L'ANALISI

OVH down: un’utile lezione su come contrastare gli attacchi DDoS

Il recente down dell’infrastruttura cloud di OVH è stato causato da un adeguamento tecnico mirato a implementare nuovi meccanismi di difesa atti a innalzare il livello di sicurezza per il contrasto agli attacchi DDoS. Quanto successo è dunque un’utile lezione per migliorare la postura cyber aziendale

Pubblicato il 20 Ott 2021

L
Andrea Lorenzoni

Expert Cybersecurity Analyst, Forensics, Automotive & Training presso CyberFVG.it

Non appena la notizia del down di OVH Cloud si è diffusa sul web, in molti hanno pensato ad un altro incendio come quello che a marzo scorso ha distrutto il datacenter SBG2 a Strasburgo: tuttavia, quando questa eventualità è stata esclusa dalle possibili cause è arrivato il caro e vecchio complotto.

“Un incidente che cade nel momento peggiore per l’azienda francese che il 15 ottobre sbarcherà sulla borsa di Parigi. Una down due giorni prima dell’IPO, quale modo migliore per dare fiducia agli investitori?”.

Io credo che gli investitori abbiamo un punto di vista diverso rispetto al mero incidente del caso: anzi, per quella che è la mia opinione, se io fossi uno degli investitori non avrei dubbi nemmeno alla luce del recente down.

OVH down: che cosa è successo?

Di che si dica, la versione ufficiale arriva dal comunicato stampa dove al pubblico viene data una chiara e semplice spiegazione. In parole povere, dopo settimane in cui hanno affrontato e resistito a numerosi attacchi DDoS hanno deciso di implementare i meccanismi di difesa atti a innalzare il livello di sicurezza per garantire i servizi ai clienti.

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Ragionevole, direi. Peccato polemizzare anche su questa cosa perché appare sempre più chiaro che qualsiasi cosa si decida di fare si fa contento qualcuno e si scontenta qualcun altro.

Ritengo importante che il sistema OVH abbia funzionato e che, di fronte a una situazione che non credo molti vorrebbero affrontare, qualcuno abbia deciso di intervenire. Credo che in casi come questi, si è fatto perché si doveva fare. Indugiare avrebbe potuto significare grossi guai.

Ma chi è che fa questi attacchi? Come funziona un DDoS?

Cos’è e come funziona un Denial of Service

Il Denial Of Service (DoS) è un tipo di attacco che ha come obiettivo quello di esaurire le risorse di un determinato sistema informatico. A titolo di esempio, l’obiettivo potrebbe essere quello di impedire di raggiungere un sito web, oppure impedire ad un server di essere irraggiungibile su determinati servizi.

Come per altri approfondimenti che ho trattato, anche per il caso dei DoS non starò qui a farvi un manuale tecnico su quali siano parametri, tools e via dicendo. In giro per il web ci sono divertenti siti che vi spiegano come fare un DoS gratis e senza fatica ed altrettanti siti che poi vi spiegano come mai le istruzioni che avete letto sul web probabilmente non funzionano.

Quello su cui voglio focalizzarmi è uno dei tipi di attacchi, cioè il DDoS che letteralmente è un Distributed Denial of Service, che rappresenta un modello oggi vincente (se lo guardiamo dalla parte della cyber criminalità) e che rappresenta una vera sfida per tutti quelli che erogano servizi su internet. Primi tra tutti i servizi cloud che oggi sono i più venduti. Un DoS è, in ogni caso, un attacco “sistema su sistema”.

Un DDoS, invece, è un po’ diverso. È un Denial che viene sferrato da più macchine attaccanti che costituiscono una botnet che, come il DoS ha l’obiettivo di rendere inaccessibile un servizio, un server o una intera rete.

E ciò funziona in quanto l’attacco avviene attraverso dei vettori che sono generalmente eterogenei. In sostanza i dispositivi come ad esempio computer, videocamere, IoT in genere vengono infettati e controllati da remoto per poi essere utilizzati per compiere il vero DDoS. Ciò garantisce la non tracciabilità del vero attaccante e una quantità molto grande di dispositivi che possono essere infettati. Ogni singolo dispositivo infettato per questo tipo di attacco viene definito bot (o zombie). Un insieme di zombie è una botnet.

La differenza, molto importante, tra DoS e DDoS è proprio la tracciabilità. Se per il primo è diciamo facile tracciare il vettore e compiere azioni utili a bloccare l’attacco in corso, per il secondo è un po’ più complesso in quanto ci sono molteplici origini essendo distribuito e può conseguire maggiori danni rispetto al primo.

C’è inoltre da considerare che molti DDoS, oggi, non si attivano tutti contemporaneamente bensì vanno ad insistere sulla vittima come se il traffico in carico somigli ad un picco gestibile, per poi esplodere in maniera potente.

Fanno paura? Sì: se i pilastri fondamentali della sicurezza informatica sono disponibilità, integrità e riservatezza, soprattutto gli attacchi DDoS mettono in crisi questi tre pilastri.

I casi più famosi di attacchi DDoS

Come detto prima, parliamo di DoS/DDoS come di un modello che funziona e che porta quasi sempre ai cyber criminali di ottenere i risultati sperati.

Il primo attacco in questo senso porta l’anno 1996 dove lo storico provider di servizi internet PANIX fu colpito e rimase offline per qualche giorno. Quattro anni più tardi la storia segnala Michael Calce, hacker canadese conosciuto come “Mafiaboy” che infetta i computer di un’università trasformandoli in zombie che poi utilizzerà nel DDoS che mise in seria difficoltà CNN, Yahoo ed eBay.

Il malware Mirai

Forse il più significativo è Mirai. È un malware progettato per operare su dispositivi connessi a Internet, specialmente dispositivi IoT, rendendoli parte di una botnet che può essere usata per attacchi informatici su larga scala. Ciò significa che gli zombie possono essere risvegliati al momento opportuno rimanendo, altrimenti, silenti e permettendo a quel determinato dispositivo di assolvere alle normali funzioni per le quali è stato progettato. Di fatto, quindi, diventa un vettore insospettabile.

Secondo Wikipedia, la botnet creata è stata scoperta nell’agosto del 2016 da MalwareMustDie, un’organizzazione no-profit impegnata nella ricerca per la sicurezza informatica ed è stata utilizzata lo stesso anno in svariati attacchi DDoS.

Mirai era riuscito a distribuirsi su 600 mila dispositivi IoT come videocamere IP, routers, lettori video e lo stesso anno sferrò potenti attacchi ad una serie di vittime tra le quali, una di esse, fu proprio OVH e durò per sette giorni.

Il fatto che il codice di Mirai fu pubblicato su GitHub permise, nel tempo, lo sviluppo di altri codici che hanno visto lo sviluppo di altre botnet basate su varianti.

Sta di fatto che Mirai ogni tanto ricompare come nel 2019 dove i ricercatori di sicurezza della Unit 42 di Palo Alto Networks scoprirono una nuova variante e nel 2021 dove Cloudflare, uno dei maggiori provider CDN del mondo, ha comunicato di aver mitigato uno degli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) più grandi mai registrato finora. Quasi certamente l’attacco è arrivato dalla botnet Mirai oppure da una sua variante denominata Mozi.

La botnet Mirai è di nuovo attiva, a rischio l’Industrial IoT: che c’è da sapere e come difendersi

Come identificare gli attacchi DDoS

Ciò detto e spiegato, ora la parte forse più complessa è cercare di spiegare come accorgersi che si è sotto DDoS.

Proprio come una “malattia”, è bene sapere che un attacco DDoS comporta dei “sintomi”: il più ovvio è un sito o un servizio che diventa improvvisamente lento o non disponibile. Improvvisamente o progressivamente non ha importanza. Come dicevo prima, un picco di traffico può anche essere legittimo e procurare anch’esso un problema di performance. Quindi mettetevi il cuore in pace che servono ulteriori indagini.

Affidarsi a strumenti di analisi possono aiutare di molto a individuare alcuni dei segni rivelatori di un attacco DDoS; quindi, esplorare quello che il mercato propone in tal senso è tempo e denaro sempre ben speso.

Un altro sintomo è la quantità sospetta di traffico proveniente da un singolo indirizzo IP oppure un aumento inspiegabile di richieste a una singola pagina. Possono comparire anche anomali flussi di traffico in ore insolite del giorno o modelli che sembrano essere innaturali (ad esempio un picco ogni 10 minuti). Ci sono poi altri segni più specifici di un attacco DDoS che possono variare a seconda del tipo di attacco.

Se l’attacco è di tipo volumetrico su un’infrastruttura è bene sapere che gli attacchi DDoS puntano ai livelli 3 e 4. Si basano su volumi estremamente elevati di dati per rallentare le prestazioni dei server web, consumare la larghezza di banda e infine degradare l’accesso degli utenti legittimi.

In più ci sono attacchi che sovraccaricano elementi specifici di un server di applicazioni di un’infrastruttura. Sono particolarmente complessi, furtivi e difficili da rilevare perché assomigliano a traffico web legittimo. Anche quelli più semplici, per esempio quelli che prendono di mira le pagine di login con ID utente e password, o ricerche casuali ripetitive su siti web dinamici, possono sovraccaricare criticamente le CPU e i database.

Ricordatevi che il mercato del DDoS è in crescita con attacchi che diminuiscono a livello di durata ma in percentuale vanno più a buon fine. Quindi diventano più violenti in un contesto nel quale oggi sono un servizio divenuto “As A Service”.

OVH down: cosa ci insegna per difenderci

Prima regola: affidarsi sempre a professionisti della cyber security perché l’improvvisazione può costare caro.

Ma al di là di questo che considero veramente ovvio, ci sono alcuni consigli che si possono prendere in considerazione:

  1. Implementare un modello di gestione che metta su carta le regole di gestione dei dati, quindi le finalità rispetto al piano di business, le regole d’uso delle postazioni, di accesso alla rete, le caratteristiche del sistema IT e la parte di sicurezza dei dati. In questi casi, è possibile adottare un framework che sia correttamente contestualizzato alla propria realtà.
  2. Per mitigare le minacce DDoS è bene sapere quando si ritiene di esserne colpiti. Questo significa implementare una tecnologia che permetta di monitorare la propria rete visivamente e in tempo reale. Conoscere la quantità di larghezza di banda che il proprio sito utilizza in media in modo da poter tracciare quando ci sono anormalità. Gli attacchi DDoS offrono indizi visivi: avendo familiarità con il comportamento normale della propria rete, si sarà più facilmente in grado di scorgerli in tempo reale.
  3. Garantire un livello base di sicurezza contro le minacce DDoS. Queste comprendono: l’uso di password complesse, l’obbligo di reimpostare le password periodicamente (una volta ogni due mesi almeno); evitare di memorizzare o scrivere le password negli appunti. Potrebbero sembrare banali, ma è allarmante quante aziende vengono compromesse trascurando l’igiene di sicurezza di base. Non risparmiare sulla formazione cyber del personale: la maggior percentuale delle vulnerabilità è tra il monitor e la sedia.
  4. Mantenere aggiornata la propria infrastruttura di sicurezza: oggi molti professionisti della cyber sicurezza propongono dei servizi di monitoraggio delle infrastrutture con piattaforme gestite che svolgono analisi comportamentali sul traffico della rete, individuando possibili scenari e segnalandoli in maniera tale da procedere subito alla mitigazione del problema.
  5. Cercare di prevedere un possibile attacco adottando un sistema di cyber intelligence.
  6. Avere un piano di risposta preparato in tempo utile in modo che l’impatto possa essere ridotto al minimo, che includa una check list degli strumenti, un team pronto, con ruoli e responsabilità chiaramente definiti da svolgere una volta rilevato l’attacco; regole chiare su chi avvisare e coinvolgere in caso di pericolo; un piano di comunicazione per avvisare rapidamente tutti in caso di attacco.

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@RIPRODUZIONE RISERVATA

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