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Bloccati Fable 5 e Mythos 5 dopo ordine del Governo Usa: ecco l’impatto della dogana cognitiva



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In un’operazione di recall, senza precedenti dei modelli di AI, Anthropic è costretta a ritirare Fable 5 e Mythos 5, di cui il primo è stato violato in 24 ore. Il suo jailbreak aveva esposto sue istruzioni segrete, mostrando la fragilità dei sistemi di sicurezza proprietari di fronte ad attacchi agentici distribuiti. In gioco la sicurezza nazionale

Pubblicato il 13 giu 2026

Alessandro Curioni

Fondatore di DI.GI Academy, specializzato in Information Security & Cybersecurity – Data Protection



Trump ordine esecutivo leggi IA statali; L'AI di Anthropic supporta i raid Usa negli attacchi contro l'Iran: la questione non è etica bensì istituzionale; Governo Usa ordina ad Anthropic il ritiro di Fable 5 e Mythos 5: ecco l'impatto della dogana cognitiva
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Il 12 giugno 2026 Anthropic ha comunicato di aver ricevuto una direttiva del governo statunitense che impone la sospensione dell’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 per qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri della stessa azienda.

Per rispettare l’ordine, Anthropic ha dichiarato di dover disabilitare
bruscamente l’accesso ai due modelli per tutti i clienti.
La notizia potrebbe essere letta come l’ennesimo episodio della difficile regolazione dell’intelligenza artificiale oppure, in linea con i dazi, una nuova manifestazione del trumpismo.

Sarebbe però una lettura comoda e quindi insufficiente. In realtà il caso segna la nascita della dogana cognitiva.

Il governo Usa ordina ad Anthropic il ritiro di Fable 5 e Mythos 5

Non siamo di fronte soltanto a una controversia tecnica sulla sicurezza di un modello, né a un normale provvedimento di export control applicato a una tecnologia emergente.

Siamo al cospetto di qualcosa di più interessante e più rivelatore: la trasformazione dell’accesso in frontiera:
Non una frontiera con il filo spinato, ma con una schermata di login, nemmeno una dogana con il timbro sul passaporto, ma con una credenziale che improvvisamente smette di funzionare.
Nel mio ultimo libro Guerre diffuse ho scritto che per decenni ci siamo raccontati che le tecnologie fossero strumenti: estensioni funzionali della volontà umana, attrezzi del progresso, moltiplicatori neutri della capacità collettiva.

La neutralità è stata un mito utile perché rassicurante: se è un attrezzo, basta imparare a usarlo; se è neutro, la responsabilità è solo dell’utilizzatore.

Ma ogni tecnologia incorpora un progetto politico, un’idea di mondo, una visione del potere, non perché sia “cattiva” o “buona”, ma perché stabilisce cosa è possibile, cosa è difficile, cosa è invisibile, cosa diventa automatico.

La regola madre resta semplice e affilata: quando diciamo tecnologia, stiamo parlando di architettura del possibile.

Cosa sembra confermare la vicenda di Anthropic

Un modello di intelligenza artificiale non è un semplice prodotto digitale, non è un software come gli altri, non è una macchina da usare meglio o peggio, ma un’infrastruttura cognitiva.

Non si limita a rispondere a una domanda: sposta il costo di formularla, la velocità di verificarla, la possibilità di trasformarla in azione.

Decide cosa può essere automatizzato, accelerato, cercato, scritto, scoperto, simulato.

Sceglie quali competenze diventano disponibili e a chi.
Impone quali attività si abbassano di costo e quali capacità diventano improvvisamente accessibili.

In altre parole, non esegue soltanto compiti: modifica il perimetro del possibile.
Quando un governo interviene per limitare l’accesso a un modello, non sta soltanto “regolando” una tecnologia.

Sta decidendo chi può abitare una certa porzione del futuro. È una frase che può sembrare eccessiva, ma è solo la conseguenza logica del mondo in cui
viviamo.

Se l’intelligenza artificiale diventa una tecnologia abilitante, allora limitarne
l’accesso significa limitare la capacità di agire, innovare, competere, difendersi, conoscere.
La sicurezza nazionale entra così in una zona delicatissima, perché non si limita a proteggere: seleziona.

Una procedura tecnica può diventare un atto geopolitico

Naturalmente il problema della sicurezza esiste. Nessuno può fingere che modelli sempre più potenti non possano essere usati anche per finalità offensive, criminali o destabilizzanti e su queste versioni di Claude il dubbio è che non sia neppure “dual use”, ma “single use” ovvero armi (minuti per trovare una vulnerabilità, qualche girono per capire come sfruttarla, mesi o anni per aggiornare i sistemi).

Il punto non è negare il rischio, ma capire che la risposta al rischio produce a sua volta potere.

Una misura di sicurezza disegna un dentro e un fuori, un vincolo stabilisce chi è affidabile e chi no, una procedura tecnica può diventare un atto geopolitico, soprattutto quando riguarda tecnologie che non sono più strumenti, ma ambienti.

È il solito dettaglio che tale non è mai: la serratura dice molto della
porta, ma ancora di più di chi possiede le chiavi.
Sempre in Guerre diffuse, parlando del potere tecnologico, osservavo che esiste una seconda forma attraverso cui esso si manifesta: l’interdizione. Essa è molto più netta, perché chiude la strada.

Non è necessariamente un blocco totale; spesso è un’interruzione selettiva, una compatibilità negata, un aggiornamento che non arriva, un accesso revocato, una licenza che si spegne.

La potenza dell’interdizione è che si presenta come procedura: sembra un atto tecnico, una policy, un requisito e invece è geopolitica materializzata.

Cosa significa l’interdizione tecnologica

È difficile immaginare una formula più adatta alla vicenda Anthropic: un accesso revocato, una licenza che si spegne, un modello che diventa improvvisamente indisponibile.

Qui il potere non si manifesta distruggendo qualcosa, ma rendendolo inaccessibile.

Non vieta il mondo intero, ne chiude una porta.

Nessuna frattura visibile, ma una soglia ed è proprio essa, oggi, a essere diventata una delle forme più raffinate del comando.
Così emerge una delle caratteristiche più profonde delle guerre diffuse: il conflitto non ha più bisogno di apparire come tale.

Può presentarsi come policy, requisito, clausola, direttiva, aggiornamento, sospensione temporanea: non serve invadere, basta revocare.
Non serve distruggere, basta rendere incompatibile. Non serve dichiarare ostilità, basta invocare la sicurezza e il risultato è spesso lo stesso: qualcuno resta fuori dal sistema che conta.

La guerra, quando diventa abbastanza matura, impara a vestirsi da modulo
amministrativo.
L’interdizione tecnologica è potente proprio perché sembra amministrativa. Non ha il fragore della guerra, non ha la teatralità della sanzione spettacolare e neppure la durezza visibile di un blocco fisico.

Si presenta come procedura. Eppure, dentro quel gesto apparentemente tecnico, si concentra una nuova forma di potere: decidere chi può usare
una capacità e chi deve restarne privo
.

L’ambiguità del rapporto tra Stato e piattaforme nel ritiro di Fable 5 e Mythos 5

La vicenda Anthropic mostra anche l’ambiguità strutturale del rapporto tra Stato e piattaforme tecnologiche.

Da una parte, lo Stato rivendica il diritto di intervenire in nome della sicurezza nazionale. Dall’altra, l’infrastruttura concreta su cui interviene è prodotta, gestita e distribuita da un soggetto privato globale.

Il governo ordina, l’azienda esegue, i clienti subiscono.

Il punto forse più interessante è che nessuno dei tre possiede da solo l’intero campo.

Lo Stato ha il potere della norma, l’azienda quello dell’infrastruttura, gli utenti quello della dipendenza. La sovranità, in questo triangolo, non scompare: si
frammenta e così non diventa più debole; spesso è soltanto più difficile da vedere.

Non solo Anthropic: il ritiro mostra che Fable 5 e Mythos 5 stanno diventando architetture politiche

Per questo la notizia non riguarda soltanto Anthropic, Fable 5 o Mythos 5, ma la forma che stanno assumendo le tecnologie strategiche.

Più diventano centrali, meno possono essere trattate come neutrali; più promettono accesso universale, più diventano oggetto di selezione; più si presentano come strumenti aperti, più rivelano di essere architetture politiche.
L’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, non è solo una tecnologia da sviluppare o contenere.

È un ambiente da governare, il che significa decidere le condizioni di accesso,
le soglie di rischio, le categorie di esclusione, le forme di responsabilità. La domanda non è più soltanto: che cosa può fare un modello? La domanda diventa: chi può usarlo, per fare cosa, sotto quale giurisdizione, con quali limiti, secondo quale idea di sicurezza?
È qui che la questione tecnica trona ad essere politica e la seconda rischia di nascondersi dietro prima.

Quando una decisione viene presentata come misura di sicurezza, tende a
sottrarsi alla discussione pubblica e acquisisce un vantaggio retorico enorme: chi la contesta sembra ingenuo, irresponsabile o complice del rischio e proprio per questo deve essere maneggiata con cura.

Nel ritiro di Fable 5 e Mythos 5 arriva la dogana cognitiva

Una sicurezza senza trasparenza può diventare interdizione, così come una procedura senza spiegazione può diventare potere opaco e un divieto senza proporzionalità può trasformare la protezione in controllo.
La questione, allora, non è stabilire se un governo debba o non debba intervenire sui modelli di frontiera – perché è evidente che debba poterlo fare -, almeno in alcune circostanze.

Il tema è come, con quali criteri, con quali prove, con quale controllo, con quale possibilità di contestazione.

Se una tecnologia decide il possibile, la decisione di spegnerla o limitarla non può restare confinata nell’ombra amministrativa. Non basta dire “sicurezza nazionale” come si accende una luce rossa sopra una porta chiusa.
Le guerre diffuse non si riconoscono perché assomigliano alle guerre del passato. Si identificano perché modificano lentamente le condizioni della normalità. In questo caso, la normalità che cambia è l’accesso all’intelligenza artificiale.

Se fino a ieri sembrava un servizio; oggi appare per quello che è: un ambito di sovranità.
La nuova frontiera non passa solo dai confini nazionali, ma dagli account, dalle credenziali, dalle policy, dalle API, dai modelli accessibili o non accessibili.

È una dogana silenziosa, fatta di autorizzazioni e revoche, di compatibilità e interdizioni. Non si vede sulle mappe, ma decide chi potrà muoversi nel mondo che sta arrivando.
Se l’accesso diventa confine, allora la tecnologia smette definitivamente di essere uno strumento e diventa territorio.

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