L’adozione incontrollata di strumenti informatici non autorizzati all’interno delle organizzazioni ha raggiunto un nuovo livello di complessità con la diffusione dell’intelligenza artificiale generativa. Il fenomeno della Shadow AI rappresenta una sfida prioritaria per i responsabili della sicurezza informatica, costretti a confrontarsi con dipendenti che utilizzano piattaforme esterne per velocizzare il proprio lavoro quotidiano.
In un approfondito confronto tecnico tra esperti del settore, che ha visto protagonisti David Spark, produttore della rete CISO Series, Edward Contreras, Senior EVP e Chief Information Security Officer di Frost Bank, e Rob Allen, Chief Product Officer di ThreatLocker, sono emerse le criticità strutturali delle tradizionali direttive aziendali e la necessità di ripensare le strategie di contenimento del rischio.
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L’illusione dell’Acceptable Use Policy nell’era della Shadow AI
I tentativi di arginare la Shadow AI attraverso il semplice divieto o l’emanazione di linee guida comportamentali si rivelano storicamente inefficaci. Citando la riflessione dell’esperto Nick Colisto apparsa su CIO.com, Spark ha evidenziato come proibire categoricamente l’uso di questi strumenti sia un’illusione, poiché il personale tende ad adottare autonomamente qualsiasi tecnologia in grado di facilitare l’esecuzione dei propri compiti. Il problema risiede nella percezione individuale del rischio: nessun lavoratore che inserisce dati aziendali in una piattaforma esterna ritiene di costituire un pericolo per la propria organizzazione.
La convinzione che l’addestramento e i documenti di policy possano modificare i comportamenti individuali viene messa in discussione da Allen, il quale analizza i limiti delle regole scritte basandosi sulle dinamiche osservate nelle aziende: «Niente di tutto questo funziona. E posso dirlo per esperienza personale all’interno della nostra organizzazione: si può dire alle persone che non dovrebbero usare strumenti diversi dal tool approvato, e si può essere assolutamente certi che utilizzeranno altri strumenti di cui sentono il bisogno per svolgere il proprio lavoro.»
L’esperienza diretta di ThreatLocker conferma questa tendenza. Nonostante all’interno dell’azienda fosse stato messo a disposizione di tutto il personale l’accesso retribuito a Microsoft Copilot 365, i sistemi di monitoraggio hanno mostrato che numerosi dipendenti continuavano ad accedere in modo autonomo a ChatGPT. La presenza di uno strumento ufficiale e approvato non è stata sufficiente a fermare il ricorso alla Shadow AI, dimostrando che la visibilità da sola identifica il problema ma non lo risolve.
La tensione tra controlli di sicurezza e burocrazia aziendale
L’insorgere della Shadow AI condivide le medesime radici dello Shadow IT tradizionale, alimentandosi delle rigidità burocratiche imposte dalle strutture di sicurezza. Contreras sottolinea come la diffusione di soluzioni non autorizzate sia direttamente proporzionale al livello di attrito generato dai processi interni di approvazione. Quando la richiesta di un nuovo strumento richiede iter complessi, analisi dei casi d’uso e inventari di controllo macchinosi, la struttura aziendale finisce per spingere i dipendenti verso scorciatoie operative.
Nell’analisi di Contreras emerge la necessità di trovare un punto di equilibrio operativo tra le esigenze del business e le rigide necessità di tutela dei dati: «Se la sicurezza ottiene tutto ciò di cui ha bisogno, si avranno dipartimenti ombra. Se il business ottiene tutto ciò di cui ha bisogno, non si avrà sicurezza. Bisogna trovare un equilibrio.»
Un’ulteriore complicazione riguarda la gestione delle eccezioni. Come nota Contreras, una volta stabilita una regola aziendale, la richiesta di un’eccezione diventa la prassi inevitabile. Un team di sviluppo, ad esempio, potrebbe richiedere l’utilizzo di una versione precedente o differente di un modello linguistico come Claude rispetto a quella approvata dall’IT per ragioni di compatibilità. Se il processo di revisione risulta troppo lento, la creazione di dipartimenti ombra diventa una conseguenza automatica. Per superare questa impasse, Allen evidenzia l’importanza di spostare il focus dai documenti di policy ai controlli tecnici sull’infrastruttura, come il blocco preventivo dell’esecuzione di applicazioni non autorizzate o l’inibizione dell’accesso di rete a domini specifici.
La gestione della Vuln-pocalypse e la redistribuzione delle responsabilità
Oltre alla gestione della Shadow AI, i dipartimenti di sicurezza devono fronteggiare l’accelerazione della cosiddetta “vuln-pocalypse“. Il concetto, formulato da Ellis su CyberSec Media e citato durante il dibattito, descrive uno scenario in cui i sistemi basati su intelligenza artificiale individuano falle nel software a un ritmo superiore rispetto alla capacità del catalogo CVE di registrarle. Il team di ingegneria scrive il codice, rilascia le dipendenze e spesso trascura la manutenzione, lasciando ai team di sicurezza l’onere di catalogare difetti che non hanno la capacità tecnica o l’autorità per correggere.
Per evitare che il CISO continui a farsi carico di compiti non propri, Contreras propone di distinguere nettamente il concetto di responsabilità esecutiva da quello di accountability. La sicurezza deve occuparsi della supervisione, della reportistica e della definizione dei tempi di conformità, mentre l’effettiva applicazione delle patch deve ricadere su chi sviluppa il codice.
Personalizzazione dei report per i team di sviluppo
Un metodo efficace per attuare questa transizione consiste nel suddividere le analisi di rischio per singolo prodotto. Invece di inviare un unico report massivo a tutta l’azienda, la sicurezza deve distribuire viste personalizzate ai vari gruppi di lavoro. Assegnando a ciascun team la visibilità esclusiva sul software di sua competenza, gli sviluppatori possono concentrarsi sulla bonifica del proprio prodotto senza dover gestire una mole indistinta di dati.
Dal canto suo, Allen sottolinea come la sola applicazione delle patch di sicurezza non rappresenti più una strategia sufficiente o sostenibile per contenere le vulnerabilità: «I cerotti e le patch sono parte della soluzione, ma il patching non sarà una strategia sostenibile per la maggior parte delle organizzazioni, perché il fatto reale è che, in molti casi, le patch non esisteranno affatto.»
Molte aziende utilizzano software che non ricevono aggiornamenti da anni o realizzati da fornitori non più esistenti. La strategia corretta richiede di assumere come dato di fatto la presenza di falle nel codice e adottare misure di isolamento e contenimento degli accessi.
Gestione dei sistemi operativi e l’impatto reale sulla sicurezza aziendale
Il dibattito si è esteso alla comparazione tra i diversi sistemi operativi presenti in ambito aziendale, sfatando il luogo comune secondo cui le macchine macOS siano intrinsecamente meno sicure rispetto a Windows.
Contreras evidenzia come la sicurezza dipenda dalla gestione operativa delle risorse piuttosto che dall’hardware utilizzato. Se un’organizzazione assegna un intero team alla gestione dei dispositivi Windows e una sola persona alla flotta Mac, le vulnerabilità emergeranno inevitabilmente dal divario di gestione e non dai difetti della piattaforma.
Allen sostiene la superiorità architetturale di macOS dal punto di vista della protezione integrata contro attacchi fisici. Durante la discussione, Allen ha mostrato come l’inserimento di un dispositivo hardware malevolo come un Rubber Ducky su un sistema Windows apra immediatamente una finestra PowerShell per la fuoriuscita dei dati, mentre su macOS il sistema operativo blocca l’azione richiedendo molteplici autorizzazioni all’utente. Tuttavia, Allen ha ricordato come anche i sistemi Mac presentino vulnerabilità critiche, citando una dimostrazione tecnica in cui una falla nello stack Bluetooth ha consentito l’apertura di una shell remota attraverso la connessione di un paio di cuffie, problema successivamente risolto da Apple.
Riconfigurare il recruiting nella cybersecurity per superare la mancanza di immaginazione
Un altro fattore critico analizzato dagli esperti riguarda le modalità di selezione del personale tecnico. Richiamando un’analisi di Brett Conlon di American Century Investments, si rileva che il settore non soffre di una carenza di talenti, bensì di una mancanza di immaginazione nelle fasi di selezione. I tradizionali annunci di lavoro basati sulla ricerca di acronimi e certificazioni finiscono per premiare le capacità mnemoniche negli esami, escludendo profili dotati di spiccata attitudine alla risoluzione dei problemi.
Tattiche pratiche per filtrare i candidati
Per identificare le figure più idonee fin dalle prime fasi di candidatura, Contreras consiglia di inserire piccole istruzioni specifiche o dettagli nascosti nel testo dell’annuncio. Questo sistema permette di verificare immediatamente se il candidato ha letto con attenzione la descrizione della posizione lavorativa prima di inviare il curriculum vitae.
A supporto di questa tesi, Spark ha condiviso un’esperienza diretta relativa a una ricerca di personale: su 350 candidature ricevute per una posizione che richiedeva di rispondere a una semplice domanda inserita nel testo dell’annuncio, soltanto 18 candidati hanno seguito le istruzioni.
L’esperienza di ThreatLocker conferma la validità di questo approccio. Allen sottolinea come i migliori elementi inseriti nell’organizzazione provengano spesso da settori estranei alla cybersecurity, dimostrando che l’attitudine all’apprendimento e la curiosità sono elementi più preziosi della conoscenza nozionistica, facilmente integrabile attraverso la formazione interna. Durante i colloqui, porre domande elementari sulla storia e sui prodotti dell’azienda permette di scartare immediatamente circa il 90% dei candidati privi di reale interesse.
Strategie d’azione per i leader della sicurezza informatica
Governare la proliferazione della Shadow AI e la crescente complessità delle infrastrutture digitali richiede il passaggio da un modello basato su regole passive a un’architettura incentrata sul controllo attivo delle risorse.
La sintesi dell’approccio preventivo viene espressa da Allen in merito alla filosofia della gestione del rischio: «Il futuro della sicurezza informatica non sarà definito da chi possiede il maggior numero di avvisi, ma da chi possiede il maggior numero di controlli.»
I responsabili della sicurezza sono chiamati a ripartire correttamente le responsabilità tecniche con i team di sviluppo, adottare restrizioni granulari sull’esecuzione dei software e rinnovare i processi di selezione del personale per integrare competenze analitiche in grado di gestire scenari inediti.













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