L’illusione di una tecnologia eterea, spesso descritta attraverso l’immagine rassicurante e impalpabile di una “nuvola”, sta cedendo il passo a una consapevolezza più concreta e brutale.
La reale sovranità digitale non si gioca soltanto nell’architettura dei codici o nella velocità degli algoritmi, ma affonda le sue radici in una complessa rete di infrastrutture materiali, metalli rari e rapporti di forza geopolitici.
Durante il recente panel «La mente come superficie d’attacco: AI, potere e vulnerabilità umane», organizzato da Clusit in occasione del Security Summit Milano 2026, esperti di calibro internazionale hanno delineato come il controllo del software sia oggi indissolubilmente legato al possesso e alla protezione degli asset fisici.
Il giornalista Massimo Cerofolini ha stimolato una riflessione che ribalta la prospettiva consueta, evidenziando come, prima del software, arrivino le infrastrutture e i poteri che le governano.
Indice degli argomenti
Il peso della materia: oltre il mito del cloud
Nel panorama tecnologico odierno, tanto l’intelligenza artificiale quanto il concetto di cloud, non sono più delle entità astratte, ma i prodotti di un’integrazione strettissima tra componenti hardware e software.
Secondo Alessandro Aresu, esperto di geopolitica e autore, per comprendere la sovranità digitale è necessario guardare alle «fabbriche». Se il data center rappresenta il luogo dell’addestramento dell’IA, dietro di esso si staglia una gerarchia industriale composta dalle «fabbriche delle fabbriche», ovvero i siti di produzione dell’elettronica avanzata come i semiconduttori logici di TSMC a Taiwan o le memorie della Corea del Sud.
A monte di questa catena si trovano le «fabbriche delle fabbriche delle fabbriche», i luoghi dove nascono i macchinari per i semiconduttori e le sostanze chimiche fondamentali come i fotoresist e i gas industriali. Questa struttura rivela la fragilità intrinseca di un sistema che molti consideravano invulnerabile. Aresu sottolinea come le trasformazioni tecnologiche avvengano in un contesto internazionale caratterizzato dal caos, dove «le istituzioni costruite per governare il mondo non funzionano più».
In questo scenario, la capacità di uno Stato di esercitare la propria sovranità dipende dalla sua posizione all’interno di questi flussi produttivi.
Il sistema Blackwell di NVIDIA è l’emblema di questa complessità fisica: un oggetto che vanta 1,2 milioni di componenti, 130.000 miliardi di transistor e ben 3,2 chilometri di cavi di rame, per un peso complessivo di 2 tonnellate. Ignorare la fisicità di tali sistemi significa perdere di vista i reali rapporti di forza mondiali.
La tecnologia, come ricorda Aresu, è un’interazione tra software e «cose», e viviamo ancora in una sorta di «età delle macchine» dove l’hardware detta le regole della competizione globale.
La geografia del potere e i nuovi “choke points”
La mappa della sovranità digitale si sta spostando drasticamente verso l’Asia, dove la capacità demografica converge con l’industria e la formazione universitaria.
I dati presentati durante il confronto al Security Summit sono impietosi per l’Occidente: nel 2001 la Cina deteneva circa la metà del valore aggiunto manifatturiero degli Stati Uniti; vent’anni dopo, quella produzione era già raddoppiata. Oggi, la Cina produce tra le 120 e le 250 volte le navi civili rispetto agli Stati Uniti, a dimostrazione di una potenza industriale che non ha eguali.
Questa egemonia si riflette anche nei cosiddetti «choke points», ovvero i punti di strozzatura della filiera tecnologica. Non si tratta più solo di stretti marittimi, ma di aziende e nazioni che detengono il monopolio su componenti critici. Aresu cita esempi specifici:
- La disponibilità di gas nobili come il neon e l’elio, essenziali per la produzione di semiconduttori.
- Il controllo sui fotoresist, materiali chimici senza i quali la litografia avanzata sarebbe impossibile.
- Il ruolo di ASML, il campione tecnologico europeo che produce macchine per la litografia ultravioletta estrema (EUV) dal costo di 300 milioni di euro l’una.
È interessante notare come la stessa ASML abbia più dipendenti impiegati nel software che nell’hardware, poiché la realizzazione fisica di questi oggetti richiede una «litografia computazionale» estremamente sofisticata.
Questo paradosso evidenzia come la sovranità digitale non possa essere frammentata: senza il controllo del software non si produce l’hardware, e senza l’hardware il software rimane privo di esecuzione.
Investimenti sovrani e la vulnerabilità delle infrastrutture
Un altro pilastro della sovranità digitale risiede nella capacità finanziaria di sostenere lo sviluppo tecnologico. Aresu pone l’accento sul ruolo degli Emirati Arabi Uniti e di figure come Sheikh Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, che gestisce fondi sovrani per circa 2.000 miliardi di dollari. Gli Emirati non sono più solo esportatori di petrolio, ma sono diventati investitori chiave in società come AMD, G42 e MGX, attirando dati da tutto il mondo attraverso la costruzione di data center energeticamente stabili.
Tuttavia, questa concentrazione di potere infrastrutturale crea nuove vulnerabilità. «Siamo un luogo sicuro ed energeticamente stabile», era l’argomento principale di queste nazioni, ma Aresu avverte che questi luoghi non sono più invulnerabili. Gli attacchi ai server di Amazon in Qatar e negli Emirati dimostrano che la guerra moderna colpisce le infrastrutture materiali, comprese le reti elettriche e idriche.
Il costo di questi sabotaggi è spesso basso, ma l’impatto è devastante, come dimostrato storicamente dal caso Stuxnet, dove il danno riguardava i sistemi di raffreddamento.
Anche aziende italiane come Ansaldo Energia sono coinvolte in queste dinamiche, avendo portato le proprie turbine nel campus Stargate degli Emirati, evidenziando una interdipendenza estrema che convive con una conflittualità latente.
In questo contesto, l’Europa appare in difficoltà, frenata da salari bassi, meno aziende tecnologiche dominanti e una forza finanziaria ridotta rispetto ai giganti americani e asiatici.
La fusione tra ambito civile e militare
Il concetto di sovranità digitale è oggi inseparabile dalla sicurezza nazionale. In Cina, sottolinea Aresu, non esiste una reale separazione tra ambito civile e militare, poiché il Partito Comunista Cinese è presente in ogni snodo decisionale.
Questa fusione ha permesso la nascita di giganti come DJI nei droni o BYD nelle auto elettriche, sostenuti da un sistema formativo enorme. Emblematico è il fatto che nei dipartimenti di ingegneria di aziende come OpenAI o Google si parli regolarmente mandarino, data l’altissima percentuale di ricercatori cinesi o di origine cinese.
Negli Stati Uniti, la risposta a questa sfida è passata attraverso il fenomeno delle «porte girevoli» tra Big Tech e apparati di difesa. Numerosi leader tecnologici occupano oggi posizioni di rilievo nelle istituzioni militari:
- Eric Schmidt (ex Google) guida la Defense Innovation Board.
- Keith Alexander (ex capo della NSA) siede nel board di Amazon.
- Paul Nakasone (ex capo della NSA) è entrato nel board di OpenAI.
- Doug Beck (ex Amazon) dirige la Defense Innovation Unit del Pentagono.
Questa commistione solleva interrogativi sulla gestione del potere. Negli USA, la Corte Suprema ha stabilito nel 2010 che il denaro delle imprese è equiparabile alla libertà di espressione, permettendo a singoli leader tecnologici di influenzare la politica con donazioni milionarie.
Alessandro Aresu mette in guardia: «Le democrazie sono in difficoltà, spesso soffocate dalla burocrazia». Se le istituzioni democratiche non riusciranno a liberarsi da questo fardello e a diventare più consapevoli della tecnologia, potrebbe avanzare l’idea che l’autocrazia sia un modello più efficiente.
Prospettive per una difesa consapevole
Nonostante le sfide sistemiche, esistono margini per ricostruire una sovranità digitale consapevole. La speranza, secondo le riflessioni emerse al convegno, risiede nel talento dei giovani e nella capacità delle aziende di supportare istituzioni spesso troppo «ipergiuridiche» e poco avvezze alle dinamiche tecnologiche. È necessario investire nella formazione e nella cultura per evitare la fuga di cervelli all’estero, pagando meglio le competenze critiche.
Come osservato da Martina Ardizzi, ricercatrice dell’Università di Parma, la tecnologia è ergonomica, creata dal nostro cervello e ne segue le regole. La sfida del futuro non sarà solo produrre hardware più potente, ma sviluppare la capacità di porre le domande corrette alle macchine.
«Se un tempo l’uomo era l’unico animale parlante, in futuro sarà l’entità che sa fare le buone domande», afferma Ardizzi, suggerendo che la forma interrogativa sarà ciò che ci spingerà oltre la semplice sintesi algoritmica.
La difesa della democrazia parte dunque dalla conoscenza profonda di questi meccanismi, seguendo l’antico monito di Delfi: «Conosci te stesso».












