così, se il rischio è una discriminazione, serve un’autorità di controllo; se il rischio è una violazione della privacy, servono obblighi di trasparenza e basi giuridiche; se, infine, il rischio è un attacco cyber a un’infrastruttura critica, servono apparati di sicurezza, protocolli di intelligence, cooperazione con l’industria e capacità di risposta rapida.
L’Ordine Esecutivo sceglie con chiarezza quest’ultima strada.
La Magnifica Humanitas e il freno etico
A questa visione iper-pragmatica si contrappone la spinta della Magnifica Humanitas. La Chiesa guarda alle vulnerabilità intrinseche dell’essere umano, non ai bug dei software e misura l’intelligenza artificiale chiedendosi che cosa accade alla persona quando la capacità di decidere, giudicare, prevedere e classificare viene progressivamente delegata a sistemi artificiali.
La distanza rispetto alla linea statunitense è radicale. Laddove Washington chiede accelerazione, l’enciclica invoca prudenza, discernimento e responsabilità. Il progresso tecnologico, per Leone XIV, non può superare la capacità umana di valutarne l’impatto etico e sociale.
Laddove la Casa Bianca privilegia cooperazione volontaria e partnership tra governo e Big Tech, la Chiesa diffida dell’autoregolazione affidata ai soggetti che hanno il maggiore interesse economico nello sviluppo dei sistemi. Laddove l’Ordine Esecutivo legge il rischio attraverso la lente della sicurezza nazionale, la Magnifica Humanitas lo legge attraverso quella della dignità umana.
Il timore teologico e filosofico è che l’algoritmo diventi il sostituto del discernimento morale e che gli esseri umani si abituino a considerare le decisioni della macchina come inevitabili, neutre ed oggettive, realizzando una forma di delega più profonda della semplice automazione in quanto rischia di sostituire un giudizio.
La distanza tra Washington e la Magnifica Humanitas appare ancora più evidente se si osserva la diversa concezione del progresso che emerge dai due documenti. Mentre per l’Ordine Esecutivo l’imperativo è accelerare il progresso senza esporre il sistema a vulnerabilità eccessive, la Magnifica Humanitas rovescia la prospettiva.
Il documento papale si chiede, infatti, se ogni forma di innovazione sia realmente compatibile con la dignità umana e sostiene che il progresso tecnologico deve essere giudicato in funzione della sua capacità di rafforzare o indebolire la persona e le relazioni sociali.
La questione decisiva diventa pertanto antropologica. Se la tecnologia modifica il modo in cui gli esseri umani comprendono sé stessi, prendono decisioni, instaurano relazioni e attribuiscono significato alle proprie scelte, occorre interrogarsi sul modello di umanità che si intende promuovere.
Per questo la Magnifica Humanitas insiste sul concetto di discernimento, una parola quasi assente nel lessico della regolazione tecnologica contemporanea.
Anche un’intelligenza artificiale perfettamente sicura dagli hacker e pienamente conforme a standard tecnici potrebbe rivelarsi disumana, in quanto la sicurezza informatica non coincide con la sicurezza dell’umano; la robustezza tecnica non garantisce la giustizia sociale; e l’efficienza non equivale al bene.
La Chiesa introduce nel dibattito globale il concetto fondamentale che l’IA debba essere affidabile, ma deve restare ordinata alla persona.
L’Europa e la terza via: il primato del diritto civile
Se Washington punta sulla potenza e il Vaticano sulla coscienza, l’Unione Europea si posiziona nel mezzo con il suo impianto giuridico, guidato dal consolidamento dell’AI Act. L’approccio di Bruxelles rappresenta la terza grande visione globale: una regolamentazione basata sul risk management, che mette al centro la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini.
L’AI Act nasce da una premessa opposta rispetto a quella americana, dato che per l’Unione Europea occorre fare in modo che la corsa tecnologica non travolga lo Stato di diritto. La tecnologia può essere sviluppata, adottata e integrata nei processi economici e sociali, sempre restando all’interno di un perimetro di garanzie, in cui non tutto ciò che è tecnicamente possibile può essere anche giuridicamente accettabile.
Mentre l’Ordine Esecutivo di Washington evita blocchi preventivi generalizzati e privilegia meccanismi flessibili di cooperazione, l’Europa fa una scelta diversa: vieta i sistemi di IA ritenuti a rischio inaccettabile e impone obblighi severi ai sistemi ad alto rischio prima che possano operare nel mercato unico.
Social scoring, manipolazione lesiva, sfruttamento delle vulnerabilità, forme particolarmente invasive di identificazione biometrica e altri usi incompatibili con i valori europei sono trattati come pratiche da impedire e non come rischi da mitigare ex post.
L’Europa accetta dunque il rischio di rallentare l’innovazione pur di non compromettere lo Stato di diritto, la privacy e la tutela dei cittadini. Questa scelta espone Bruxelles alla critica ricorrente di voler regolare ciò che non riesce a produrre, ma è anche la manifestazione di una tradizione politica precisa, ovverossia l’idea che la tecnologia debba essere assoggettata al diritto, non il contrario.
AI Act e Ordine Esecutivo rappresentano dunque due modelli regolatori differenti e riflettono due diverse concezioni della sicurezza. In Europa sicurezza significa anche protezione del cittadino dall’arbitrio tecnologico, dalla discriminazione automatizzata, dalla sorveglianza asimmetrica e dall’opacità del potere algoritmico.
Negli Stati Uniti, in questo momento storico, sicurezza significa soprattutto resilienza nazionale, supremazia tecnologica e capacità di risposta alle minacce geopolitiche.
Con il cosiddetto Brussels Effect, Bruxelles tenta di trasformare il proprio mercato interno in uno spazio regolatorio capace di condizionare gli standard globali: ciò è accaduto con il GDPR, sta accadendo con il Digital Services Act e il Digital Markets Act, e l’ambizione è che accada anche con l’AI Act. Dove Washington esporta infrastrutture, piattaforme e potenza industriale, l’Europa prova infatti a esportare regole.
Si tratta di una strategia fragile e ambiziosa insieme perché rischia di lasciare l’Europa nella posizione di grande regolatore di tecnologie sviluppate altrove e, allo stesso tempo, rivendica la tesi che la sovranità digitale si misura nella capacità di stabilire quali usi della tecnologia siano compatibili con una società democratica.
I tre modelli globali
Il confronto tra Stati Uniti, Unione Europea e Vaticano è il confronto tra tre visioni politiche. Washington usa il linguaggio della potenza, Bruxelles quello del diritto, la Chiesa quello della dignità umana. Tutti e tre osservano la stessa tecnologia, ma vedono rischi diversi, priorità diverse e perfino soggetti diversi da proteggere: Washington privilegia la sicurezza nazionale e la competizione geopolitica; Bruxelles la tutela dei diritti e lo Stato di diritto; la Chiesa la dignità della persona e la responsabilità morale.
Anche il metodo cambia radicalmente. Gli Stati Uniti privilegiano deregolamentazione competitiva, coordinamento federale, test volontari e partnership pubblico-privato. L’Europa costruisce regole vincolanti basate sul rischio, obblighi di conformità e divieti per gli usi incompatibili con i valori fondamentali. Il Vaticano invoca una custodia etica, un rallentamento ponderato, una governance internazionale capace di impedire che l’intelligenza artificiale diventi strumento di dominio o di disumanizzazione.
Sono differenze filosofiche. La visione americana tende a considerare l’innovazione come condizione della sicurezza; quella europea considera il diritto come condizione della legittimità; quella cattolica considera la dignità umana come criterio ultimo di giudizio. Anche se nessuna delle tre prospettive esaurisce il problema, ciascuna di esse rivela ciò che considera non negoziabile.
In sintesi, ciò significa che un’IA sicura per Washington potrebbe non essere accettabile per Bruxelles; un’IA conforme all’AI Act potrebbe non essere sufficiente per la Magnifica Humanitas e un’IA moralmente problematica per il Vaticano potrebbe essere strategicamente indispensabile per gli Stati Uniti.
Il DNA statunitense: la sicurezza sopra ogni cosa
L’impianto dell’Ordine Esecutivo conferma un tratto fondamentale del DNA politico degli Stati Uniti: quando entra in gioco la sicurezza nazionale, questa tende a fagocitare o subordinare qualsiasi altro diritto fondamentale.
La divergenza rispetto ai partner occidentali emerge infatti con particolare evidenza quando si osserva il rapporto tra sicurezza e libertà. Gli USA scelgono la dottrina della realpolitik: l’etica e i diritti civili sono un lusso che ci si potrà permettere solo dopo aver garantito l’egemonia tecnologica e blindato i confini cibernetici. Il messaggio di Washington è che non si può proteggere l’uomo se prima non si è vinta la guerra dell’innovazione.
Questa tesi è conseguenza coerente della storia recente degli Stati Uniti. Dopo l’11 settembre, il Patriot Act ampliò in modo significativo i poteri investigativi e di sorveglianza delle autorità federali, ridefinendo il rapporto tra sicurezza e libertà individuali.
Negli anni successivi, le rivelazioni di Edward Snowden mostrarono l’ampiezza dei programmi di sorveglianza della National Security Agency, facendo emergere una questione ancora oggi irrisolta: fino a che punto una democrazia può comprimere la riservatezza e le libertà individuali in nome della protezione collettiva?
Il caso Snowden rappresenta un precedente essenziale poiché è l’espressione di una cultura istituzionale nella quale la sicurezza nazionale, una volta evocata, tende a spostare il confine del consentito. La raccolta massiva di dati, la sorveglianza globale, l’estensione dei poteri dell’intelligence e la difficoltà di un controllo democratico effettivo hanno mostrato quanto sia fragile il bilanciamento tra libertà e sicurezza quando la seconda viene presentata come condizione di sopravvivenza della prima.
Lo stesso schema si è riproposto, con forme diverse, in altri passaggi della politica tecnologica americana. Il Foreign Intelligence Surveillance Act e le sue successive evoluzioni, il CLOUD Act, le restrizioni all’accesso a determinate tecnologie da parte di attori stranieri, i controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati verso la Cina, fino al dibattito su piattaforme percepite come rischiose per la sicurezza nazionale, confermano una linea costante: quando la tecnologia diventa strategica, Washington la governa attraverso la lente della sicurezza.
L’Ordine Esecutivo pertanto non inaugura una nuova filosofia politica dell’IA, bensì estende al dominio dell’intelligenza artificiale una logica già consolidata nella storia contemporanea degli Stati Uniti. Nel Novecento la sicurezza nazionale ha giustificato l’espansione degli apparati di difesa e intelligence; dopo il 2001 ha giustificato nuove forme di sorveglianza. Oggi la stessa logica viene applicata ai modelli di frontiera.
Negli USA, i momenti in cui una minaccia viene percepita come strategica o esistenziale, i diritti entrano in un bilanciamento nel quale raramente partono da una posizione di forza. La sicurezza nazionale è il principio ordinatore generale.
Al contrario, l’Unione Europea scommette sulla forza delle regole, convinta che uno sviluppo antropocentrico sia l’unico modo per preservare la democrazia. Il Vaticano spinge lo sguardo ancora oltre la legge, ricordando che un’IA formalmente conforme o sicura dagli hacker può comunque rivelarsi disumana se contribuisce a erodere i legami sociali, la responsabilità individuale e il valore della persona.
Da Snowden all’IA di frontiera: la sorveglianza cambia forma
Il riferimento a Snowden non serve a sovrapporre meccanicamente la sorveglianza di massa all’intelligenza artificiale, in quanto i contesti sono diversi, le tecnologie sono diverse, le misure giuridiche sono diverse. Il precedente è però utile perché rivela una continuità di fondo: la disponibilità dell’apparato statunitense a trattare l’informazione, il dato e la tecnologia come risorse strategiche quando la sicurezza nazionale è in gioco.
Nel caso Snowden, il dato era oggetto di raccolta, intercettazione, analisi e correlazione. Nel caso dell’IA di frontiera, il dato è anche materia prima per addestrare modelli, alimentare capacità predittive, potenziare sistemi di difesa, automatizzare processi decisionali e anticipare minacce. Cambia la scala, cambia la potenza, ma resta il punto politico: il controllo dell’informazione è controllo del potere.
L’intelligenza artificiale rende questa dinamica ancora più complessa perché non si limita a raccogliere o analizzare dati, ma produce inferenze, genera contenuti, simula competenze, supporta decisioni, identifica pattern invisibili all’essere umano, automatizza processi cognitivi. In altre parole, non è soltanto uno strumento di sorveglianza possibile; è una tecnologia di governo del reale.
È proprio per questo che l’approccio statunitense risulta così coerente con la propria tradizione. Se l’IA può incidere su difesa, cyber, intelligence, infrastrutture critiche, logistica, sanità, finanza, informazione e processi democratici, allora per Washington essa non può essere governata principalmente come un problema di compliance. Deve essere trattata come una questione di sicurezza nazionale.
Il rischio, tuttavia, è che questa impostazione finisca per normalizzare una nuova subordinazione dei diritti. Se ogni tecnologia strategica viene attratta nell’orbita della sicurezza nazionale, lo spazio per un controllo democratico effettivo tende a restringersi. Inoltre, se ogni rallentamento regolatorio viene letto come una minaccia alla competitività, la tutela dei diritti viene presentata come un costo e, se ogni preoccupazione etica viene rinviata a dopo la conquista della leadership, l’etica diventa sempre postuma.
È qui che la critica europea e quella della Magnifica Humanitas diventano decisive. L’Europa ricorda che la sicurezza non può essere usata come formula magica per sospendere il diritto. La Chiesa ricorda che la potenza tecnologica, se separata dalla responsabilità morale, non produce necessariamente progresso. Entrambe, con linguaggi diversi, contestano l’idea che la corsa all’innovazione possa autolegittimarsi.
Il bivio dell’Occidente
Il confronto tra queste tre visioni ci restituisce la fotografia di un Occidente spaccato sulla sua risorsa più strategica: di fronte ad una tecnologia globale, i valori che la guidano sono profondamente divisi. Oltre alla classica contrapposizione tra modello americano e modello europeo, tra mercato e regolazione, tra Silicon Valley e Bruxelles, ora si aggiunge, con forza, la Magnifica Humanitas.
Quest’ultima introduce un terzo polo che sposta il dibattito su un piano ancora più radicale, chiedendo se una tecnologia possa essere considerata autenticamente umana anche quando è sicura, efficiente e conforme alla legge.
Per la prima volta dopo decenni, le principali istituzioni occidentali sembrano non condividere più una visione comune del rapporto tra innovazione, libertà e sicurezza.
Questa frattura avrà conseguenze concrete, ad esempio, per le imprese globali, che dovranno muoversi tra regimi sempre più divergenti: i modelli sviluppati negli Stati Uniti potranno essere considerati strategicamente necessari a Washington, ma problematici per Bruxelles se non rispettano gli obblighi europei. I sistemi conformi all’AI Act potranno soddisfare i requisiti giuridici, ma continuare a sollevare interrogativi etici sul piano antropologico.
Gli Stati autoritari, nel frattempo, potranno osservare questa divisione e sfruttarla, proponendo modelli ancora diversi, nei quali né i diritti né la dignità umana rappresentano limiti reali alla potenza tecnologica.
Resta allora da capire se la scelta americana di correre a fari (semi)spenti nella deregolamentazione, giustificata dall’ossessione per la sicurezza, non finisca per creare proprio quel futuro disumanizzato da cui l’Europa, con il diritto, e la Chiesa, con la morale, ci stanno mettendo in guardia.








