L’arresto di Biwei Zhang a pochi passi dal comando operativo della NATO diventa un caso di studio.
Il 24 luglio 2026, mentre il caldo estivo svuotava i corridoi del quartier generale alleato a Mons, gli agenti della polizia federale belga sono entrati contemporaneamente in due luoghi simbolo: la stanza in affitto da studentessa, poco fuori città, della sospettata Biwei Zhang (nota come “Claire Z.”); e l’ufficio informatico del Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE), il comando operativo della NATO.
Ecco di cosa è accusata la cittadina canadese di origine cinese, esperta di AI in ambito militare, sospettata di spionaggio, cosa insegna il caso Shape a Mons e qual è la geopolitica della fiducia tra alleati, nell’era AI in cui lo spionaggio rende obsoleti i controlli di sicurezza.
Indice degli argomenti
L’infiltrazione a Mons, la cronaca del blitz e il ruolo della Threat Intelligence
Nei comunicati iniziali della magistratura belga, Biwei Zhang è stata indicata solo come una “cittadina canadese di origine cinese” fermata con l’accusa di spionaggio a favore di uno Stato terzo e partecipazione a un’organizzazione criminale.
Ma primi scoop giornalistici delle testate investigative europee, tra cui Le Soir, Follow the Money, Knack e La Lettre, l’hanno battezzata “Claire Z.”.
Tuttavia, per chi gestisce quotidianamente la postura di sicurezza di organizzazioni complesse o infrastrutture critiche, la vicenda non rappresenta affatto una semplice cronaca giudiziaria o un incidente isolato.
È la dimostrazione pratica e dolorosa di un cambio di paradigma operativo che da tempo viene discusso nei board dei comitati di sicurezza e nelle stanze in cui si pianifica la continuità operativa.
Ecco il caso nei dettagli.
Chi è Biwei Zhang, nota come Claire Z: il suo CV
Un’indagine conoscitiva condotta dalla CBC ha successivamente incrociato profili digitali, una tesi accademica e gli atti di un tribunale federale canadese, identificando ufficialmente la sospettata come Biwei Zhang (nota anche come Claire Zhang o Catina Zhang).
La risorsa vantava una laurea in economia alla York University (2019) e un master in informatica e intelligenza artificiale all’Università di Ottawa (2022).
Il suo percorso professionale presentava passaggi di alto livello in istituzioni pubbliche e internazionali: economista presso Statistics Canada (2018-2022), ingegnera dei sistemi per l’Agenzia Spaziale Canadese, oltre a collaborazioni con l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) a Ginevra e con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Una copertura istituzionale inappuntabile, costruita con pazienza nel corso degli anni all’interno di ambienti occidentali e idonea a disattivare i più comuni campanelli d’allarme comportamentali.
Le rivelazioni investigative aggiungono un tassello fondamentale che trasforma questo evento spartiacque per la threat intelligence transnazionale: l’effrazione notturna registrata nell’appartamento condiviso a Mons subito dopo il fermo formale di Biwei Zhang e il cambio contestuale delle password dei suoi profili social da remoto indicano senza ombra di dubbio una presenza tattica attiva sul campo.
C’era una struttura di supporto e di contro-intelligence pronta a ripulire dischi fisici, recuperare materiali non ancora posti sotto sequestro e troncare contatti cifrati al primissimo segnale di compromissione.
La gestione dell’identità della risorsa era integrata in un sistema di comando a distanza: compromessa la presenza fisica, la componente remota è scattata per isolare il danno ed eliminare i canali di comunicazione cifrati.
Falle nel vetting, cortocircuiti politici e la geopolitica della fiducia tra alleati
Il vero punto di rottura istituzionale e geopolitico risiede nei meccanismi di vetting preliminare e nella catena di fiducia tra paesi alleati. Biwei Zhang possedeva un nulla osta di sicurezza di livello elevato rilasciato dalle autorità competenti canadesi, regolarmente convalidato e accettato dalla NATO durante l’onboarding per un tirocinio iniziale di sei mesi, poi prorogato fino a un anno.
Questo accreditamento è avvenuto a dispetto di un grave precedente formale: nel 2019, la Public Service Commission canadese ne aveva accertato la condotta fraudolenta per aver tentato un concorso presso l’agenzia doganale utilizzando due identità distinte nello stesso fine settimana e sostenendo due volte lo stesso esame standardizzato.
Quel verdetto di frode amministrativa era stato confermato in via definitiva da un tribunale federale canadese nel 2024, appena undici mesi prima del suo ingresso a Mons.
Nonostante ciò, i servizi di intelligence canadesi hanno completato lo screening concedendo il nulla osta, provocando un cortocircuito che Ottawa oggi fatica a giustificare.
Le reazioni
Le ripercussioni sul piano politico e diplomatico non si sono fatte attendere:
- Reazione del governo canadese: il Primo ministro Mark Carney ha ammesso pubblicamente il coinvolgimento diretto dei funzionari canadesi nell’indagine fin dalle prime battute, pur evitando di annunciare immediatamente una revisione formale dei protocolli di screening.
- Scontro parlamentare a Ottawa: le opposizioni (conservatori e bloc québécois) hanno preteso la convocazione d’urgenza del Comitato parlamentare sulla Sicurezza pubblica, sfociata nell’apertura di un’indagine formale sui criteri di concessione dei nulla osta per incarichi in organismi internazionali.
- Tensioni diplomatiche: mentre la detenzione cautelare della Zhang in Belgio continua a ricevere proroghe, da Pechino sono giunte le consuete smentite ufficiali, che hanno bollato le ricostruzioni dell’Alleanza Atlantica come “accuse infondate e diffamatorie”.
Il caso Shape e la lezione di Mons: le basi della cooperazione internazionale sulla sicurezza
Il caso dimostra che la cooperazione internazionale sulla sicurezza si fonda tuttora su verifiche retrospettive e statiche, in cui il nulla osta viene trattato come una licenza permanente anziché come un’ipotesi da verificare continuamente.
Negli scenari di minaccia avanzata e persistentemente sponsorizzata da stati nazionali (APT – Advanced Persistent Threat), l’accreditamento iniziale rappresenta soltanto il primo passo dell’infiltrazione.
La proroga dello stage a SHAPE da sei mesi a un anno ha fornito la classica “finestra di persistenza tattica“: superata la barriera dell’accettazione iniziale, i controlli interni tendono fisiologicamente ad allentarsi.
Vulnerabilità dell’AI: Data poisoning e Model inversion
L’impiego della sospettata su progetti dedicati all’applicazione dell’intelligenza artificiale in contesti militari e decisionali chiarisce la natura strategica del bersaglio.
L’AI, in ambienti come Shape, non è più soltanto uno strumento analitico, ma rappresenta il terreno di scontro prioritario dellaguerra cognitiva e cibernetica contemporanea.
Gli attori statali avanzati non cercano la distruzione immediata delle infrastrutture né l’esfiltrazione rumorosa e massiccia di dataset grezzi (azioni che qualsiasi sistema di Data Loss Prevention o monitoraggio di rete intercetterebbe rapidamente).
Nel campo dell’AI, applicata ai sistemi di comando e controllo, l’attacco si articola su tre vettori d’azione discreti.
| Vettore di attacco | Meccanismo operativo | Impatto strategico |
| Data poisoning | Alterazione impercettibile di una percentuale minima dei dataset usati per l’addestramento o il tuning dei modelli. | Introduzione di deviazioni sistematiche o vulnerabilità dormienti che si attivano solo in presenza di specifici input sul campo di battaglia o durante crisi geostrategiche, mantenendo un’apparente regolarità nei test ordinari. |
| Model Inversion ed estrazione parametrica | Esecuzione di interrogazioni mirate e strutturate condotte con regolarità da postazioni autorizzate o da remoto. | Ricostruzione dell’architettura logica, dei parametri e delle basi informative riservate usate per istruire l’IA, senza mai trasferire all’esterno volumi anomali di file. |
| Mappatura delle architetture | Uso di credenziali del tutto legittime per esplorare API interne, grafi di rete e topologia dei sistemi. | Sottrazione di proprietà intellettuale e rilevamento della struttura dei sistemi di decisione assistita senza generare allarmi nei log di sicurezza tradizionali. |
In questi scenari, i classici firewall e sistemi di rilevamento delle intrusioni rimangono inefficaci: dal punto di vista logico, l’operatore sta semplicemente svolgendo le mansioni per cui ha ottenuto una formale autorizzazione.
La saldatura tra Humint e operazioni cibernetiche avanzate
La vicenda di Mons dimostra con chiarezza la definitiva saldatura tra l’intelligence umana di matrice classica (HUMINT) e le operazioni cibernetiche avanzate.
Non esistono più due domini separati: da un lato l’agente di campo e dall’altro l’hacker remoto.
La minaccia più insidiosa si colloca esattamente nell’intersezione tra questi due mondi:
- L’elemento umano (Humint): serve ad azzerare le distanze fisiche, superare i controlli perimetrici logici e garantire l’accesso diretto agli ambienti riservati sfruttando la fiducia istituzionale;
- La componente cibernetica: agisce sui codici, sulle API e sulle strutture dati senza lasciare le tipiche impronte digitali degli attacchi informatici esterni.
- L’infrastruttura di supporto remota e sul campo: interviene tempestivamente in caso di compromissione fisica (bonifica dell’alloggio, eliminazione di supporti fisici) e digitale (cancellazione dei profili online, rotazione delle chiavi di cifratura) per recidere la catena di attribuzione e proteggere i nodi di contatto superiori.
Gli attori statali fanno sempre più affidamento su “coperture pulite” (individui privi di precedenti penali, con eccellenti curricula accademici occidentali e nulla osta regolari), rendendo inefficaci i filtri di selezione tradizionali se non affiancati da un monitoraggio continuo del comportamento digitale e relazionale.
Piano operativo e strategie di Difesa Zero Trust
La risposta a questa tipologia di minacce richiede l’estensione dell’architettura Zero Trust oltre il solo strato di rete, applicandola all’intero ciclo di vita operativo, digitale e comportamentale di ogni utente, indipendentemente dal livello di autorizzazione o dal prestigio del suo profilo. Le direttrici operative da implementare da subito includono:
- Vetting continuo e Analytics Comportamentale (UEBA): trasformare il vetting da evento burocratico ad hoc a processo dinamico e ininterrotto. L’integrazione di soluzioni di User and Entity Behavior Analytics (UEBA) basate su machine learning consente il monitoraggio non invasivo del comportamento digitale. Anomalie negli orari d’accesso, consultazioni insolite di repository estranei alle mansioni, variazioni nei volumi di dati e modifiche non documentate ai dataset devono generare allarmi automatici e la sospensione cautelativa delle credenziali.
- Gestione granulare degli accessi privilegiati (PAM) e controllo incrociato: applicazione rigorosa del principio del minimo privilegio dinamico. Nessun ricercatore o amministratore di sistema deve poter interagire con codici sorgente o pipeline di dati critiche in perfetta solitudine. Occorre imporre meccanismi di approvazione a quattro occhi per ogni modifica strutturale e garantire la tracciabilità immutabile di ciascuna sessione.
- Segregazione chirurgica degli ambienti: separazione stagna ed ermetica tra ambienti di ricerca teorica o testing e architetture operative di produzione. I dati strategici e i parametri dei modelli operativi non devono mai risiedere o transitare sui segmenti di rete dedicati alla sperimentazione.
- Formazione avanzata al Counter-Humint: sensibilizzazione e addestramento del personale tecnico contro tentativi di reclutamento sottili, sollecitazioni anomale di informazioni da parte di finti enti di ricerca o approcci apparentemente innocui in contesti accademici e internazionali.
Caso Shape, eredità della vicenda Mons
L’arresto di Biwei Zhang a pochi passi dal comando operativo della NATO – con la sua scia di audizioni parlamentari a Ottawa, dibattiti diplomatici e retroscena su effrazioni e depistaggi digitali – si attesta come un fondamentale caso di studio.
Questo evento conferma che l’epoca in cui le minacce più gravi si manifestavano tramite attacchi ransomware devastanti o schermate di riscatto è superata dalleforme più evolute di scontro geopolitico.
Le offensive più pericolose del nostro tempo avanzano in totale silenzio, protette da curriculum vitae impeccabili, da nulla osta d’eccellenza e dal rispetto formale di ogni procedura d’ingresso.
Non forzano le barriere fisiche o logiche con la violenza di un attacco cibernetico frontale, ma abitano la rete dall’interno, mimetizzandosi tra le attività quotidiane di sviluppo e ricerca per raccogliere informazioni, orientare i modelli decisionali o preparare vulnerabilità da sfruttare al momento opportuno.
La robustezza di un’organizzazione non si misura più dalla forza teorica del suo firewall o dal numero di certificazioni cartacee accumulate, ma dalla velocità e dalla precisione con cui la sua architettura è in grado di rilevare e isolare l’anomalia nel momento esatto in cui un utente legittimo compie la prima azione difforme rispetto al suo profilo.
La sfida reale consiste nel costruire sistemi di difesa intelligenti, dinamici e privi di pregiudizi di fiducia, pronti a neutralizzare la minaccia un istante prima che possa trasformarsi in un danno irreversibile per la sicurezza collettiva.













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