I recenti incidenti di sicurezza che hanno coinvolto i modelli di intelligenza artificiale di OpenAI e Anthropic hanno riportato in primo piano, oltre alle implicazioni di sicurezza che il rapido sviluppo dell’AI sta comportando, la questione della dipendenza europea dal software statunitense.
Le due aziende, infatti, sono entrambe statunitensi, e non sono le sole a dominare il panorama tecnologico europeo per quanto concerne l’intelligenza artificiale.
Basta pensare che gli stessi chip che permettono il funzionamento della maggior parte dei modelli AI sviluppati in tutto il mondo sono prodotti dal colosso Nvidia, altra società con sede negli Usa.
Sul piano geopolitico, poi, la questione è ulteriormente complicata dalle recenti incertezze riguardo alla futura stabilità del blocco NATO.
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La dipendenza da software statunitensi (e non solo)
La questione della dipendenza da software esteri è stata affrontata sul piano regolatorio nel novembre 2025, con la Dichiarazione per la sovranità digitale europea, che definisce la sovranità digitale come la capacità dell’UE di agire autonomamente regolando tecnologie, dati e infrastrutture secondo le proprie leggi, i propri valori e i propri interessi di sicurezza, rimanendo comunque aperta alla cooperazione con i partner internazionali che ne condividono i principi, e ribadendo il clima favorevole agli investimenti.
Tra le aree tecnologiche strategiche individuate dalla Commissione, figurano il calcolo ad alta prestazione, i semiconduttori, tecnologie quantistiche e cloud.
L’obiettivo rimane comunque evitare che l’accesso a tali infrastrutture, in particolare il cloud computing, possa trasformarsi in una leva di pressione (geo)politica, timore espresso a più riprese da funzionari e parlamentari europei.
Di fatto, la spesa dei governi europei in infrastrutture cloud definite “sovrane” è attesa più che triplicare entro il 2027 rispetto ai livelli del 2025, un incremento in proporzione superiore a quello previsto per Nord America e Cina, segno che l’orientamento politico si sta traducendo, almeno in parte, in impegni di spesa concreti.
Due decenni di dipendenza Ue dagli Usa
Il nodo della questione sovranità riguarda soprattutto l’entità della dipendenza accumulata dall’UE negli ultimi due decenni.
Ad oggi, infatti, gran parte dell’infrastruttura su cui si appoggiano sia le amministrazioni pubbliche, che le imprese e i cittadini europei passa attraverso software e servizi sviluppati da un numero ristretto di aziende statunitensi.
Alcuni esempi usati quotidianamente sono i sistemi operativi dei personal computer, le suite di produttività per ufficio, una porzione ingente dell’infrastruttura cloud e, come già citato, i modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Tutti prodotti americani.
A questo si aggiunge una componente hardware altrettanto concentrata, quella legata ai semiconduttori, un mercato dominato da un singolo produttore statunitense, Nvidia.
DSA e DMA, come l’Europa cerca di gestire la dipendenza
Attualmente sostituire un’infrastruttura di questa scala richiede tempo e risorse non trascurabili.
Il tentativo europeo di gestire questa dipendenza si è concretizzato con regolamenti come il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), che hanno introdotto obblighi e limiti pensati per riequilibrare il potere delle grandi piattaforme.
Negli Stati Uniti, tuttavia, queste norme sono state talvolta lette come una forma di trattamento sleale nei confronti delle aziende americane.
Affermazioni a cui funzionari europei hanno più volte replicato sottolineando come le regole si applichino in modo identico a tutte le aziende attive nel mercato unico, e quindi anche le stesse aziende europee oltre che quelle americane.
Il contrasto si è tuttavia inasprito in seguito. Nel febbraio 2025, infatti, l’amministrazione Trump ha firmato un memorandum in cui è espressa la possibilità di imporre dazi doganali ai governi stranieri che tassano le aziende tecnologiche statunitensi.
Iniziative nazionali di indipendenza tecnologica
Alcuni Paesi membri dell’unione hanno poi portato avanti singolarmente delle iniziative di indipendenza tecnologica.
Nei Paesi Bassi il Parlamento ha approvato una serie di mozioni che chiedono al governo di ridurre la dipendenza dalle aziende software statunitensi.
Una di queste prevede la creazione di una piattaforma cloud sotto controllo olandese, mentre un’altra la predisposizione di strategie di uscita per i sistemi pubblici ospitati da fornitori statunitensi.
In Francia il governo ha annunciato la generalizzazione entro il 2027 della piattaforma di videoconferenza Visio, sviluppata internamente dalla Direzione interministeriale del digitale e destinata a sostituire progressivamente strumenti come Microsoft Teams e Zoom in tutte le amministrazioni statali, a partire da enti come il CNRS, l’Assurance Maladie e il ministero della Difesa.
Le alternative europee
Sul versante comunitario, la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di finanziare direttamente lo sviluppo di alternative europee e di introdurre un quadro di verifica pensato per contrastare il cosiddetto “sovereignty washing”, ossia la strategia adottata da grandi aziende extraeuropee, che si presentano come fornitori attraverso delle proprie controllate registrate in territorio UE.
Queste aziende, che di europeo presentano solo la sede legale, mantengono poi il controllo reale su dati, infrastrutture e catena di fornitura all’estero.
La selezione mirata dei settori
Proprio su questo terreno si inserisce una proposta interessante, secondo cui la strada più efficace non sarebbe un disaccoppiamento generalizzato e immediato tra l’UE e le tecnologie statunitensi, che sarebbe difficilmente sostenibile nel breve periodo, ma una selezione mirata dei settori in cui provare a costruire alternative europee.
I criteri dell’Europa per contrastare la dipendenza dal software statunitense
I criteri suggeriti sono i seguenti: il costo di abbandonare una tecnologia deve essere relativamente basso (cosa che oggi non vale, ad esempio, per la suite Microsoft Office, ancora troppo radicata negli usi quotidiani di amministrazioni e imprese per essere sostituita rapidamente), il costo di continuare a dipendere da quella tecnologia deve essere alto e in crescita, e il divario da colmare con i leader di mercato non deve essere troppo ampio, una condizione che rende oggi quasi impossibile competere, per esempio, con i produttori statunitensi dei chip più avanzati per l’intelligenza artificiale.
A questi criteri si aggiunge un principio più generale, cioè che qualunque politica industriale europea dovrebbe fondarsi su regole che l’Unione si è data legittimamente, e non sulla logica ritorsiva di dazi e ordini esecutivi, che rischia di alimentare instabilità reciproca invece di rafforzare l’autonomia.
La leva negoziale della Ue
Inoltre si ricorda che l’Europa non parte da una posizione di debolezza assoluta, possiede già una leva negoziale non trascurabile, si pensi ad aziende come ASML, che produce le macchine da cui dipendono anche i concorrenti statunitensi e taiwanesi per la fabbricazione dei semiconduttori più avanzati, e al fatto che gran parte dei pagamenti transfrontalieri internazionali transita attraverso SWIFT, il sistema con sede a Bruxelles.
Le voci più caute
Alcune analisi hanno definito irrealistico, almeno nel breve periodo, un disaccoppiamento completo dalle tecnologie statunitensi, sottolineando che la cooperazione tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico resterà comunque rilevante lungo l’intera catena del valore.
Il rischio, segnalato da più osservatori, è che iniziative nazionali scoordinate, per quanto animate da intenzioni condivisibili, finiscano per disperdere risorse che risulterebbero più efficaci se concentrate su un numero ristretto di priorità comuni a livello europeo.
Resta comunque il fatto che la questione della sovranità digitale è arrivata stabilmente nell’agenda politica di più governi europei.
Le prime misure che sono state messe in atto, per quanto ancora parziali, segnano in ogni caso un progresso rispetto agli anni in cui il tema restava confinato alle dichiarazioni. Difficilmente si tratterà di un processo lineare o rapido.
La strada più probabile è quella di un riequilibrio progressivo, costruito settore per settore, più che di un divorzio netto dalle tecnologie statunitensi che oggi restano, in larga parte, insostituibili nel breve periodo.









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