L'APPROFONDIMENTO

Threat landscape, conoscere le minacce per valutare la reale esposizione al rischio

L’analisi del threat landscape, ossia conoscere la panoramica delle minacce, consente di espandere la visione dei rischi anche al di fuori del perimetro cibernetico aziendale e, di conseguenza, acquisire le conoscenze e le informazioni necessarie per adattare le proprie policy di sicurezza

28 Apr 2021
I
Antonio Ieranò

Security, Data Protection, Privacy Expert

Una delle evoluzioni legate alle moderne concezioni della security è legato al fatto che non è più possibile fare considerazioni di esposizione e rischio basate solo sull’esperienza locale, ma occorre espandere la visione alla situazione dei rischi che esiste al di fuori del nostro stretto perimetro di visibilità: il threat landscape, o panoramica delle minacce per voler usare l’italiano, è diventato quindi nel tempo uno dei termini più utilizzati quando si parla di sicurezza informatica.

L’ambito che prima era legato essenzialmente ai vendor di security che si focalizzavano su alcuni aspetti specifici e agli analisti che si occupavano di warfare e problematiche geopolitiche, si è allargato al mondo Enterprise ed end user.

Non esiste conferenza, report o articolo di riviste specializzate che non forniscano questi dati: esistono fonti autorevoli anche italiane, quali il Rapporto Clusit o il sito Hackmageddon, che forniscono dati preziosi. Anche da parte dei vendor di security vi sono produzioni di report che forniscono una visione di dettaglio su aspetti specifici: come non citare i report dell’FBI o i report Verizon.

Ognuno di questi strumenti è utile per comprendere quale sia la reale esposizione al rischio in termini di pericolosità e di probabilità di un attacco. Ma per poterli “capire” occorre ragionare su cosa significhino le varie statistiche e come queste siano tra loro correlate.

Il motivo per cui è importante comprendere il threat landscape è che questo è un elemento fondamentale nel disegno delle funzioni di rischio che dovrebbero essere gli strumenti utilizzati nelle organizzazioni per determinare la natura dello spending di security, che significa su cosa concentrarsi e perché.

Non tutti i rapporti di threat landscape nascono uguali

I vari documenti che descrivono il threat landscape partono fondamentalmente da diverse metodologie di osservazione e raccolta dati, ma tutti hanno in comune la necessità di raccogliere e categorizzare gli incidenti.

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Come gli incidenti vengono raccolti è la prima discriminante delle varie rappresentazioni del threat landscape.

Il vincolo maggiore è a quale catena della kill chain di un attacco viene registrato e quali sono i parametri che vengono considerati.

Altre discriminanti sono ovviamente legate a considerazioni geografiche e di arco temporale in analisi, ma ultimamente hanno preso giustamente evidenza due parametri estremamente interessanti: la motivazione legata agli attacchi e il valore economico di questi.

Per leggere correttamente il threat landscape corrente, quindi, occorre avere un approccio che abbraccia almeno tre differenti aspetti:

  1. chi attacca
  2. perché
  3. come

La necessità di rispondere a queste tre domande è legata al fatto che non basta dire che ransomware o phishing sono nella top ten, ma occorre capire il perché ci sono, se ci rimarranno e cosa implica questa presenza.

Vediamo quindi di dare alcune chiavi di lettura legate al threat landscape corrente per capirne le varie implicazioni.

Il cybercrime è il grande protagonista

Una prima considerazione legata al threat landscape corrente è su quale sia il motore che spinge gli attacchi.

Le statistiche in questo senso variano leggermente in termini numerici (esiste sempre il problema della attribuzione) e si costruiscono associando un attacco a un attaccante (solitamente definito come Threat Actor con un codice o un nome).

Tra gli analisti e leggendo i vari report, però, risulta evidente che il trend attuale veda la grande predominanza del cyber crime.

Considerando i dati di Hackmageddon, ad esempio, vediamo che i rapporti sono, per il primo trimestre del 2021:

  • cybercrime: 86%
  • cyber warfare: 2,2%
  • Hacktivism: 1,1%
  • cyber espionage: 8,3%
  • altro: 2,4%

Al di là dei decimali, dalle percentuali è evidente come il cyber crime sia, in termini volumetrici, di gran lunga il vettore più presente nel delineare il threat landscape corrente.

Questa prevalenza implica una serie di cose che si devono comprendere.

Il cyber crime è un business

Le motivazioni che spingono il cyber crime sono essenzialmente economiche: l’obiettivo degli attori del cyber crime è il profitto ed è profondamente diverso, ad esempio, dall’Hacktivism, in cui le considerazioni economiche sono secondarie e le motivazioni sono dimostrative-ideali, o dalla cyber warfare mossa da motivazioni essenzialmente geopolitiche (si pensi ai sospetti recenti inerenti al sabotaggio delle centrifughe per arricchire l’uranio in Iran rivolti a Israele e Stati Uniti).

L’obiettivo del guadagno economico è quindi prevalente nel threat landscape corrente e questo indirizza gli attacchi verso aree specifiche che consentono la monetizzazione con il ROI (Return Of Investment) più alto possibile.

La prevalenza del cyber crime è giustificata dall’alta remunerabilità degli attacchi a fronte di una platea di vittime enorme, cosa che ha consentito la costituzione di vere e proprie organizzazioni specializzate e organizzate. Parliamo di valori economici dell’ordine dei miliardi di dollari, con un tasso di rischio bassissimo.

Non si tratta di gruppi disorganizzati ma di vere e proprie imprese ancorché illegali, con personale qualificato, ruoli ed orari di lavoro, una differenza marcata rispetto a un certo pressapochismo delle vittime.

Come il cyber crime genera revenue

Le metodologie più usate per generare revenue da parte del cyber crime sono essenzialmente l’uso di attacchi che uniscano malware (si pensi alla pervasività del ransomware) e social engineering.

In termini strettamente economici è proprio il social engineering che genera i volumi di denaro maggiore, anche se a livello di visibilità mediatica è il ransomware che ha una maggiore visibilità.

Secondo le stime dell’FBI, gli attacchi BEC (Business Email Compromise) coprono il 44% di tutte le perdite legate al cyber crime, circa il 66% in più rispetto gli attacchi ransomware, pur essendo numericamente minori (attorno al 1.2% del totale degli attacchi rispetto a circa il 33% degli attacchi via malware).

Il cyber crime, in questo momento, gode di una superficie di attacco estremamente estesa e i bersagli sono molteplici:

  • le organizzazioni sono oggetto di attacco DoS, ransomware, BEC, EAC (Email Account Compromise), furto di dati;
  • gli utenti generici sono vittime di truffe di vario tipo, dal sempreverde love scam a truffe di vendita online, per atterrare su job scam e via dicendo.

E i vettori di attacco sono molteplici: se l’e-mail è ancora quello più utilizzato (anche se non necessariamente il primo o l’ultimo oggetto della kill-chain), social media e sistemi di messaging aumentano la loro importanza.

Spesso gli attacchi sono sviluppati su più canali con diverse tecnologie e con kill chain complesse che rendono difficile l’associazione ad una categoria specifica: un malware, ad esempio un ransomware, che viene scaricato attraverso un’e-mail malevola tramite un link di una risorsa legittima ma compromessa, a che categoria appartiene?

In questo caso, i diversi vendor e report offrono diverse chiavi di lettura in funzione della visibilità, attribuzione e metodologia di raccolta dati.

Threat landscape: gli obiettivi del cyber crime

Siccome l’obiettivo del cyber crime è la monetizzazione dell’attacco, occorre capire cosa sia di valore da questo punto di vista.

Se BEC, truffe e ransomware (si pensi all’uso ricattatorio dei denial of service) sono facili da comprendere come fonti di guadagno dirette, esistono anche fonti di guadagno indirette e queste sono spesso la motivazione dietro a molti data breach di cui i media sono prodighi di informazioni (giusto per nominare i recenti da Facebook a LinkedIn, passando per Clubhouse).

I “dati” sono merce preziosa per diversi motivi ed hanno un valore intrinseco che spesso è diverso da quello che l’attaccato percepisce, esempio tra tutti i dati “personali”.

Da questo punto di vista, lo sviluppo di legislazioni di data protection, si pensi al GDPR o al recente CCPA (California Consumer Privacy Act) hanno fornito una spinta alla protezione di alcune tipologie di dati da parte delle organizzazioni che, però, sono sempre più a rischio ed esposte ad attacchi.

Malware as a Service

Un’ulteriore fonte di “reddito” è legata alla riutilizzazione delle risorse e strutture in uso dalle organizzazioni criminali dedite al cyber crime da parte di attori terzi.

Questi possono essere altre organizzazioni criminali o gruppi con motivazioni diverse che “affittano” le risorse per il tempo necessario a raggiungere i loro obiettivi utilizzando strutture estremamente affidabili e professionali, cosa che spesso rende ancora più difficile sia l’attribuzione che la comprensione dei motivi sottesi all’attacco.

L’importanza del fattore umano

Tutte le reportistiche che disegnano il threat landscape concordano su due aspetti: la prevalenza del cyber crime sulle altre forme di minaccia, ed il fatto che molte kill chain considerano l’interazione degli utenti come elemento fondamentale.

La dimensione del fattore umano è, nel threat landscape corrente, un aspetto non più ignorabile. Questo non significa che forme tradizionali di protezione siano desuete, ma che occorre aggiungere alle considerazioni di esposizione al rischio delle organizzazioni l’utente in quanto tale.

Alla luce delle considerazioni legate alle statistiche presenti degli attacchi risulta evidente come nelle kill chain il fattore umano sia sempre più importante, e intrinsecamente difficile da proteggere per oggettivi problemi tecnologici e per mancanza di competenze e consapevolezza delle potenziali vittime.

Questi due fattori non sono ignoti al cyber crime, che ha fatto del social engineering e dell’attacco all’utente uno dei suoi parametri caratteristici.

Threat landscape: cyberwarfare e il resto

È interessante osservare che alcune delle considerazioni fatte per il cyber crime siano estendibili anche ad altre aree.

Mentre l’Hacktivism ha motivazioni che spesso sono incompatibili con l’uso di risorse criminali, questo non si può dire ad esempio nel caso di cyber warfare o cyber espionage. Perché se è vero che le motivazioni possono essere diverse, è vero che molte tecnologie e risorse sono condivisibili (e spesso condivise).

Al di là della sovrapposizione tra gruppi criminali e gruppi “sponsorizzati” da governi per scopi di cyberwarfare, l’obiettivo di riuscita è analogo. Casi come SolarWinds che viene attribuito a diversi threat actor o il recente uso della vulnerabilità dei server Exchange attribuito ad Hafnium dimostrano come l’uso di tecnologie comuni al cyber crime siano in uso anche da altri attori, e che le stesse tecnologie siano “condivise” tra i diversi attori.

Think before you Link

Uno degli esempi più recenti di questa diffusione ubiqua delle tecniche di largo uso nel cyber crime è il recentissimo programma lanciato dai servizi di intelligence inglese chiamato “think before you link”, la cui motivazione è la affermazione da parte del MI5 che i servizi cinesi stiano usando LinkedIn a scopo di reclutamento o raccolta di informazioni sensibili.

Threat landscape e protezione delle organizzazioni

L’utilità di analizzare il threat landscape è direttamente proporzionale alla capacità di utilizzare le informazioni reperibili per aggiustare le proprie politiche di sicurezza in funzione della reale esposizione al rischio.

Tale esposizione dipende ovviamente dalle caratteristiche intrinseche dell’organizzazione, il valore che queste devono gestire e cosa succede “fuori” dall’organizzazione.

I dati recenti indicano come sia imperativo operare a più livelli per fornire una protezione coerente con la panoramica delle minacce correnti.

Volendo riassumere cosa suggeriscono le evidenze correnti si può affermare che la prevalenza del cyber crime indica che le possibili vittime sono non più riconducibili a settori limitati, a differenza del cyberwarfare e del cyber espionage, che hanno spesso bersagli specifici legati ai loro obiettivi, che il cyber crime ha interesse a espandere il suo raggio di azione sul maggior numero di bersagli possibili.

Non esiste, quindi, nessuna ragione per considerare una qualsiasi organizzazione (ma anche utenza singola privata) esentata dal rischio.

Gli attacchi si fanno sempre più complessi, si sviluppano sfruttando anche le tecniche di social engineering che sono più difficili da bloccare dal punto di vista tecnologico per diversi motivi, tra i quali essere multicanale, e che quindi richiedono un approccio non “tecnologico” ma di aumento della consapevolezza.

Anche attori non legati al cyber crime fanno leva sulle tecniche utilizzate dal cyber crime, quindi occorre espandere i meccanismi di protezione per coprire le tecnologie del cyber crime anche per le organizzazioni che non si considerano obiettivo specifico (si pensi a organizzazioni governative o addirittura di difesa).

Il disegno della soluzione di sicurezza deve tenere presente il complesso di una kill chain dal momento che la “vulnerabilità” va estesa non solo all’ambito tecnologico ma anche a quello umano a causa della sempre maggior presenza di attacchi che inseriscono il social engineering al loro interno, il che implica agire sulla messa in sicurezza dei canali di comunicazione (ad esempio e-mail, social media, Web) non solo dal punto di vista della ricerca di payload malevoli (che potrebbero essere presenti solo in alcuni punti della kill chain) ma anche del comportamento e reazione degli utenti alle sollecitazioni provenienti dagli attori malevoli.

I “valori” dell’organizzazione da proteggere devono tenere in considerazione anche gli obiettivi degli attaccanti considerando la possibilità di monetizzazione, un tipico esempio è la estensione della protezione agli ambienti di produzione e OT (Operational Technology).

Gli avversari sono professionisti capaci e spietati con grande competenza diffusa, non si parla più del singolo attaccante, il spesso mal denominato “hacker” (un hacker e un cyber criminale sono cose profondamente diverse, la confusione dei termini non aiuta la comprensione dei fenomeni complessi come quelli attuali), ma di organizzazioni criminali dotate di risorse, capaci di gestire attacchi complessi, fare ricerca e sviluppo e usare risorse world wide.

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@RIPRODUZIONE RISERVATA

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