La sicurezza informatica sta vivendo un passaggio di fase. Non perché vulnerability assessment, penetration test o threat intelligence non funzionino: funzionano eccome. Il problema è che, nelle aziende reali, queste attività finiscono spesso per produrre risultati utili ma frammentati, difficili da tradurre in una roadmap chiara, comprensibile anche dal top management.
È in questo punto di attrito – tra evidenza tecnica e decisione operativa – che si inserisce il cyber digital twin.
Lo spiega bene Riccardo D’Ambrosio, Cyber Solution Hub Manager di Maticmind – Zenita Group, partendo dal seguente paradigma: “Negli approcci tradizionali si ragiona per attività separate: ognuno produce un risultato corretto, ma rimane confinato nel proprio perimetro tecnico. Con il cyber digital twin si costruisce un modello unico dell’intera superficie d’attacco in cui dispositivi, utenti, credenziali, topologie di rete e vulnerabilità vengono messi in relazione fra di loro”.
Il valore non è (solo) vedere “cosa manca”, ma capire come un attacco può prendere forma e propagarsi: “Questo consente di spostare il focus da cosa è vulnerabile a come un attacco può realmente propagarsi e, soprattutto, quale impatto può avere sul business”.
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Un clone “passivo” dell’azienda: testare ogni giorno senza fermare la produzione
Se dovessimo scegliere una parola per spiegare perché il cyber digital twin è adottabile su larga scala, potremmo scegliere sostenibilità. Nella sicurezza tradizionale, aumentare la frequenza dei test significa quasi sempre aumentare anche l’impatto (tempi, rischio operativo, interruzioni, conflitti con la produzione).
Il gemello digitale ribalta questa equazione perché sposta la sperimentazione su una copia.
Qui la differenza non è marginale. Riccardo D’Ambrosio è molto netto: “Il secondo elemento chiave è la totale passività del sistema: sul cyber digital twin gli scenari vengono simulati in modo continuo, senza interferire con gli ambienti di produzione. Questo rende sostenibile un approccio permanente alla gestione del rischio anche in contesti regolatori come la NIS2, dove la continuità dei controlli sulle nuove minacce è diventata un requisito strutturale”.
In altri termini: la prevenzione smette di essere un progetto “a finestre” e diventa un processo. Ciò che sarebbe impattante nella vita reale può invece essere fatto “tutte le volte che vogliamo” sul gemello, proprio perché è passivo.
Fedeltà del cyber digital twin: il trade-off visto con gli occhi dell’attaccante
Una domanda inevitabile è: quanto deve essere “perfetto” il gemello digitale? E soprattutto: è realistico pensare di clonare tutto, ogni giorno, in organizzazioni complesse? La risposta – pragmatica – è no. E non serve.
Modellare ciò che conta per l’attacco: la logica attack-minded
D’Ambrosio mette al centro il punto di vista dell’avversario: “Il trade-off tra la fedeltà e la complessità lo gestiamo adottando il punto di vista dell’attaccante. La domanda di fondo è sempre la stessa: cos’è realmente osservabile e sfruttabile da un attaccante?”.
Quindi cosa “non può mancare”? “Modelliamo solo ciò che contribuisce a un attacco reale: asset, topologia di rete, software con relative versioni, vulnerabilità, configurazioni deboli, esposizioni esterne, segnali di compromissione di credenziali dovuti a botnet e breach, e relazioni di fiducia tra sistemi”.
Una maturità per livelli: dall’esterno verso l’interno
Per rendere il modello scalabile, il gemello “lavora per livelli di maturità”: si può partire da informazioni osservabili dall’esterno (IP pubblici, domini, credenziali compromesse) e poi scendere nel dettaglio con asset interni e integrazioni con strumenti di endpoint e cloud security.
È un modo intelligente per evitare due estremi: un twin troppo povero (inutile) o troppo complesso (ingestibile).
La simulazione che rende operativa la threat intelligence
Molte aziende sono ancora intrappolate in una logica “patch-driven”: rincorrere le vulnerabilità più rumorose, senza riuscire sempre a capire quali siano davvero decisive in uno scenario d’attacco.
Il cyber digital twin, invece, ricompone il quadro in termini di sequenza: nascita dell’attacco, propagazione, impatto.
D’Ambrosio lo formula così: “Il cyber digital twin consente di superare il concetto della singola vulnerabilità e ragionare sull’intera cyber kill chain, ovvero le sequenze con cui un attacco può nascere e propagarsi”.
E come lo fa? Simulando catene che combinano elementi diversi: “vulnerabilità note, esposizioni, configurazioni deboli, asset potenzialmente compromessi, segnali di breach e botnet”. In pratica, il gemello diventa un grafo: nodi (asset, credenziali, dispositivi) e relazioni (possibili percorsi d’attacco).
Qui entra in gioco un elemento interessante anche sul piano dell’AI: parliamo di combinazione di modelli deterministici e generativi per testare non solo “il dato già certo”, ma anche condizioni come misconfiguration e scenari legati a minacce emergenti.
Remediation intelligente: interrompere l’attacco nel punto giusto
Il passo successivo, per essere davvero utili al business, è tradurre la simulazione in priorità e azioni. Il punto non è “fare più remediation”, ma scegliere quella con il miglior rapporto costo/beneficio e con l’impatto più rapido sulla riduzione del rischio.
D’Ambrosio porta un esempio concreto: “magari banalmente abilitare la Multifactor Authentication inibisce l’accesso, la kill chain interaction point come remediation, si ragiona volutamente sia su un tema di business, sia su un tema di impatto: ma qual è l’azione minima che mi porta il risultato massimo?”.
Questo cambio di prospettiva è determinante perché sposta la discussione dalla “lista infinita” di interventi alla logica di interruzione della catena: se spezzo un passaggio chiave, spesso abbasso drasticamente la probabilità di impatto anche se non ho risolto tutto.
Dati comprensibili anche per la direzione: dal rischio tecnico al rischio economico
Un altro tema che emerge con forza è la capacità del gemello digitale di diventare uno strumento di supporto decisionale, non solo tecnico. D’Ambrosio spiega che per ogni percorso d’attacco il modello stima il rischio “in termini tecnici” e “in termini economici”, traducendo l’impatto cyber in un linguaggio comprensibile a livello direzionale.
Questa è la parte che, in molte organizzazioni, fa davvero la differenza: la sicurezza esce dal recinto dell’IT e diventa una variabile governabile. Soprattutto quando bisogna scegliere come allocare budget tra hardening, detection, response, formazione, segmentazione o identity security.
Un twin che “impara” ogni giorno: feed, IoC e aggiornamento continuo
Un gemello digitale non può essere statico: se l’infrastruttura cambia, e le minacce cambiano ancora più velocemente, il modello deve aggiornarsi in modo continuo.
D’Ambrosio spiega il meccanismo: “Partendo proprio dai feed e dagli IoC che tutti i giorni raccogliamo, andiamo ad addestrare il motore di intelligenza artificiale per effettuare simulazioni sempre più realistiche, ragionando sempre dal punto di vista dell’attaccante”.
E aggiunge l’aspetto operativo: “La piattaforma riceve aggiornamenti continui quotidiani con i dati raccolti all’interno della stessa infrastruttura e con tutto il lavoro di threat intelligence per far sì che questi cyber digital twin siano sempre più efficaci ed efficienti nella simulazione di eventuali nuovi attacchi”.
C’è anche un modulo dedicato alla cyber threat intelligence con attività di scansione sul dark web per credenziali e ulteriori IoC, oltre a rilevazioni legate a botnet e C2: informazioni che vengono poi reiniettate nella parte di adversary simulation per “sapere già” quali nuove minacce testare alla prossima esecuzione sul clone.
Compliance “by design”: da controllo periodico a controllo continuativo
Se la compliance resta un esercizio documentale, non migliora la postura di sicurezza. Il gemello digitale abilita un salto: trasformare requisiti e standard in azioni testate e dimostrabili, senza interrompere il business.
D’Ambrosio lo descrive come un modello “passivo compliant by design”: la simulazione degli scenari sul gemello consente di tradurre normative e standard (ad esempio NIS2 e framework come Nist) da principi teorici a “azioni che vengono testate… misurabili, quindi dimostrabili”.
Il gemello digitale come acceleratore di decisioni e sicurezza reale
Il cyber digital twin non è l’ennesimo strumento da aggiungere alla pila tecnologica. È un modo diverso di organizzare la conoscenza del rischio: correlare segnali e dipendenze, simulare catene d’attacco realistiche, decidere dove intervenire per massimizzare la riduzione del rischio e dimostrare nel tempo il miglioramento.
In una fase in cui l’attacco corre più veloce delle remediation, la possibilità di “provare” l’azienda ogni giorno – senza fermarla – è una forma nuova, e molto concreta, di prevenzione.














