In pieno agosto, la Casa Bianca ha pubblicato un documento che ricade sotto l’ombrello del Chips and Science Act, dal titolo National Security Science and Technology Strategy (Nssts).
Sotto il profilo operativo, il testo, pubblicato mediante l’Office of Science and Technology Policy, va ad attuare la National Security Strategy del 2025.
Non è un un documento puramente tecnico, ma rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma che stabilisce l’evoluzione della Nato da alleanza militare a partnership industriale.
Infatti segna il passaggio degli Usa da un modello di mercato come propulsore dell’innovazione a un paradigma dirigista, dove lo Stato decide il perimetro dello sviluppo delle tecnologie critiche, rispondendo alle domande dove fare industria, come e con chi.
“Ci troviamo dinanzi ad una trasformazione che va ben oltre il semplice aumento dei bilanci della difesa: la sicurezza nazionale sta diventando una leva di politica industriale e tecnologica”, commenta Pierluigi Paganini, analista di cyber security e Ceo Cybhorus: “Il punto decisivo, però, è come verranno spesi questi soldi“.
Secondo Sandro Sana, Ethical Hacker e membro Comitato Scientifico Cyber 4.0, “la sicurezza nazionale non si difende con le dichiarazioni: si costruisce con tecnologia, industria e capacità produttiva. Gli Stati Uniti lo hanno capito. L’Europa molto meno”.
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Sicurezza nazionale, verso un modello dirigista per l’industria
Con questa pubblicazione, si chiude il cerchio di un processo avviato con la guerra dei dazi della prima amministrazione Trump, continuato con i sussidi e i controlli all’export da parte deell’amministrazione Biden, ed oggi, in ambito sicurezza nazionale, si compie la canonizzazione dell’adozione del modello dirigista per l’industria.
Il risultato di questo cambio di paradigma è una strategia organica che fa da trait d’union fra scienza, tecnologia e dominio geopolitico della potenza statunitense.
“La tendenza è evidente anche nei numeri: secondo l’European Defence Agency, la spesa per la difesa dei 27 Paesi UE ha raggiunto 418 miliardi di euro nel 2025 e dovrebbe salire a 454 miliardi di euro nel 2026, mentre gli investimenti in ricerca e sviluppo arriveranno a circa 20 miliardi di euro“, spiega Paganini.
Ecco i quattro pillar del National Security Science and Technology Strategy (Nssts) che intendono trasformare la Nato da alleanza militare in blocco economico-tecnologico coordinato.
I 4 pilastri della strategia americana
La Nssts si fonda su quattro pilastri: focalizzazione, resilienza, agilità, protezione, che ruotano a 14 tecnologie critiche ed emergenti (Cet).
Si spazia dai semiconduttori al calcolo quantistico, dalla biotecnologia all’energia nucleare, fino all’AI, vera priorità trasversale a ogni dominio.
Su quest’area si focalizzano finanziamenti federali, deroghe regolatorie e strumenti di tutela da furto e manipolazione tecnologica.
Ma a destare interesse e preoccupazione non è ciò che gli Usa stabiliscono in generle quanto il ruolo che la strategia attribuisce agli alleati.
Il documento, infatti, mette nero su bianco che Nato ed alleanze tradizionali devono compiere un salto di qualità, evolvendo da partnership militari a un blocco economico-tecnologico coordinato, in cui occorre allineare le supply chain produttive, introdyrre controlli all’export, abbracciare politiche di investimento e perfino fornire le priorità della ricerca accademica.
“Nato ed Europa stanno chiedendo di aumentare non solo le capacità militari, ma anche produzione industriale, resilienza delle infrastrutture, cyber sicurezza, spazio e tecnologie emergenti”, mette in evidenza Paganini: “La Nato stessa sottolinea che aumentare i budget non basta: serve una base industriale capace di produrre rapidamente ciò che occorre“. E a dimostrare la verità di questo assunto è proprio la guerra in Ucraina, oltre allo stallo americano nello Stretto di Hormuz.
Le 4 richieste Usa agli alleati Nato
Incrociando la Nssts con gli strumenti già operativi (Data Security Program, Outbound Investment Security Program, CFIUS rafforzato), le richieste Usa si orientano secondo quattro direttrici.
Il primo asse è la richiesta di allinearsi sui controlli all’esportazione verso i Paesi concorrenti: il caso ASML (l’unico produttore al mondo di macchinari per la litografia a ultravioletti estremi EUV), con la tensione statunitense sull’azienda olandese per imporre limiti alla vendita ed assistenza dei sistemi più evoluti alla Cina, è il precedente che ha innescato l’accelerazione del presidente Usa Trump.
Ma ora si punta a potenziare norme e standard internazionali in maniera più stringente, in modo tale che la governance globale in ambito tecnologie critiche non ponga ostacoli o freni alla competitività americana.
Il secondo asse è l’incremento del budget per la difesa e il rafforzamento della base industriale bellica.
Il documento infatti stabilisce che gli alleati, interessati all’accesso a una cooperazione evoluta su AI, nucleare, quantum computing e sistemi satellitari, devono offrire una dimostrazione della capacità produttiva concreta.
Sono i “technology prosperity deals” bilaterali, già in essere, a condizionare la possibilità di accedere alla tecnologia verso un impegno reale sulla capacità industriale della difesa.
Terzo asse è il de-risking dalle supply chain cinesi (tlc, batterie, farmaceutica, minerali critici): gli Usa invitano esplicitamente gli alleati ad implementare meccanismi propri di analisi degli investimenti esteri e ad adottare un coordinamento con Washington, mettendo sotto la lente le transazioni anche sulla base della “distanza verificabile” dell’investitore dalle pratiche predatorie di potenze concorrenti.
Più subdolo ma non meno rilevante, è il quarto asse che riguarda la sicurezza della ricerca.
Occorre tracciare i fruitori di fondi federali, vietando finanziamenti a entità ad alto rischio, vetting automatizzato dei progetti, cooperazione di controintelligence con i centri di ricerca.
Sicurezza nazionale e industria: cosa cambia per l’Europa e l’Italia
In Europa le università hanno forti interconnessioni con la Cina sui programmi Horizon e cooperazioni bilaterali. Dunque, il quarto asse sulla sicurezza della ricerca implica la necessità di effettuare una profonda revisione dei propri protocolli secondo standard americani.
Per l’Europa, la Nssts mette in collisione i sussidi americani, che attirano capitali e impianti fuori dai confini Ue, e i controlli sull’export verso la Cina, che tagliano l’accesso a uno dei mercati più grandi al mondo.
A differenza degli Usa, la Ue non ha un bilancio sovranazionale. Infatti, l’Eu Chips Act dipende dalla capacità fiscale dei singoli Stati membri e mostra rilevanti asimmetrie fra Germania, Francia e il resto del blocco.
Il documento americano mette l’Europa al muro, costretta a scegliere fra autonomia strategica (la sovranità europea) e interoperabilità reale con il sistema americano di controllo tecnologico.
Il panoramna italiano
Per l’Italia gli impatti sono in chiaroscuro. Nel mercato della difesa e ndll’aerospazio l’effetto ha aspetti positivi.
Infatti, il riarmo europeo e i programmi di integrazione Nato potenziano la filiera nazionale, da Leonardo e Fincantieri fino alla dorsale delle Pmi manifatturiere della meccanica di precisione.
La ridondanza produttiva prevista dalla Nssts fra i suoi pilastri risponde alla logica di redistribuzione, anche territoriale, alle capacità industriali critiche, finora troppo ammassate in Asia orientale.
Sul fronte dei semiconduttori, gli stabilimenti STMicroelectronics per chip automotive ed energetici si posizionano proprio nell’area che la strategia considera come prioritaria per gli investimenti pubblico-privati. Tuttavia la finestra richiede tempestività.
Sul versante della protezione degli asset strategici, s’intensifica l’utilizzo del Golden Power, il veto nazionale su acquisizioni estere in reti, dati ed energia, in linea con il potenziamento del CFIUS.
Un’occasione importante, ma anche una responsabilità per l’Italia
Il maggior fattore di rischio rimane l’export verso la Cina: le Pmi tricolore di macchinari, robotica e automazione si espongono a minori sbocchi commerciali, l’altro lato della medaglia di questo allineamento geopolitico.
“Per l’Italia questa è un’occasione importante, ma anche una responsabilità“, avverte Paganini: “Il nostro Paese possiede competenze rilevanti nei settori aerospaziale, elettronico, cyber e dual use, ma deve riuscire a trasformarle in filiera, scala e autonomia tecnologica. Il recente dibattito sul settore spaziale italiano mostra proprio questo problema: molte eccellenze, ma un’eccessiva frammentazione che rischia di limitarne la competitività internazionale”.
Il nodo politico di Washington e della Difesa comune europea
Il documento americano rischia di scivolare su un paradosso strategico.
Il primo nodo del documento di postura tecnico-strategica è politico. Infatti la Casa Bianca avanza richieste di cooperazione senza precedenti all’Europa proprio mentre applica dazi e alza i toni contro le istituzioni comunitarie, trattando gli alleati come concorrenti da spremere più che come partner da valorizzare.
Questa retorica anti Ue da tempo ha rinfocolato pulsioni antiamericane e ha offerto la sponda a chi coltiva l’idea di una sovranità europea a favore da un disaccoppiamento dalla dipendenza strategica da Washington e da Pechino.
A vanificare l’intera architettura che la Nssts sottende è la politica di Trump sempre aggressiva verso l’Europa, che delegittima la richiesta di allineamento della Nato alle richierste Usa.
La difesa comune europea e il paradosso Usa
Ma c’è anche un secondo nodo riguardante la difesa comune europea, che oggi è una gamba europea della Nato , mentre le ipotesi di autonomia strategica, contrapposta all’Alleanza atlantica oggi è velleitaria, per motivi industriali e finanziari. L’Europa non ha neppure il suo Starlink.
“Chi dipende dagli altri per cloud, chip, AI e infrastrutture critiche non è autonomo: è semplicemente vulnerabile”, sottolinea Sandro Sana: “Possiamo scrivere tutte le strategie che vogliamo, ma senza sovranità tecnologica restano carta“.
Ma serve un pilastro europeo dotato di capacità produttiva – invece di 27 programmi nazionali frammentati – per una forte cooperazione tecnologico-industriale come auspica il documento Usa
Tuttavia, gli Usa, promotori e sponsor dell’unificazione europea (dal Piano Marshall in chiave anti-sovietica alla domanda retorica di Henry Kissinger sull’inesistente numero di telefono di un ministro degli Esteri europeo), sembrano i primi a remare contro il processo di unificazione, insieme a Russia e Cina.
Dal supporto alle forze europee contrari all’integrazione alla predilizione verso i rapporti bilaterali rispetto al negoziare con Bruxelles, Washington applica il divide et impera con le 27 capitali europee. Trump lo ritiene tatticamente più gestibile rispetto alla formazione la coesione di un alleato europeo con una Difesa comune.
La vera sfida per la sicurezza nazionale e l’industria
Se la competizione con la Cina è in ambito del dominio tecnologico, nessuna potenza è in grado di uscire vittoriosa.
La sfida unilaterale, in cui gli Usa si pongono come Impero e trattano i Paesi europei come province marginali, perde l’asset strategico di un continente che ancora sa formare scienziati di alto livello, produrre ricerca fondamentale di qualità, e a cui manca solo la capacità di scala per portare le sue competenze dentro i data center di AI, quantum computing, robotica e biotecnologia.
La Cina oggi ha il vantaggio di restare fermo per battere l’Occidente, perché chi marcia diviso e non unisce le forze è destinato a perdere o ad arrivare secondo, come dimostrano le enormi difficoltà Usa contro l’Iran.
La sicurezza come motore industriale
Ma oggi “la vera sfida non è semplicemente spendere di più per la sicurezza. È fare in modo che quella spesa generi capacità industriali, innovazione, occupazione qualificata e sovranità tecnologica, evitando che il riarmo europeo si traduca soprattutto in acquisti da fornitori esterni. La sicurezza può diventare un motore industriale, ma solo se Europa e Italia sapranno trasformare l’emergenza geopolitica in una strategia industriale di lungo periodo“, evidenzia Paganini.
Per fare ciò, bisogna che le risorse pubbliche europee si orientino verso i programmi dual use nelle Cet, come raccomanda il documento americano. Per le università europee significa cambiare rotta.
Inoltre, gli alleati devono diventare contributori attivi di un ecosistema tecnologico-industriale comune, e non più semplici beneficiari della sicurezza americana. Ma ciò comporta anche oneri, soprattutto finanziari e di ricerca.
“La stessa Commissione UE indica ormai come obiettivo una maggiore capacità produttiva europea e una riduzione delle dipendenze strategiche”, conclude Paganini.
Per gli Usa è l’ora di abbandonare la miopia di Trump e abbracciare una strategia veramente atlantica, mentre per l’Europa e l’Italia scocca il momento di scegliere da quale parte stare, soprattutto investendo sulla sovranità europea, affinché la Ue sia una gamba forte della Nato e della strategia di difesa americana. Uniti si vince, su fronti opposti, si perde.
“La cybersecurity, infine, non è il lucchetto da aggiungere alla fine: deve stare dentro il progetto dall’inizio. Perché nel prossimo conflitto non vincerà chi avrà scritto più regole, ma vincerà chi controllerà la tecnologia”, conclude Sandro Sana.














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