Il caso

Tracciamento irregolare degli utenti, ecco gli impatti dell’accordo milionario di Google con quaranta Stati USA

Google ha firmato un accordo da 392 milioni di dollari in seguito alle contestazioni sollevate nei suoi confronti in USA da una coalizione di 40 Stati: ora saranno necessarie azioni da intraprendere, come rendere più trasparenti le politiche di tracciamento della posizione degli utenti nelle piattaforme della società. Vediamo i dettagli

Pubblicato il 16 Nov 2022

Marina Rita Carbone

Consulente privacy

Google privacy e sicurezza

È stato siglato, da parte di Google, un accordo di 392 milioni di dollari, a transazione e tacitazione delle contestazioni sollevate nei suoi confronti in USA da una coalizione di 40 Stati. Come riporta il New York Times, si tratta dell’accordo di maggior rilievo sinora concluso in America, nel quale si prevede anche l’attuazione da parte di Google di una serie di misure correttive che dovrebbero consentire agli utenti di meglio comprendere le pratiche attuate da Google, ritenute dai Procuratori Generali fuorvianti e ingannevoli.

Una delle principali azioni che Google dovrà intraprendere sarà quella di rendere maggiormente trasparenti nei confronti dei consumatori le politiche di tracciamento della posizione all’interno delle piattaforme della società. Le accuse, infatti, traevano origine da una serie di indagini condotte nei confronti del colosso digitale, che avevano portato a ritenere che la società continuasse a raccogliere i dati della posizione degli utenti, anche quando questi ultimi pensavano di aver disattivato il tracciamento della posizione.

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Le indagini condotte da Associated Press

Come anticipato in premessa, l’indagine su cui si fondava la controversia in esame riguardava l’attuazione, da parte di Google, di tattiche scorrette, fuorvianti ed ingannevoli nella raccolta e nell’utilizzo dei dati di posizione dei propri utenti. Secondo quanto affermato dai Procuratori Generali degli stati che hanno avviato l’azione nei confronti del colosso del web, infatti, Google avrebbe illecitamente continuato a raccogliere i dati sulla posizione dei propri utenti, anche dopo che questi ultimi avevano disattivato la funzione nelle impostazioni.

A sua volta, l’indagine che ha portato alla conclusione dell’accordo in esame prende avvio nel 2018 della pubblicazione di un report da parte dell’Associated Press, all’interno del quale si riscontrava la sussistenza di detta condotta illecita. “Per la maggior parte”, si legge nel relativo blog post, “Google è in anticipo nel chiedere il permesso di utilizzare le informazioni sulla tua posizione. Un’app come Google Maps ti ricorderà di consentire l’accesso alla posizione se la usi per la navigazione. Se accetti di lasciare che registri la tua posizione nel tempo, Google Maps visualizzerà quella cronologia per te in una “timeline” che mappa i tuoi movimenti quotidiani. […] La pagina di supporto di Google sull’argomento afferma: “Puoi disattivare la Cronologia delle posizioni in qualsiasi momento. Con la cronologia delle posizioni disattivata, i luoghi in cui ti rechi non vengono più memorizzati. Non è vero. Anche con la Cronologia delle posizioni in pausa, alcune app Google memorizzano automaticamente i dati sulla posizione con timestamp senza chiedere. Ad esempio, Google memorizza un’istantanea di dove ti trovi quando apri semplicemente la sua app Maps. Gli aggiornamenti meteo giornalieri automatici sui telefoni Android indicano approssimativamente dove ti trovi. E alcune ricerche che non hanno nulla a che fare con la posizione, come “biscotti con scaglie di cioccolato” o “kit scientifici per bambini”, individuano la tua latitudine e longitudine precise – accurate al piede quadrato – e le salvano nel tuo account Google”.

A fronte di detta contestazione, Google aveva affermato all’Associated Press che “Esistono diversi modi in cui Google può utilizzare la posizione per migliorare l’esperienza delle persone, tra cui: cronologia delle posizioni, attività web e app e tramite servizi di localizzazione a livello di dispositivo. Forniamo descrizioni chiare di questi strumenti e solidi controlli in modo che le persone possano attivarli o disattivarli ed eliminare le loro cronologie in qualsiasi momento”. Tuttavia, detta descrizione non aveva convinto le autorità, portando poi all’avvio della causa di cui si discute.

Oggetto di disamina da parte dei Procuratori Generali sono state le pratiche attuate da Google nei confronti dei dati di localizzazione dal 2014 al 2020, al fine di accertare se vi fosse stata la violazione delle leggi statali vigenti in merito alla tutela dei consumatori.

L’accordo concluso con Google

Le indagini condotte dai Procuratori Generali hanno poi portato alla conclusione dell’accordo di cui qui si discute, il cui importo, pari a complessivi 392 milioni , da ripartirsi fra i 40 stati che hanno avviato l’indagine, rappresenta senza dubbio alcuno un primato nella storia statunitense. All’interno dell’accordo, i Procuratori Generali affermano, come riportato dal New York Times, che Google ha dato agli utenti la falsa impressione di poter disattivare i servizi di localizzazione della posizione, permettendo la raccolta di molti più dati di quelli che gli utenti avrebbero effettivamente voluto condividere con la Società, al fine di utilizzarli per scopi di varia natura, prevalentemente commerciali.

Attraverso i diversi servizi di Google, infatti, come ricerca, mappe e app che si connettono a Wi-Fi e torri di telefonia cellulare, la società ha continuato ad accumulare e archiviare una complessa cronologia dei movimenti degli utenti.

Fino al maggio del 2018, Google avrebbe addirittura monitorato la posizione degli utenti che avevano effettuato la disconnessione dalle app di Google: detta azione avrebbe aggravato la convinzione nei consumatori che il tracciamento della posizione fosse stato effettivamente disabilitato.

“Per anni, Google ha dato priorità al profitto rispetto alla privacy delle persone che utilizzano prodotti e servizi Google”, ha dichiarato Ellen Rosenblum, procuratore generale dell’Oregon, che ha guidato il caso insieme al Nebraska, “I consumatori pensavano di aver disattivato le loro funzioni di localizzazione su Google, ma la società ha continuato a registrare segretamente i loro movimenti e utilizzare tali informazioni per gli inserzionisti”, ha affermato in una nota riportata dal The Washington Post.

In relazione alle contestazioni mosse nei suoi confronti, Google ha dichiarato di aver già provveduto a correggere alcune delle pratiche menzionate all’interno dell’accordo: “Coerentemente con i miglioramenti che abbiamo apportato negli ultimi anni, abbiamo risolto questa indagine che si basava su politiche di prodotto obsolete che abbiamo cambiato anni fa”, ha dichiarato José Castañeda, portavoce dell’azienda. Oltre alla previsione di un pagamento in denaro, destinato, come detto, ai diversi Stati, Google si impegna all’interno dell’accordo anche a porre in atto una serie di azioni finalizzate a rendere più chiaro il processo di acquisizione dei dati sulla posizione dagli utenti:

  1. Google, in primo luogo, dovrà specificare la tipologia di dati che possono essere raccolti anche a seguito della disabilitazione del rilevamento della posizione;
  2. Google dovrà anche informare i propri utenti sulle modalità di disabilitazione del tracciamento della posizione, di eliminazione dei dati raccolti dalle impostazioni, oltre che di impostazione di limiti di conservazione dei dati.

Saranno implementate, inoltre, delle finestre pop-up che informeranno e avviseranno l’utente in merito ai dati di localizzazione.

Maggiori informazioni di dettaglio dovranno comunque essere contenute all’interno della pagina informativa di Google relativa alle tecnologie di localizzazione degli utenti.

L’analisi

L’accordo raggiunto in USA con Google, oltre a rappresentare l’accordo di maggior importo sinora raggiunto dagli Stati Uniti in relazione alle delicate tematiche della privacy, costituisce un’evidenza di come l’attenzione delle autorità sia sempre più focalizzata sui comportamenti delle Big Tech, e sulla tutela degli utenti finali. Nell’assenza di una riforma legislativa a livello federale, infatti, in USA gli Stati e le autorità governative hanno assunto un ruolo sempre più centrale nella repressione delle condotte scorrette assunte dalle grandi società del web, portando a risultati importanti, tra cui quello di cui qui si discute.

“Più di quattro anni dopo che l’Europa ha implementato le norme sulla privacy dei dati per i suoi cittadini”, recita l’articolo del New York Times, “il Congresso e le autorità di regolamentazione non sono riusciti a concordare una legge federale sulla protezione dei dati negli Stati Uniti. […] Mentre c’è un ampio sostegno bipartisan per una sorta di legislazione federale sulla privacy, repubblicani e democratici sono in disaccordo da quasi un decennio su fino a che punto le regole dovrebbero andare per frenare i modelli di business come quello di Google che si basano sulla raccolta di dati per vendere annunci mirati. Le informazioni sulla posizione di un utente e la cronologia delle posizioni possono essere particolarmente preziose per i rivenditori che sperano di pubblicare promozioni in tempo reale e annunci più personalizzati. I gruppi per la privacy hanno protestato contro il tracciamento sensibile della geolocalizzazione, che può rivelare l’identità degli utenti, anche se le aziende affermano che tali dati sono resi anonimi”.

E’ evidente, dunque, come in un simile contesto sia stato essenziale formare una rete di coordinamento fra i singoli stati, alcuni dei quali, come la California, il Colorado e il Virginia, hanno anche provveduto ad emanare delle normative nazionali sulla privacy che fossero maggiormente coerenti con la normativa Europea, attuando anche un controllo sull’operato delle Big Tech tramite l’avvio di indagini e cause legali relative a diverse tematiche comunque fra loro connesse, come la privacy e il rispetto della normativa antitrust.

Lo scorso mese, infatti, era stato appena raggiunto da parte di Google un ulteriore accordo, con lo stato dell’Arizona, per la cifra di 85 milioni di dollari, e la società si trova anche a dover gestire altre cause intentate da Washington, DC, Indiana e Texas, sempre aventi ad oggetto il tracciamento ingannevole della posizione. Da vedersi se la spinta nazionale cui stiamo assistendo consentirà anche la definizione di una normativa unitaria a livello federale, sanando, seppur parzialmente, la disputa tra repubblicani e democratici.

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