Il 13 agosto, un’esplosione ha devastato una porzione dello stabilimento KNDS Ammo Italy a Colleferro (RM), l’ex fabbrica Simmel Difesa che produce munizioni di medio e grosso calibro per le forze armate italiane e diversi eserciti alleati, tra cui quello ucraino.
L’indagine aperta sull’episodio si è allargata, nelle due settimane successive, ben oltre l’ipotesi dell’incidente industriale, fino a intrecciarsi con una serie di eventi analoghi verificatisi nelle stesse settimane in Bulgaria, in Germania e in Francia.
Il filo conduttore di questi eventi, è che hanno interessato impianti che sostengono, direttamente o indirettamente, la catena di approvvigionamento bellico dell’Ucraina.
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Colleferro, Bulgaria e Lipsia: cosa c’è dietro gli attacchi di guerra ibrida
La deflagrazione di Colleferro si è sviluppata nell’area dello stabilimento dedicata alla lavorazione e alla compressione della polvere da sparo, dopo che un incendio si era propagato all’interno dei locali.
L’impianto realizza tra l’altro proiettili di artiglieria destinati all’Ucraina attraverso partner europei.
Il sindaco della città, Giulio Calamita, si è detto propenso a considerare l’ipotesi di un incidente accidentale piuttosto che quella di un’azione deliberata, e sulla stessa linea si è espresso il ministro della Difesa Guido Crosetto.
La Procura di Velletri ha intanto aperto un fascicolo per “disastro colposo contro ignoti”, la formula tecnica che consente di procedere quando non vi sono ancora elementi sufficienti per orientare l’indagine verso un’ipotesi specifica.
È in questo contesto che è emersa come una delle piste da verificare l’ipotesi di un possibile sabotaggio di matrice russa.
A far propendere gli inquirenti per un approfondimento in questa direzione sono stati soprattutto due elementi, la vicinanza temporale con un episodio quasi identico avvenuto in Bulgaria tre giorni prima, e l’attivismo di una rete di profili social automatizzati, riconducibili alla propaganda del Cremlino, che ha celebrato la notizia dell’esplosione italiana nelle ore immediatamente successive, insieme a canali Telegram legati a RT e Ruptly, l’emittente statale russa bandita nell’Unione europea.
Anche alcune sigle italiane vicine a posizioni filorusse hanno rilanciato la vicenda, arrivando a parlare di un coinvolgimento italiano nel conflitto.
L’esplosione del drone a Lipsia
La stessa dinamica si è manifestata, in direzione opposta, attorno al caso di Lipsia, dove nella notte tra il 4 e il 5 agosto 2026, un drone carico di esplosivo è stato trovato vicino a un cargo Antonov ucraino nell’aeroporto di Lipsia/Halle (non è esploso per un problema al detonatore), mentre un secondo oggetto ha colpito in volo un aereo DHL, dirottato su Hannover.
Un terzo drone con esplosivo militare è stato poi ritrovato il 14 agosto nei dintorni dello scalo.
Canali vicini al Cremlino hannofatto circolare l’ipotesi che l’attacco fosse in realtà un’operazione sotto falsa bandiera organizzata dall’Ucraina per rafforzare il sostegno occidentale nei propri confronti, sul modello di quanto ipotizzato in passato per il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream.
Un’inchiesta del settimanale tedesco Die Zeit, ripresa e verificata da organizzazioni indipendenti di fact-checking, ha giudicato questa ipotesi poco plausibile, sottolineando come sia semmai la Russia ad avere un interesse molto più diretto a colpire uno snodo logistico usato per il sostegno militare a Kiev.
I precedenti in Germania
Gli investigatori tedeschi hanno inoltre riferito di aver individuatotracce di Dna sul primo ordigno, con indicazioni di un possibile collegamento a un precedente episodio avvenuto proprio a Lipsia nel luglio 2024, quando un pacco contenente un ordigno incendiario prese fuoco nell’hub logistico DHL dello scalo prima di essere caricato su un volo diretto in Inghilterra: un fascicolo per il quale sono attualmente sotto processo a Vilnius alcuni imputati accusati di terrorismo e sabotaggio per conto di una potenza straniera, con un’accusa che secondo la procura lituana riconduce l’operazione a cittadini russi collegati ai servizi di intelligence militare di Mosca.
Una fonte dell’intelligence statunitense, citata dall’emittente americana Abc News, ha riferito che le caratteristiche tecniche del primo ordigno risultavano compatibili con quelle tipicamente utilizzate dal GRU.
Il caso bulgaro
L’episodio bulgaro riguarda invece il deposito della società Emco, nel villaggio di Belica, andato distrutto da un incendio seguito da una serie di esplosioni il 10 agosto.
Lo stesso management dell’azienda ha successivamente dichiarato che le prime verifiche interne escludevano un errore umano, senza però confermare l’ipotesi di un’interferenza esterna, che resta anch’essa uno degli scenari al vaglio degli investigatori bulgari.
Il caso Emco, però, è legato a un precedente che pesa sulla lettura di ogni nuovo episodio: il proprietario dell’azienda, Emilian Gebrev, sopravvisse nel 2015 a un avvelenamento da Novichok che le autorità bulgare attribuirono anni più tardi al GRU.
Inoltre, una successiva inchiesta giornalistica internazionale, condotta da Insider e Bellingcat, ha ricostruito il collegamento tra un’esplosione avvenuta nel 2011 in un deposito Emco vicino al villaggio di Lovnidol e l’attività della cosiddetta Unità 29155 del GRU, la stessa struttura ritenuta responsabile di altre operazioni di sabotaggio e avvelenamento compiute in territorio Nato.
In più, nei giorni successivi all’incendio, un ex vicedirettore tecnico dell’azienda, Naiden Iliev, ha dichiarato pubblicamente all’emittente Nova di ritenere più probabile un atto doloso rispetto all’innesco accidentale della polvere da sparo, indicando la Russia come possibile beneficiaria di una destabilizzazione del comparto bellico bulgaro; l’Agenzia statale per la sicurezza nazionale bulgara sta conducendo verifiche parallele a quelle della procura distrettuale di Gabrovo, che non ha finora escluso alcuna ipotesi.
Lo scenario in Francia
Il quadro si allarga ulteriormente se si considera quanto accaduto in Francia nella notte tra il 6 e il 7 aprile 2026, quando una serie di incendi dolosi ha colpito alcune infrastrutture elettriche nel dipartimento del Cher, tra cui una cabina di trasformazione ad alta tensione che alimenta impianti collegati ai gruppi della difesa MBDA e KNDS, lo stesso consorzio proprietario dello stabilimento di Colleferro.
L’attacco, definito “coordinato” dalla prefettura locale, ha lasciato senza corrente circa tremila utenze e ha causato danni per diversi milioni di euro. Sul luogo si sono trovate scritte murali riferite ad azioni contro la guerra, che hanno indotto una parte degli inquirenti a orientarsi verso un’ipotesi di matrice anarchica e antimilitarista.
Proprio questo caso, tuttavia, diversi analisti della sicurezza citano, per esempio, come un’operazione di sabotaggio possa essere costruita in modo da restare ambigua e che quindi la rivendicazione ideologica serve in realtà a coprire un mandante diverso.
Questa tecnica, secondo fonti dell’intelligence occidentale citate dalla stampa specializzata, sarebbe coerente con il modo in cui Mosca opererebbe da tempo in territorio europeo, ossia lasciando che ogni singolo episodio possa essere letto come un incidente tecnico o un gesto di attivismo interno.
I 150 episodi di campagna ibrida russa
Secondo i dati raccolti dal Munich Security Report 2026, tra il gennaio 2022 e il dicembre 2025 si sarebbero verificati in territorio dell’Unione europea e della Nato circa centocinquanta episodi riconducibili, con vari gradi di certezza, a una campagna ibrida russa: incendi dolosi, atti di sabotaggio, spionaggio, sorvoli non autorizzati di droni e pacchi incendiari, diretti in prevalenzacontro Paesi che sostengono attivamente l’Ucraina.
Le reazioni dei singoli governi europei a questi episodi non sono state uniformi. Le autorità italiane e quelle bulgare hanno finora mantenuto un atteggiamento prudente rispetto al possibile coinvolgimento russo nei rispettivi casi.
Altri Paesi si sono invece mostrati più espliciti. Le autorità ceche ed estoni, per esempio, hanno pubblicamente indicato la pista russa come una delle possibili da seguire in relazione a un incendio doloso avvenuto a marzo in un’azienda di Pardubice attiva nella produzione di droni per l’Ucraina, e a un altro rogo divampato ad agosto in una struttura della società di robotica Milrem, a Tallinn.
Il filo rosso che unisce gli incidenti a Colleferro, Lipsia, Bulgaria e Francia: l’origine degli attacchi
Preso singolarmente, nessuno degli episodi citati costituisce oggi una prova di un’azione orchestrata da Mosca: le indagini di Velletri e quelle bulgare restano aperte, e la stessa Germania, pur apparendo ormai vicina a una presa di posizione ufficiale sul caso di Lipsia, non ha ancora reso pubblica alcuna attribuzione formale.
Resta però il fatto che il numero e la distribuzione geografica di incidenti che colpiscono, nell’arco di poche settimane, impianti collegati alla produzione o al trasporto di materiale bellico destinato all’Ucraina, ha spinto diversi governi europei a rivedere il livello di protezione riservato a questo tipo di infrastrutture, trattandole sempre più spesso come obiettivi sensibili al pari di altre infrastrutture critiche, indipendentemente dal fatto che, caso per caso, l’origine dell’incidente si riveli infine accidentale o dolosa.









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