Il 12 giugno 2026 Anthropic ha comunicato di aver ricevuto una direttiva del governo statunitense che impone la sospensione dell’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 per qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri della stessa azienda.
Per rispettare l’ordine, Anthropic ha dichiarato di dover disabilitare
bruscamente l’accesso ai due modelli per tutti i clienti, non potendo distinguere tra americani e stranieri.
La notizia potrebbe essere letta come l’ennesimo episodio della difficile regolazione dell’intelligenza artificiale oppure, in linea con i dazi, una nuova manifestazione del trumpismo.
Sarebbe però una lettura comoda e quindi insufficiente. In realtà il caso segna la nascita della dogana cognitiva.
Indice degli argomenti
Il governo Usa ordina ad Anthropic il ritiro di Fable 5 e Mythos 5
Non siamo di fronte soltanto a una controversia tecnica sulla sicurezza di un modello, né a un normale provvedimento di export control applicato a una tecnologia emergente.
Siamo al cospetto di qualcosa di più interessante e più rivelatore: la trasformazione dell’accesso in frontiera:
Non una frontiera con il filo spinato, ma con una schermata di login, nemmeno una dogana con il timbro sul passaporto, ma con una credenziale che improvvisamente smette di funzionare.
Nel mio ultimo libro Guerre diffuse ho scritto che per decenni ci siamo raccontati che le tecnologie fossero strumenti: estensioni funzionali della volontà umana, attrezzi del progresso, moltiplicatori neutri della capacità collettiva.
La neutralità è stata un mito utile perché rassicurante: se è un attrezzo, basta imparare a usarlo; se è neutro, la responsabilità è solo dell’utilizzatore.
Ma ogni tecnologia incorpora un progetto politico, un’idea di mondo, una visione del potere, non perché sia “cattiva” o “buona”, ma perché stabilisce cosa è possibile, cosa è difficile, cosa è invisibile, cosa diventa automatico.
La regola madre resta semplice e affilata: quando diciamo tecnologia, stiamo parlando di architettura del possibile.
I timori Usa riguardo all’accesso da parte della Cina
Secondo il sito Semafor, la Casa Bianca avrebbe imposto controlli sulle esportazioni del potente modello di IA Mythos di Anthropic, in parte a causa dei sospetti che un gruppo legato alla Cina vi avesse avuto accesso.
Anthropic ha affermato che Mythos rappresenta un pericolo per il pubblico a causa della sua capacità di individuare vulnerabilità nel codice informatico, che potrebbero essere sfruttati da soggetti malintenzionati.
Non è chiaro come la Casa Bianca sia venuta a conoscenza della questione, quale organizzazione abbia avuto accesso al modello e in che modo abbia ottenuto l’accesso a Mythos.
Tuttavia, se il governo cinese avesse avuto accesso a Mythos, ciò potrebbe comportare rischi per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. La Cina potrebbe inoltre tentare di decodificare e copiare il modello attraverso un processo noto come «distillation».
Un portavoce di Anthropic ha affermato che la Casa Bianca non ha sollevato la questione dell’accesso cinese a Mythos nel corso delle discussioni relative al jailbreak di Fable e ai controlli sulle esportazioni. L’azienda specializzata in intelligenza artificiale vieta l’accesso ai propri prodotti dalla Cina.
Non è la prima volta che Anthropic entra in conflitto con la Casa Bianca. L’azienda ha esercitato pressioni contro gli sforzi dell’amministrazione volti a prevenire una regolamentazione statale sull’IA e ha intentato una causa contro il Pentagono dopo aver raggiunto un punto morto sull’uso dei propri modelli per le armi autonome.
David Sacks, consigliere del presidente Trump, afferma che quei precedenti conflitti non hanno influito affatto sulla decisione dell’amministrazione riguardo a Mythos. «Chi cerca di fuorviare l’opinione pubblica e di collegare questa azione alle precedenti questioni tra il Dipartimento della Difesa e Anthropic si sbaglia. L’amministrazione apprezza le capacità tecniche di Anthropic e ritiene che questa questione, sebbene seria, dovrebbe essere facilmente risolvibile. La palla è nel campo di Anthropic», ha dichiarato nel post su X.
La redazione
Cosa sembra confermare la vicenda di Anthropic
Un modello di intelligenza artificiale non è un semplice prodotto digitale, non è un software come gli altri, non è una macchina da usare meglio o peggio, ma un’infrastruttura cognitiva.
Non si limita a rispondere a una domanda: sposta il costo di formularla, la velocità di verificarla, la possibilità di trasformarla in azione.
Decide cosa può essere automatizzato, accelerato, cercato, scritto, scoperto, simulato.
Sceglie quali competenze diventano disponibili e a chi.
Impone quali attività si abbassano di costo e quali capacità diventano improvvisamente accessibili.
In altre parole, non esegue soltanto compiti: modifica il perimetro del possibile.
Quando un governo interviene per limitare l’accesso a un modello, non sta soltanto “regolando” una tecnologia.
Sta decidendo chi può abitare una certa porzione del futuro. È una frase che può sembrare eccessiva, ma è solo la conseguenza logica del mondo in cui
viviamo.
Se l’intelligenza artificiale diventa una tecnologia abilitante, allora limitarne
l’accesso significa limitare la capacità di agire, innovare, competere, difendersi, conoscere.
La sicurezza nazionale entra così in una zona delicatissima, perché non si limita a proteggere: seleziona.
Una procedura tecnica può diventare un atto geopolitico
Naturalmente il problema della sicurezza esiste. Nessuno può fingere che modelli sempre più potenti non possano essere usati anche per finalità offensive, criminali o destabilizzanti e su queste versioni di Claude il dubbio è che non sia neppure “dual use”, ma “single use” ovvero armi (minuti per trovare una vulnerabilità, qualche girono per capire come sfruttarla, mesi o anni per aggiornare i sistemi).
Il punto non è negare il rischio, ma capire che la risposta al rischio produce a sua volta potere.
Una misura di sicurezza disegna un dentro e un fuori, un vincolo stabilisce chi è affidabile e chi no, una procedura tecnica può diventare un atto geopolitico, soprattutto quando riguarda tecnologie che non sono più strumenti, ma ambienti.
È il solito dettaglio che tale non è mai: la serratura dice molto della
porta, ma ancora di più di chi possiede le chiavi.
Sempre in Guerre diffuse, parlando del potere tecnologico, osservavo che esiste una seconda forma attraverso cui esso si manifesta: l’interdizione. Essa è molto più netta, perché chiude la strada.
Non è necessariamente un blocco totale; spesso è un’interruzione selettiva, una compatibilità negata, un aggiornamento che non arriva, un accesso revocato, una licenza che si spegne.
La potenza dell’interdizione è che si presenta come procedura: sembra un atto tecnico, una policy, un requisito e invece è geopolitica materializzata.
Cosa significa l’interdizione tecnologica
È difficile immaginare una formula più adatta alla vicenda Anthropic: un accesso revocato, una licenza che si spegne, un modello che diventa improvvisamente indisponibile.
Qui il potere non si manifesta distruggendo qualcosa, ma rendendolo inaccessibile.
Non vieta il mondo intero, ne chiude una porta.
Nessuna frattura visibile, ma una soglia ed è proprio essa, oggi, a essere diventata una delle forme più raffinate del comando.
Così emerge una delle caratteristiche più profonde delle guerre diffuse: il conflitto non ha più bisogno di apparire come tale.
Può presentarsi come policy, requisito, clausola, direttiva, aggiornamento, sospensione temporanea: non serve invadere, basta revocare.
Non serve distruggere, basta rendere incompatibile. Non serve dichiarare ostilità, basta invocare la sicurezza e il risultato è spesso lo stesso: qualcuno resta fuori dal sistema che conta.
La guerra, quando diventa abbastanza matura, impara a vestirsi da modulo
amministrativo.
L’interdizione tecnologica è potente proprio perché sembra amministrativa. Non ha il fragore della guerra, non ha la teatralità della sanzione spettacolare e neppure la durezza visibile di un blocco fisico.
Si presenta come procedura. Eppure, dentro quel gesto apparentemente tecnico, si concentra una nuova forma di potere: decidere chi può usare
una capacità e chi deve restarne privo.
L’ambiguità del rapporto tra Stato e piattaforme nel ritiro di Fable 5 e Mythos 5
La vicenda Anthropic mostra anche l’ambiguità strutturale del rapporto tra Stato e piattaforme tecnologiche.
Da una parte, lo Stato rivendica il diritto di intervenire in nome della sicurezza nazionale. Dall’altra, l’infrastruttura concreta su cui interviene è prodotta, gestita e distribuita da un soggetto privato globale.
Il governo ordina, l’azienda esegue, i clienti subiscono.
Il punto forse più interessante è che nessuno dei tre possiede da solo l’intero campo.
Lo Stato ha il potere della norma, l’azienda quello dell’infrastruttura, gli utenti quello della dipendenza. La sovranità, in questo triangolo, non scompare: si
frammenta e così non diventa più debole; spesso è soltanto più difficile da vedere.
Non solo Anthropic: il ritiro mostra che Fable 5 e Mythos 5 stanno diventando architetture politiche
Per questo la notizia non riguarda soltanto Anthropic, Fable 5 o Mythos 5, ma la forma che stanno assumendo le tecnologie strategiche.
Più diventano centrali, meno possono essere trattate come neutrali; più promettono accesso universale, più diventano oggetto di selezione; più si presentano come strumenti aperti, più rivelano di essere architetture politiche.
L’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, non è solo una tecnologia da sviluppare o contenere.
È un ambiente da governare, il che significa decidere le condizioni di accesso,
le soglie di rischio, le categorie di esclusione, le forme di responsabilità. La domanda non è più soltanto: che cosa può fare un modello? La domanda diventa: chi può usarlo, per fare cosa, sotto quale giurisdizione, con quali limiti, secondo quale idea di sicurezza?
È qui che la questione tecnica trona ad essere politica e la seconda rischia di nascondersi dietro prima.
Quando una decisione viene presentata come misura di sicurezza, tende a
sottrarsi alla discussione pubblica e acquisisce un vantaggio retorico enorme: chi la contesta sembra ingenuo, irresponsabile o complice del rischio e proprio per questo deve essere maneggiata con cura.
Nel ritiro di Fable 5 e Mythos 5 arriva la dogana cognitiva
Una sicurezza senza trasparenza può diventare interdizione, così come una procedura senza spiegazione può diventare potere opaco e un divieto senza proporzionalità può trasformare la protezione in controllo.
La questione, allora, non è stabilire se un governo debba o non debba intervenire sui modelli di frontiera – perché è evidente che debba poterlo fare -, almeno in alcune circostanze.
Il tema è come, con quali criteri, con quali prove, con quale controllo, con quale possibilità di contestazione.
Se una tecnologia decide il possibile, la decisione di spegnerla o limitarla non può restare confinata nell’ombra amministrativa. Non basta dire “sicurezza nazionale” come si accende una luce rossa sopra una porta chiusa.
Le guerre diffuse non si riconoscono perché assomigliano alle guerre del passato. Si identificano perché modificano lentamente le condizioni della normalità. In questo caso, la normalità che cambia è l’accesso all’intelligenza artificiale.
Se fino a ieri sembrava un servizio; oggi appare per quello che è: un ambito di sovranità.
La nuova frontiera non passa solo dai confini nazionali, ma dagli account, dalle credenziali, dalle policy, dalle API, dai modelli accessibili o non accessibili.
È una dogana silenziosa, fatta di autorizzazioni e revoche, di compatibilità e interdizioni. Non si vede sulle mappe, ma decide chi potrà muoversi nel mondo che sta arrivando.
Se l’accesso diventa confine, allora la tecnologia smette definitivamente di essere uno strumento e diventa territorio.













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L’aspetto più interessante di questa vicenda, a mio avviso, non riguarda il modello in sé, né la sua vulnerabilità a specifiche tecniche di jailbreak.
La vera discontinuità è che stiamo iniziando a trattare i modelli di AI come infrastrutture strategiche e non più come semplici prodotti software.
Per anni abbiamo discusso di sovranità energetica, sovranità industriale e sovranità tecnologica. Oggi stiamo assistendo alla nascita di qualcosa di diverso: una forma di sovranità infrastrutturale basata sulla capacità di sviluppare, controllare e limitare l’accesso ai sistemi che producono conoscenza, supportano decisioni e amplificano capacità cognitive.
Se un governo può imporre restrizioni globali sull’utilizzo di un modello avanzato, il tema non è soltanto la sicurezza del modello. Il tema è che l’intelligenza artificiale sta assumendo caratteristiche sempre più vicine a quelle delle infrastrutture critiche.
Forse la domanda che dovremmo iniziare a porci non è se l’AI debba essere regolamentata, ma cosa accade quando la capacità di accedere a determinate forme di intelligenza diventa una leva geopolitica, economica e strategica nelle mani di pochi attori.