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UE verso il divieto di apparati cinesi nelle infrastrutture critiche: sfide e interrogativi



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In linea con gli Stati Uniti che hanno vietato l’impiego di apparecchiature Huawei all’interno delle loro reti di telecomunicazione, la Commissione europea sta per presentare una nuova proposta legislativa in materia di sicurezza informatica. Ecco in cosa consiste il regime di restrizione o esclusione dei fornitori ad alto rischio

Pubblicato il 22 gen 2026

Luisa Franchina

Presidente Associazione Italiana Infrastrutture Critiche (AIIC)

Tommaso Diddi

Analista Hermes Bay



Quando l’IA deve svelarsi: i 3 piani del codice per la trasparenza assoluta; Il rinvio dell'AI Act e semplificazione: i 3 ordini di questioni; Cybersecurity Act: Ue verso il divieto dell’uso di apparecchiature cinesi nelle infrastrutture critiche
Foto: Shutterstock

La Commissione europea è pronta a presentare una nuova proposta legislativa in materia di sicurezza informatica, con l’obiettivo di vietare progressivamente l’uso di apparecchiature di fabbricazione cinese nelle infrastrutture critiche dell’Unione.

Secondo quanto anticipato da fonti ufficiali, il provvedimento interesserà in particolare le reti di telecomunicazioni, i sistemi per l’energia solare e gli scanner di sicurezza.

Aziende come Huawei e ZTE, indicate come fornitori cinesi ad alto rischio, potrebbero essere escluse da segmenti chiave dell’ecosistema tecnologico europeo.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio sforzo dell’Unione di rivedere la propria strategia in ambito tecnologico e di sicurezza, riducendo la dipendenza sia da fornitori cinesi sia da grandi imprese statunitensi.

Alcuni funzionari europei hanno espresso preoccupazioni circa il potenziale utilizzo delle tecnologie provenienti da Pechino per la raccolta di dati sensibili, in linea con le posizioni già sostenute dagli Stati Uniti, che hanno vietato l’impiego di apparecchiature Huawei all’interno delle loro reti di telecomunicazione.

Il regime di restrizione o esclusione dei fornitori ad alto rischio

La proposta, che verrà presentata ufficialmente martedì, mira a rendere obbligatorio per tutti gli Stati membri dell’Unione il regime di restrizione o esclusione dei fornitori ad alto rischio, superando l’attuale approccio volontario.

In base a quanto trapelato, l’obiettivo è uniformare le pratiche a livello comunitario, poiché le precedenti raccomandazioni sono state applicate in modo disomogeneo.

Alcuni Paesi, infatti, continuano a fare affidamento su fornitori considerati critici. Un caso emblematico è quello della Spagna, che nell’estate del 2025 ha firmato un contratto da 12 milioni di euro con Huawei per la fornitura di hardware destinato alla conservazione delle intercettazioni giudiziarie a uso delle forze di sicurezza e dei servizi di intelligence.

Un passaggio chiave della proposta riguarda la necessità di superare le soluzioni frammentate adottate finora a livello nazionale.

Secondo una bozza precedente della proposta di Cybersecurity Act, tale frammentazione avrebbe ostacolato la creazione di un clima di fiducia e coordinamento all’interno del mercato interno.

Sebbene il testo definitivo sia ancora suscettibile di modifiche, l’orientamento generale appare definito: Bruxelles intende rafforzare il coordinamento tra Stati membri e promuovere un approccio più unitario alla gestione dei rischi tecnologici.

Fari accesi sulla partecipazione cinese nei settori industriali strategici

La mossa si inserisce in un contesto più ampio di rafforzamento delle misure europee nei confronti della partecipazione cinese nei settori industriali considerati strategici.

La Commissione ha avviato indagini su aziende cinesi attive nella produzione di treni e turbine eoliche e ha disposto perquisizioni negli uffici europei del produttore di apparecchiature di sicurezza Nuctech.

Le tempistiche esatte per il phase-out dei fornitori cinesi varieranno in funzione del livello di rischio associato al singolo operatore e al settore di appartenenza, tenendo conto anche dei costi e della disponibilità di alternative sul mercato.

In alcuni comparti, tuttavia, la dipendenza da fornitori cinesi appare particolarmente elevata. Si stima, per esempio, che oltre il 90% dei pannelli solari installati nell’Unione europea provenga dalla Cina.

La situazione si complica ulteriormente per effetto dell’intenzione comunitaria di
ridurre contemporaneamente la dipendenza anche da fornitori statunitensi.

L’assenza di alternative

In questo scenario, alcuni operatori del settore segnalano la mancanza di alternative considerate pienamente viabili per sostituire rapidamente le tecnologie oggi in uso.
Le preoccupazioni sono particolarmente forti nel comparto delle telecomunicazioni, dove alcune aziende hanno già avvertito che un divieto diretto potrebbe avere un impatto significativo sui prezzi al consumo.

Una transizione troppo rapida potrebbe comportare un aumento dei costi per gli utenti finali, oltre a ritardi nell’implementazione di nuove reti o nell’aggiornamento di quelle esistenti.

L’eventuale approvazione della proposta da parte della Commissione rappresenterebbe solo il primo passo di un iter legislativo articolato, che prevede negoziati con il Parlamento europeo e con gli Stati membri.

Poiché la sicurezza nazionale resta di competenza degli Stati, è prevedibile una certa resistenza da parte di alcune capitali europee, in particolare per quanto riguarda le tempistiche di applicazione della nuova normativa.

Il caso Huawei

Tra gli attori interessati dalla proposta figura anche Huawei, membro del gruppo di pressione industriale SolarPower Europe grazie alla propria attività nel settore degli inverter per pannelli solari.

L’eventuale esclusione della società cinese potrebbe generare frizioni interne
all’associazione e ripercussioni sull’intero comparto.

La Commissione europea non ha rilasciato commenti ufficiali sulla proposta, né ha fornito ulteriori dettagli in merito al contenuto della futura normativa.

Anche Huawei, contattata per una dichiarazione, non ha fornito risposte immediate.

La posizione cinese

Dal canto suo, Pechino ha già espresso in passato la propria contrarietà all’orientamento europeo, affermando che l’esclusione delle tecnologie Huawei e ZTE violerebbe i principi di mercato e le regole della libera concorrenza.

Un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che la rimozione delle apparecchiature prodotte da imprese cinesi, considerate affidabili e di qualità, avrebbe già causato danni economici e ritardi nello sviluppo tecnologico nei Paesi che hanno adottato misure restrittive analoghe.

Il precedente del 5G

La proposta si inserisce inoltre in una linea di continuità con le iniziative già avviate dall’Unione nel settore delle reti 5G.

In quel contesto, la Commissione aveva raccomandato agli Stati membri di limitare o escludere i fornitori considerati ad alto rischio dalle parti più sensibili delle infrastrutture, lasciando tuttavia ampia discrezionalità a livello nazionale.

Il nuovo intervento legislativo intende superare proprio questo modello, trasformando indicazioni non vincolanti in obblighi giuridici comuni.

Gli interrogativi sulla fattibilità Ue del divieto di apparecchiature cinesi

Non mancano, tuttavia, interrogativi sulla concreta attuazione della misura. Diversi operatori industriali hanno sottolineato che la sostituzione delle apparecchiature esistenti potrebbe richiedere tempi lunghi e investimenti significativi, soprattutto nei settori caratterizzati da cicli tecnologici estesi.

In assenza di periodi transitori adeguati, il rischio segnalato è quello di creare colli di bottiglia operativi o di rallentare progetti infrastrutturali già in corso.

La proposta della Commissione si colloca quindi in un equilibrio complesso. Da un lato, l’Unione europea mira a rafforzare il coordinamento nella gestione dei rischi legati alle tecnologie critiche.

Dall’altro, occorre tenere conto delle implicazioni economiche e geopolitiche di una misura che potrebbe ridefinire l’accesso di interi comparti produttivi al mercato europeo.

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