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AI e spionaggio: dov’è il confine e cosa apporta il digitale all’elemento umano


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Nel mondo dello spionaggio e del controspionaggio la HUMINT, Human Intelligence, agisce sfruttando le relazioni umane per avere accesso fisico e diretto ad ambienti riservati. Ad essa si sta affiancando l’AI ma non per sostituire l’elemento umano nello spionaggio. Ecco perché è ancora fondamentale la tecnica investigativa legata alle reti umane

Pubblicato il 9 set 2026

Marco Santarelli

Analista Investigativo su reti informative e sicurezza internazionale



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AI e spionaggio




Con l’avanzare della tecnologia, nelle attività di spionaggio e controspionaggio l’elemento digitale si affianca sempre di più all’ormai consolidato elemento umano.

L’intelligenza artificiale sta entrando ormai nelle attività di raccolta e penetrazione, così come in quelle di controspionaggio.

Vediamo però dove risiede il confine e se questa tecnologia imperante offre allo spionaggio qualcosa in più rispetto al passato.

Informazione e società trasparente

Un concetto merita chiarezza, una volta per tutte: nel mondo dello spionaggio e del controspionaggio la HUMINT, Human Intelligence, agisce sfruttando le relazioni umane per avere accesso fisico e diretto ad ambienti riservati.

Ad essa si sta affiancando, non sostituendo, la tecnologia e in particolar modo l’intelligenza artificiale.

Dalla questione informativa più tecnicamente data, quella dei dati e dei bit, rispetto a chi l’ha consacrata, Shannon, che esplora dei territori di cui oggi noi siamo ben consapevoli, oggi siamo passati ad un’informazione più o meno consolidata attraverso i nuovi strumenti digitalizzati: AI, tecniche di investigazioni innovative, come OSINT, SIGINT, COMINT, ELINT, GEOINT o ININT, detta anche TECHINT.

In questa nostra epoca così digitalizzata, con tali presupposti, sembra che la HUMINT non sia più plausibile. Ma, in realtà, c’è ancora molto da dire rispetto proprio alla tecnica investigativa legata prevalentemente alle reti umane.

Il paradosso della trasparenza

Questo meccanismo lo aveva capito più di ogni altro il filosofo Gianni Vattimo.

Nel suo libro, infatti, del 1989, “La società trasparente”, il filosofo torinese lascia intendere che la partita del futuro non si gioca più sulla copertura o solo su effetti di controspionaggio da copertura intesa con un cambio passaporto o con una “barba finta”, ma si gioca prevalentemente nella totale trasparenza. Sembra un paradosso, ma è così.

In un mondo così fortemente tecnologico e di sviluppo eccessivo di alcune forme di tecnologia, le fonti criminali e le persone, che tendono a manipolare la realtà sociale e a preparare attacchi terroristici, hanno fonti di denaro illimitate, quindi, hanno la possibilità di avvalersi di figure anche più esperte di quelle a disposizione dei governi.

Dunque, la criminalità arriva prima dei governi stessi. Si insidia nelle gare d’appalto delle pubbliche amministrazioni per inserire spie interne e microchip in maniera illegale per monitorare le azioni di tutti gli attori coinvolti nelle indagini di investigazione, così come nei vari ministeri per confondere e diffondere delle tecnologie meno appropriate e così via.

Paradossalmente, quindi, servono persone sempre più abituate e propense a un pensiero critico per mettere insieme elementi ed eventi che la tecnologia non può mettere insieme e non lo potrà fare mai.

AI e spionaggio: i limiti

L’AI lavora per assiomi e accorpamenti di idee e calcoli algoritmici e formula le sue risposte anche in base alle domande degli interlocutori. Una tecnologia, quindi, compiacente, come i social d’altronde, che non risolve il problema, ma che ci dà una visione olistica delle cose che può servire a colmare una conoscenza, a rispondere a delle domande, a intrecciare alcuni rapporti, ma che non risolve il caso o un’indagine specifica.

Agisce in maniera verticale, entrando nella conoscenza delle persone, ma non si muove in maniera orizzontale, cioè in maniera critica e soprattutto battendo fisicamente il territorio, in cui si verificano i fatti oggetto di indagine.

Un esempio

Pensiamo a quanto sia importante monitorare in un porto pieno di container e attività criminali da parte delle reti informative umane rispetto ad apparati tecnologici che possono essere tranquillamente messe fuori uso o addirittura annullate attraverso tecnologie di contrasto.

Quindi, nello spionaggio e nel controspionaggio, la visione non si riduce a questa fase orizzontale, ma deve essere necessariamente verticale.

Reti terroristiche e raccolta informazione: l’identikit dell’infiltrato

Ooggi, benché la digitalizzazione del mondo ci potrebbe aiutare a risalire alla vera identità di alcune persone, è possibile riuscire a mettersi all’interno di una rete di terroristi attraverso persone scelte con una vera identità, che nella vita fanno più lavori, che a loro volta, proprio per la disponibilità della tecnologia, si possono costruire dei profili social ad hoc per il bene del Paese e smascherare delle reti terroristiche, dei pericoli che incombono attraverso una capacità di mimetizzarsi e senza utilizzare nessun tipo di intelligenza artificiale.

Il profilo migliore dovrà corrispondere a quella persona che non avrà mai dovuto fare quel tipo di attività, ma con forti abilità di Humint, di infiltrazione e capacità analitica elevata.

Significa che la maggior parte delle attività delle agenzie di intelligence o delle spie in futuro non riguarderà la creazione di false identità per ottenere delle informazioni o il catalogo di informazioni attraverso la tecnologia, ma l’addestramento e l’arruolamento di persone che sono in grado di entrare e comprendere prevalentemente tutti i dettagli del nemico conoscendone la storia, gli usi e i costumi come il miglior attore in circolazione.

La lezione di Sun Tzu

Pur vivendo in ecosistemi digitali, la capacità di prendere e capire le informazioni appartiene a metodi di raccolta, analisi e critica che permettono di capire movimenti, stati, date e situazioni in cui la quantità di informazione va a scapito della qualità. Mai il contrario.

Lo spionaggio e il controspionaggio non possono vivere di mode, invece devono vivere di metodi e della possibilità di andare controcorrente quanto possibile. Altrimenti sarà davvero complicato attuare la lezione di Sun Tzu di anticipare il nemico senza combattere.

Infatti, la maggior parte delle guerre si sta combattendo proprio perché le agenzie di intelligence stanno fallendo a livello internazionale annientandosi tra di loro a colpi di nuove e superdotate tecnologie.

L’AI è metodologica, la spia è culturale: prospettive di spionaggio del futuro

Forse la mia visione non sarà di moda, ma lo spionaggio del futuro non dovrà più solo smascherare i bias cognitivi.

Non si può pretendere di capire un mondo così complesso rimanendo in una comoda scrivania a fare analisi.

Mentre tutto va veloce, l’analista, la spia, lo spionaggio devono rallentare e far comprendere le informazioni ai decisori.

Devono accelerare quando tutto il resto va lentamente e devono rallentare quando tutto va veloce, per avere quella lucidità unica indispensabile per smascherare le attività negative.

L’AI è metodologica, la spia è culturale. Se come dicono tutti ormai, l’intelligenza artificiale aumenta già in modo esponenziale la capacità di elaborare dati, il nuovo spionaggio ha bisogno di persone e contesti di altissimo profilo che possano contribuire a migliorare le condizioni di una società.

Non è affatto vero che gli agenti o le spie del futuro dovranno muoversi tra mondo etereo e quello reale.

Il concetto di segreto e il metodo HUMINT

La forza del metodo HUMINT rappresenta una più forte e più solida riproposizione del concetto di segreto.

Bisogna trattenere il metodo acquisito all’interno di un protocollo di sicurezza molto alto e non diffonderlo se non è necessario. Essere pronti a fare operazioni di ogni genere, infiltrarsi e generare un’empatia consapevoli verso l’esterno e verso quelle persone che tendono, sia per loro natura che per storia, a fare del male.

Il vantaggio del fattore umano sulla tecnologia

L’approccio critico del fattore umano, unito alle potenzialità delle tecnologie in continua evoluzione, determinano una pianificazione dell’operatività multilivello, basti pensare agli attacchi di droni che necessitano dell’uomo per le operazioni di lancio.

Nell’operazione nota come “Operation SpiderWeb” condotta dall’esercito ucraino, grazie ad una sofisticata rete di operatori sul campo, i droni sono stati nascosti all’interno di cabine mobili, così da farli decollare inosservati e colpire i bersagli desiderati.

Altro caso degno di nota è quello dei Pager di Hezbollah dell’Operation Grim Beeper, in cui pager e walkie-talkie sono stati utilizzati come arma di attacco esplosivo e che è stato possibile solo grazie ad una penetrazione Humint nelle filiere produttive e distributive che ha individuato l’anello debole della catena logistica e agire indisturbata fino al completamento della missione. Così come tante altre operazioni, anche avvenute da poco tempo nella striscia di Gaza.

Il vantaggio che l’uomo avrà sempre sulla macchina, per quanto quest’ultima possa diventare evoluta e all’avanguardia, resta la sua capacità di raccogliere informazioni dirette sul campo per scovare i punti deboli delle reti.

Pertanto, il suo apporto a quello tecnologico rimane fondamentale e imprescindibile, colmando le lacune della tecnologia, così come quelle degli altri metodi di intelligence.

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