LO SCENARIO

Rischio sicurezza per la supply chain: cyber minacce e strategie di mitigazione

Gestire il rischio sicurezza per la supply chain è diventata una necessità per tutte le aziende, in particolar modo per quelle che erogano servizi o realizzano prodotti integrando componenti di terze parti. Ecco quali sono le cyber minacce e quali strategie adottare per mitigare il rischio

19 Apr 2019
C
Alessio Caforio

Cyber Security/System Engineer, Infosec Manager - NATO Communications and Information Agency, Vitrociset Spa

Gestire il rischio sicurezza per la supply chain che deriva dalle relazioni con i propri fornitori diretti e indiretti è ormai diventata una necessità per quelle aziende che erogano servizi o realizzano prodotti complessi integrando nelle proprie soluzioni componenti forniti da terze parti.

Il problema può avere conseguenze sia su scala nazionale che internazionale, soprattutto se le aziende in questione sono Operatori di Servizi Essenziali (ad esempio, trasporti, energia, telecomunicazioni) o Fornitori di Servizi Digitali (ad esempio, motori di ricerca, fornitori di servizi cloud e piattaforme di commercio elettronico), così come definiti nella Direttiva europea NIS (Network and Information Security).

In questi casi è doveroso chiedersi come sia possibile integrare componenti e servizi di terze parti in propri sistemi produttivi riducendo il rischio sicurezza a un livello accettabile e quali strumenti possano garantire un livello adeguato di fiducia.

Rischio sicurezza per la supply chain: le cyber minacce

La supply chain, intesa come insieme di relazioni di fornitura di prodotti/servizi tra aziende, dipende da tutte le attività poste in essere al fine di consentire l’impiego/erogazione degli stessi. Nelle aziende moderne, l’infrastruttura ICT è parte essenziale sia dei servizi erogati all’utente finale che dei processi produttivi e molto spesso rappresenta anche l’ossatura delle complesse relazioni tra fornitori e clienti.

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Risulta quindi evidente come gli obiettivi di business dipendano dall’affidabilità delle informazioni scambiate tramite l’infrastruttura ICT a sostegno della supply chain.

Risulta anche chiaro che attaccare l’infrastruttura ICT consente di pilotare la supply chain per fini illeciti. È possibile attaccare ogni parte della catena e ogni attività da cui essa dipende: fornitura di prodotti/servizi, attività di design, ricerca, realizzazione, verifica, distribuzione, manutenzione.

Le minacce cyber in questo contesto sono le più disparate e di una complessità che è direttamente proporzionale alla complessità della supply chain, al valore dell’obiettivo finale e alla capacità tecnica dell’organizzazione attaccante. Per poterle contrastare efficacemente occorre, quindi, identificare e contestualizzare i modelli di attacco tipici.

Anche in questo caso, servizi di cyber threat intelligence che siano fidati e integrati nella infrastruttura ICT dell’azienda risultano essenziali per prevenire e rispondere agli scenari di minaccia più verosimili.

Rischio sicurezza per la supply chain: esempi di attacchi

A favore di una maggiore comprensione del problema, proviamo a riprendere uno primo scenario di minaccia così come definito dal NIST e a seguire un processo di mitigazione del rischio dovuto alla minaccia specifica.

Scenario1 – Contraffazione di apparati per le telecomunicazioni

Un’azienda (Tel1) di grandi dimensioni che fornisce servizi di telecomunicazioni sul territorio nazionale ha realizzato un proprio sistema distribuito ed ha richiesto, tramite contratto, ad un system integrator (SysInt1) esterno il servizio di manutenzione. SysInt1, monitorando il sistema, si accorge che un suo componente (Comp1), impiegato per diverse centinaia di unità, è oramai obsoleto (OEM1 non lo produce più) e dovrebbe essere sostituito. Sostituirlo, però, con uno diverso e di più recente fabbricazione avrebbe un costo eccessivo a causa delle modifiche da effettuare all’intero sistema, inoltre i benefici funzionali e di business non sono tali da giustificare la spesa.

Lo scenario di minaccia che si considera include la possibilità che un fornitore alternativo (FakeOEM1) contamini, a scopo di guadagno, la supply chain proponendo a SysInt1 componenti del tutto simili nelle apparenze a quelli originali, ma costruiti con materiali di bassa qualità e, per questo, soggetti ad un ciclo di vita più breve. Le conseguenze sono: maggiori costi dovuti a malfunzionamenti e disservizi, sostituzioni più frequenti, penali ecc.

Per ridurre il rischio che la minaccia si verifichi si dovrebbero mettere in atto adeguate mitigazioni, specificando nei contratti tra Tel1 e SysInt1 i necessari requisiti di sicurezza. Nel caso specifico, si propone una strategia di mitigazione basata sul “Framework Nazionale per la Cybersecurity e la Data Protection” che include funzioni di sicurezza e resilienza delle categorie Supply Chain Risk Management (ID.SC) e Protective Technology (PR.PT):

  1. L’azienda Tel1 richiede per contratto che il system integrator SysInt1 e le terze parti coinvolte (OEM1) effettuino dei test di sicurezza in tutte le fasi post-design specificando metodi e strumenti di verifica.
  2. Il sistema ed i suoi componenti devono essere validati da SysInt1 prima e da Tel1 poi, per quanto concerne scelte di design, genuinità e assenza di alterazioni.
  3. In fase di progetto, si prevedono requisiti di sicurezza che introducano ridondanza nei percorsi critici (es. failsafe, load balancing, hot swap), per ridurre al minimo l’impatto dei guasti permettendo di garantire la resilienza del sistema sia durante il normale esercizio che in situazioni avverse.
  4. Si richiede la selezione da parte di SysInt1 di più fornitori di Comp1 qualificati e fidati secondo criteri ben definiti, le cui soluzioni siano intercambiabili dal punto di vista funzionale e di affidabilità.

Scenario2 – Introduzione di funzionalità per l’esfiltrazione dei dati

Modifichiamo ora lo Scenario1 introducendo un attacco alla confidenzialità delle informazioni gestite da Tel1. Immaginiamo che i processi produttivi del Comp1 siano contaminati e che, per questo motivo, l’OEM1 integri inconsapevolmente funzionalità non previste da specifica che non inficiano il comportamento atteso del componente, ma che consentono la realizzazione di un covert channel (canale di comunicazione segreto che realizza un protocollo di comunicazione non standard) da parte di un’organizzazione criminale (HackOrg1), per esfiltrare informazioni dal contesto operativo in cui verrà utilizzato.

Non è difficile pensare a scenari di trasmissione di informazioni attraverso campi di protocolli standard usati in modo non standard. Ad esempio, il campo identificativo (ID) dell’Internet Protocol (IP) di ogni pacchetto può contenere una lettera codificata. Anche i protocolli DNS a ICMP sono spesso usati per “trasportare” in modo illecito informazioni. Se poi lo strumento dell’attaccante è esso stesso un apparato di rete, allora si può arrivare a scenari complessi in cui sono implementati protocolli di comunicazione completamente nuovi fin dal livello fisico della pila ISO/OSI difficilmente rilevabili.

Le contromisure (cfr. Framework Nazionale) proposte sono utili a contrastare azioni malevoli che possono avvenire in ogni fase della realizzazione e della distribuzione del prodotto finale e/o dei suoi componenti:

  • Identity Management, Authentication and Access Control (PR.AC) – Il personale viene identificato, le credenziali autenticate, e solo successivamente autorizzato ad accedere agli asset di produzione e distribuzione, nel rispetto del proprio ruolo e dei propri compiti.
  • Awareness and Training (PR.AT) – Programmi di addestramento e sensibilizzazione del personale sono realizzati per incrementare la consapevolezza e la capacità di prevenzione e reazione ad incidenti di sicurezza.
  • Information Protection Processes and Procedures (PR.IP) – Si definiscono policy di sicurezza, processi e procedure a protezione dei processi produttivi e di distribuzione.
  • Maintenance (PR.MA) – La manutenzione deve essere pianificata e controllata secondo le policy di sicurezza.
  • Protective Technology (PR.PT) – Soluzioni tecniche devono essere realizzate a protezione dei processi produttivi e di distribuzione e a protezione delle comunicazioni che intercorrono tra fornitori e clienti.
  • Security Continuous Monitoring (DE.CM) – L’infrastruttura ICT e gli asset aziendali devono essere monitorati per rilevare eventuali incidenti di sicurezza.
  • Response Planning (RS.RP) – Si definisce e applica un piano di risposta agli incidenti informatici.
  • Communications (RS.CO) – le attività di ripristino a seguito di un incidente sono coordinate con le parti interne ed esterne.

Nota. Le contromisure a protezione della realizzazione e distribuzione del sistema e dei suoi componenti sono del tutto analoghe a tipiche contromisure da implementare in ambienti operativi in cui il sistema finale potrebbe essere impiegato.

Affinché le contromisure elencate sopra siano efficaci devono essere applicate da tutta la catena dei fornitori – il principio di ingegneria della sicurezza Trusted Components deve essere applicato su tutta la catena per evitare che un componente a bassa fidatezza possa inficiare la fidatezza dei componenti che lo integrano e basano il loro funzionamento su di esso.

Maggiore attenzione dovrebbe quindi essere posta a come sono gestiti i contratti nell’intera catena di fornitura. Inoltre, si dovrebbe richiedere che i test di sicurezza siano fatti da tutti gli attori della catena con particolare focus sulla specifica minaccia.

La soluzione tecnica finale del sistema potrebbe poi beneficiare di una particolare applicazione del principio di Defence in Depth, mitigazione della perdita della fidatezza. Si potrebbero, infatti, impiegare:

  • meccanismi di sicurezza dello stesso tipo (ad esempio, firewall), ma di diversi produttori e con diverse caratteristiche costruttive;
  • meccanismi di sicurezza di diverso tipo a protezione dello stesso asset (ad esempio, firewall e IDS/IPS) possibilmente di diversi produttori e con diverse caratteristiche costruttive
  • diversi dispositivi funzionali che implementano stesse funzionalità, ma di diversi produttori con diverse caratteristiche costruttive ma interoperabili.

Si cerca così di ostacolare e impedire azioni malevoli e di ridurre il rischio di guasti dovuti a caratteristiche indesiderate che sono specifiche di una singola tecnologia. In questo caso il requisito di interoperabilità tra dispositivi di diversi produttori dovrebbe essere esplicitato nei contratti.

Pattern di attacco

Al fine di aumentare la consapevolezza sulle minacce cyber alla supply chain, riportiamo di seguito le principali famiglie di attacchi:

  • Modifiche al servizio/prodotto introdotte durante le fasi di produzione
  1. Componenti del sistema sono modificati in modo non autorizzato durante il loro sviluppo
  2. Componenti del sistema sono modificati in modo non autorizzato durante la loro manutenzione
  3. Le specifiche di progetto sono modificate in modo non autorizzato durante la fase di design
  • Modifiche al servizio/prodotto durante l’integrazione/distribuzione
  1. Componenti hardware del sistema sono sostituiti in fase di distribuzione con analoghi che introducono funzionalità malevoli e/o sono contraffatti
  2. Software malevolo viene installato nel sistema in fase di distribuzione
  3. I processi di integrazione del sistema vengono alterati per introdurre hardware e software non autorizzato

È facile comprendere come i requisiti di sicurezza per proteggere le fasi realizzative e gli scambi di beni/servizi tra fornitori e clienti siano essenziali, al pari dei requisiti di sicurezza di design del beni/servizi finali e debbano essere studiati congiuntamente a questi ultimi.

Il risk management per la supply chain

Occorre identificare, valutare e mitigare il rischio che prodotti e servizi possano contenere funzionalità malevoli, possano essere contraffatti o possano essere vulnerabili a causa di cattive o assenti pratiche di cyber security nella supply chain” (estratto da: NIST Special Publication 800-161).

Strategia di difesa della supply chain.

Le soluzioni includono due aspetti fondamentali:

  • L’introduzione di requisiti di sicurezza per i fornitori attraverso contratti e/o accordi. Tali requisiti devono essere orientati a realizzare sia misure di sicurezza proprie dei sistemi oggetto di fornitura sia misure di sicurezza a protezione dei processi di produzione e dei processi di distribuzione.
  • L’introduzione di metodi e processi di verifica che i suddetti requisiti di sicurezza siano stati correttamente implementati.

Entrambi gli aspetti dovrebbero essere definiti in termini di estensione delle attività e di risorse necessarie, in relazione all’importanza degli asset da proteggere.

Una corretta analisi e gestione del rischio che comprenda minacce alla supply chain può quindi determinare non solo l’insieme delle contromisure da mettere in piedi a copertura dell’intero ciclo di vita di un sistema, ma anche il livello di dettaglio delle evidenze da produrre (test, documentazione ecc.) a garantirne la corretta implementazione (Assurance Level).

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