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Agenti AI contro Taiwan: la guerra cyber entra nell’era degli attacchi autonomi



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Gli Agenti AI hanno attaccato Taiwan, mettendo in luce come l’intelligenza artificiale stia trasformando la guerra cibernetica. Ecco come l’attacco autonomo end-to-end ha operato in parallelo, adattando ricognizione e attacco in funzione di ciò che trovavano. Come mitigare il rischio

Pubblicato il 13 ago 2026



Agentic blabbering; AI Agent nelle organizzazioni: le 4 aree critiche; Agenti Ai attaccano Taiwan: la Cina inaugura una nuova fase della cyber guerra
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Hacker criminali legati alla Cina avrebbero colpito Taiwan con un attacco informatico “autonomo” basato sull’intelligenza artificiale senza precedenti.
Secondo il Financial Times, agenti AI hanno condotto operazioni simultanee di ricognizione ed intrusione, inaugurando una nuova fase della guerra cibernetica.

“Il punto non è che l’AI sappia attaccare, è che sta iniziando a farlo da sola”, commenta Sandro Sana, Ethical Hacker e membro Comitato Scientifico Cyber 4.0.

Inoltre, “l’elemento più preoccupante di questa operazione non è soltanto l’automazione dell’attacco, ma il ruolo abilitante dell’AI nel trasformare capacità offensive specialistiche in uno strumento scalabile”, secondo Pierluigi Paganini, analista di cyber security e Ceo Cybhorus.

Cyber attacco cinese autonomo: Agenti AI attaccano Taiwan

Presunti hacker cinesi sono sospettati di aver utilizzato strumenti di intelligenza artificiale disponibili al pubblico per compromettere siti web governativi a Taiwan in un inedito attacco.

Gli Agenti AI all’attacco di Taiwan mettono in luce come l’intelligenza artificiale stia trasformando la guerra cibernetica.

Secondo i ricercatori di Dream, un’azienda israeliana specializzata in IA che per prima ha individuato l’intrusione, gli aggressori hanno sfruttato agenti di AI open source per creare uno strumento di hacking autonomo che agiva come una squadra informatica coordinata.

“A Taiwan più agenti AI hanno operato in parallelo, adattando ricognizione e attacco in funzione di ciò che trovavano: questo significa più velocità, più bersagli e soprattutto un costo dell’attacco drasticamente più basso”, spiega Sandro Sana.

All’inizio di luglio, nell’arco di quattro giorni, lo strumento ha dispiegato contemporaneamente fino a otto agenti autonomi che hanno mappato 21 sistemi governativi, individuato le vulnerabilità e modificato le tattiche quando venivano bloccati.

“Otto agenti possono lavorare in parallelo, analizzare i risultati, cambiare strategia e cercare nuove strade senza una supervisione umana continua. Nel contesto dell’information warfare, questo significa poter aumentare enormemente velocità, persistenza e volume delle operazioni contro governi, infrastrutture e organizzazioni strategiche”, conferma Paganini.

Attacco autonomo end-to-end: i dettagli

Lo strumento ha compromesso almeno 85 account di utenti governativi, estraendo oltre 2.500 record relativi al personale prima di estendere l’attacco all’agenzia per la sicurezza nucleare di Taiwan e ad almeno sette aziende energetiche, come ha dimostrato la ricerca.

La scoperta arriva in un momento in cui i settori dell’intelligenza artificiale e della sicurezza informatica si confrontano con la capacità dei modelli di frontiera di identificare e sfruttare le vulnerabilità del software.

Come noto, Anthropic, OpenAI e Meta hanno segnalato che nuovi modelli di AI hanno sferrato attacchi informatici inaspettati durante i test.

Il direttore strategico di Dream, Amir Becker, che in precedenza era a capo delle operazioni informatiche dell’Unità 8200, l’unità d’élite israeliana di intelligence dei segnali, ha affermato di non aver mai visto prima d’ora un “attacco autonomo end-to-end” di questo tipo contro un obiettivo governativo.

La scoperta di Dream

I ricercatori di Dream hanno trovato prove dell’attacco informatico di luglio in un archivio online da 160 MB individuato nel corso di indagini condotte dall’azienda sulle attività in continua evoluzione degli autori di minacce informatiche.

L’archivio conteneva 1.395 file che dimostravano come lo strumento di hacking utilizzasse due sistemi di agenti di intelligenza artificiale open source, Hermes e OpenClaw, scaricabili e in grado di consentire ai modelli di IA di svolgere compiti in modo autonomo.

I ricercatori non sono riusciti a identificare quale modello di AI fosse stato utilizzato per alimentare gli agenti. Tuttavia, i dati hanno mostrato che le misure di sicurezza del modello sottostante erano state aggirate presentando l’attività di hacking come un’operazione autorizzata volta a testare le vulnerabilità del sistema.

A sorprendere i ricercatori di sicurezza è stata il modo in cui lo strumento classificava e ridefiniva continuamente le priorità dei possibili percorsi di attacco sulla base delle prove disponibili.

Quando un percorso di attacco falliva, lo strumento dispiegava un altro agente per setacciare Internet alla ricerca di informazioni e ideare un nuovo approccio. Esattamente come si comporterebbe un hacker umano.

“L’AI non sostituisce necessariamente l’attaccante: ne amplifica le capacità, riducendo costi e tempi e rendendo più facile mantenere campagne lunghe e adattive“, mette in guardia Paganini.

Regia cinese dietro l’attacco da parte di Agenti AI

L’avvento degli strumenti di intelligenza artificiale ha reso necessario che i governi partano ora dal presupposto di essere costantemente sotto attacco informatico.

“Questo deve essere il presupposto di base di ogni governo in tutto il mondo”, ha affermato Amir Becker. Una persona a conoscenza dell’attacco ha confermato che l’obiettivo era Taiwan.

Dream ha dichiarato di aver informato un Paese della regione «Asia-Pacifico» della violazione, senza fare nomi e senza attribuire l’attacco a un gruppo specifico.

Tuttavia i ricercatori hanno affermato che l’uso del cinese semplificato nelle comunicazioni interne collegate all’attacco indicava un’alta probabilità che l’autore fosse collegato alla Cina.

Le autorità cinesi non hanno commentato l’accaduto.

Ma i dati recuperati dal bersaglio erano scritti in cinese tradizionale, come avviene comunemente solo sui siti web governativi di Taiwan, Hong Kong e Macao.

Un portavoce del Ministero degli Affari Digitali di Taiwan, pur rifiutando di commentare l’attacco informatico, per motivi di riservatezza, ha aggiunto che tutti gli incidenti “che coinvolgono agenzie governative o infrastrutture critiche saranno gestiti secondo le procedure di segnalazione e risposta stabilite”.

Tuttavia, “i metodi di attacco degli hacker sono diventati sempre più diversificati e, negli ultimi anni, l’integrazione della tecnologia di intelligenza artificiale ha ulteriormente trasformato la natura degli incidenti di sicurezza informatica», ha spiegato il portavoce: “Gli agenti Ai hanno posto una doppia sfida alla difesa della sicurezza delle reti: gli attacchi sono automatizzati e gli stessi agenti di intelligenza artificiale diventano nuove vulnerabilità”.

“Con la maggiore diffusione di questo modello, l’AI potrebbe rendere le operazioni di information warfare più rapide, persistenti e difficili da attribuire. Attacchi capaci di adattarsi autonomamente alle contromisure aumenterebbero inevitabilmente la complessità dell’attribuzione e renderebbero più difficile coordinare una risposta tempestiva“, avverte Paganini.

I precedenti

Nel rapporto di gennaio, l’Ufficio per la sicurezza nazionale di Taiwan ha affermato che nel 2025 l’isola ha subito in media 2,6 milioni di attacchi informatici al giorno provenienti dalla Cina (+6% rispetto all’anno precedente).

Pechino rivendica Taiwan come parte del proprio territorio, secondo il principio “One China”, e minaccia di annetterla con la forza qualora Taipei si rifiutasse indefinitamente di sottomettersi al suo controllo.

Come mitigare il rischio

Nelle ultime settimane anche Anthropic ha riportato un caso di un’agente AI che ha sferrato attacchi cyber non richiesti.

Si affianca al pericoloso precedente di OpenAI-Hugging Face, che resterà nella storia come il primo esempio di attacchi AI autonomi senza la volontà umana. Anzi, contro di essa.

La lezione da trarre dagli incidenti di OpenAI e Anthropic è che la sicurezza tradizionale continua a rimanere il primo livello di difesa.

“Senza sistemi di AI in grado di analizzare rapidamente gli attacchi, correlare gli indicatori e supportare le decisioni, i difensori rischiano di trovarsi a reagire a campagne che evolvono più velocemente della loro capacità di comprenderle e contenerle”, mette in evidenza Paganini.

Segmentare la rete, applicare il principio del least privilege, effettuare la rotazione delle credenziali, isolare i sistemi di produzione, proteggere i metadata cloud, monitorare l’accesso ai cluster Kubernetes e limitare il traffico in uscita, sono tutte attività che avrebbero mitigato i rischi, ostacolando ed impedendo vari passaggi della catena di attacco.

“Il problema è che molte aziende affrontano ancora vulnerabilità e remediation con tempi umani e processi burocratici”, conclude Sandro Sana: “Se l’attacco viaggia alla velocità della macchina, non possiamo continuare a difenderci con i tempi della riunione del lunedì mattina”.

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