cyber e geopolitica

Iran e Starlink: la fine del mito della connettività “a prova di censura”



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Il blackout imposto da Teheran e l’interferenza sulle comunicazioni Starlink mostrano che anche le reti satellitari globali possono essere indebolite. Una lezione che riguarda la libertà di informazione, il ruolo delle infrastrutture private e la nuova geopolitica delle comunicazioni

Pubblicato il 15 gen 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



Iran Starlink

L’Iran ha dimostrato che persino un’infrastruttura progettata per resistere alla censura, come Starlink, può essere resa instabile attraverso tecniche di jamming e controllo territoriale.

Il caso segna un punto di svolta: la connettività satellitare non è più un rifugio automatico contro i blackout di Stato.

Le implicazioni riguardano diritti digitali, sovranità tecnologica e l’uso geopolitico delle infrastrutture private.

Un blackout che non riguarda solo Internet

Dall’8 gennaio 2026 l’Iran ha imposto uno dei blackout digitali più estesi e sofisticati degli ultimi anni.

Non si è trattato soltanto di interrompere la connettività mobile e fissa, una pratica già utilizzata più volte dal regime per contenere proteste e mobilitazioni interne. Questa volta l’obiettivo è apparso più ambizioso, isolare il Paese in modo quasi totale, riducendo al minimo ogni canale di comunicazione verso l’esterno proprio mentre la repressione delle proteste si intensificava.

Nel giro di poche ore il traffico internet iraniano è crollato di oltre il 95 per cento, lasciando circa 85 milioni di persone tagliate fuori dal flusso globale di informazioni.

A rendere il blackout qualitativamente diverso dal passato è stata però l’attenzione riservata alle comunicazioni satellitari, in particolare a Starlink, il servizio di internet orbitale gestito da SpaceX.

Per la prima volta, in modo sistematico, un governo ha cercato di colpire non solo le infrastrutture terrestri ma anche quella che molti consideravano l’ultima via di fuga digitale.

Starlink come simbolo politico prima ancora che tecnologico

Negli ultimi anni Starlink si era progressivamente trasformato da soluzione tecnica a simbolo politico implicito. La sua adozione in contesti di guerra o repressione, dall’Ucraina al Myanmar fino alle precedenti ondate di proteste in Iran, aveva consolidato l’idea di una rete capace di aggirare i confini statali.

Migliaia di satelliti in orbita bassa, frequenze dinamiche e indipendenza dalle reti locali avevano alimentato la convinzione che, finché fosse stato possibile installare un terminale e vedere il cielo, la connessione sarebbe stata garantita.

Anche il ruolo pubblico di Elon Musk ha contribuito a questa narrazione. Starlink è stato spesso presentato come uno strumento di libertà digitale, un’infrastruttura privata in grado di sottrarsi al controllo degli Stati autoritari.

Il caso iraniano non smentisce completamente questa visione, ma ne mette in luce i limiti strutturali.

Starlink non è stato spento del tutto, ma è stato reso instabile, intermittente e rischioso da usare. In un contesto repressivo, questo è spesso sufficiente a neutralizzarne l’impatto.

Colpire la terra per controllare il cielo

L’elemento più istruttivo del caso iraniano riguarda il modo in cui il servizio è stato indebolito. Le autorità non hanno interferito con i satelliti in orbita, né avrebbero avuto bisogno di farlo. L’azione si è concentrata sui terminali a terra e sui segnali da cui dipendono per funzionare.

I dispositivi Starlink utilizzano il GPS per localizzarsi, sincronizzarsi e collegarsi correttamente alla costellazione. Disturbando questi segnali attraverso jammer di livello militare, l’Iran è riuscito a degradare le prestazioni della rete fino a renderla poco affidabile in ampie aree del Paese.

Questo passaggio è cruciale perché chiarisce un punto spesso sottovalutato nel dibattito sulla connettività satellitare. L’indipendenza dalle infrastrutture terrestri non equivale all’indipendenza dal territorio.

Dove uno Stato esercita un controllo capillare sullo spazio fisico, sull’energia, sulle forze di sicurezza e sulla repressione penale, può ancora rendere inefficace o pericoloso l’uso di tecnologie alternative.

Le confische dei terminali e le sanzioni severe per chi li utilizza completano un quadro in cui la tecnologia, da sola, non basta a garantire libertà di comunicazione.

Un precedente che parla anche all’Europa

Ridurre il caso Iran-Starlink a un episodio locale sarebbe un errore. Quanto accaduto rappresenta un precedente di portata più ampia, perché mostra come la censura stia entrando sempre più nel dominio della guerra elettronica e come le infrastrutture private globali siano diventate attori geopolitici di fatto.

La promessa di una connettività “a prova di Stato” appare oggi fragile se non accompagnata da protezioni politiche, giuridiche e istituzionali.

Per l’Europa, la lezione è particolarmente rilevante. Mentre Teheran dimostra che anche una rete satellitare globale può essere colpita dal basso, a Bruxelles si discute con crescente tensione del controllo dello spettro satellitare e dei servizi direct-to-device.

La dipendenza da infrastrutture critiche gestite da soggetti extraeuropei non è più solo una questione industriale o di mercato, ma un tema di sicurezza, sovranità e diritti fondamentali.

Iran e Starlink: la fine dell’innocenza digitale

Il caso iraniano segna la fine di una fase di ingenua fiducia tecnologica.

Le reti satellitari restano strumenti potenti e, in molti contesti, insostituibili. Ma non sono neutre, né invulnerabili, né sufficienti da sole a garantire la libertà di informazione.

Il controllo dell’accesso ai dati, oggi, si gioca su più livelli, nello spazio, sulle reti e soprattutto sul territorio.

La domanda che emerge non è tanto se esista una tecnologia capace di aggirare ogni censura, quanto chi sia in grado di proteggerla politicamente quando diventa davvero necessaria.

In un mondo in cui cielo e terra sono ormai un unico campo di battaglia digitale, il caso Iran-Starlink ci ricorda che la libertà di comunicazione non è mai solo una questione tecnica: è, prima di tutto, una questione di potere.

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