L'APPROFONDIMENTO

Localizzazione dei dati tra sovranità digitale e indipendenza tecnologica: l’inizio di una nuova era

Dopo almeno un quinquennio di graduale consapevolezza sulla ricchezza generata dalla cd. “data economy”, si prospetta ora la fine dell’era dei “dati senza confini” per indicare il venir meno dell’approccio culturale neo-liberista, legato allo sviluppo della cd. sharing economy. Ecco i punti cardine del dibattito sui futuri tratti che assumerà la sovranità digitale

03 Giu 2022
A
Angelo Alù

Consigliere Internet Society - Osservatorio Giovani e Internet

I dati come il “nuovo petrolio” dell’era digitale: sono passati cinque anni da quando il “The Economist” ha sottolineato il primato economico (e indirettamente “politico”) assunto dall’industria “high tech” (incarnata dai noti “colossi del web”) alla base del successo degli attuali servizi fruibili online (social media, motori di ricerca, marketplace ecc.) dando vita a una nuova economia in cui i dati rappresentano appunto la “risorsa più preziosa del mondo”.

Un’intuizione talmente azzeccata da giustificare a distanza di tempo, almeno dopo un quinquennio di graduale consapevolezza sulla ricchezza generata dalla cd. “data economy”, il crescente interesse oggi manifestato anche dai regolatori pubblici sempre più attivi in materia, come si evince dalla crescente proliferazione di strategie nazionali elaborate per tentare di assicurarsi il controllo diretto di tale “risorsa” nell’ambito di una ridefinita governance “stato-centrica” in grado di emanciparsi, secondo standard di piena e integrale sovranità digitale, dalla dipendenza tecnologica delle “Big-tech” o di altri attori terzi operanti nel panorama internazionale.

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La fine dell’era dei “dati senza confini”

Non a caso, prendendo spunto da un recente articolo a cura del “The New York Times”, si prospetta la fine dell’era dei “dati senza confini” per indicare il venir meno dell’approccio culturale neo-liberista, legato allo sviluppo della cd. sharing economy che si è affermata con l’avvento della cyber-globalizzazione su scala planetaria, ove hanno preso forma dominanti modelli socio-economici trainati dalle principali aziende IT (perlopiù riconducibili all’acronimo GAFAM) basati, secondo le logiche profittevoli del mercato, sul libero scambio dei dati come risorsa immateriale disponibile nello spazio virtuale trans-territoriale e delocalizzato della Rete.

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Secondo il citato articolo, “l’era dei dati senza confini sta finendo” perché, come variabile nuova rispetto al passato, i governi nazionali – al pari delle principali organizzazioni internazionali (come l’UE) – stanno cercando di recuperare terreno (magari sperando di colmare – forse invano ? – il gap tecnologico a lungo accumulato), nel dettare le “regole del gioco” applicabili all’interno di un definito ecosistema digitale ristretto entro delimitati confini territoriali, fondato sulla centralità “sovrana” delle proprie prerogative di controllo nella gestione dei dati: sembra al riguardo emergere una vera e propria corsa prioritaria d’intervento, sollecitata dall’urgenza di risolvere i problemi di sicurezza e privacy riscontrati nell’implementazione di infrastrutture critiche vitali per ridurre i rischi di vulnerabilità interna, nonché dalla necessità di rafforzare il funzionamento di pervasivi sistemi di sorveglianza massiva – specie nei contesti autoritari – unitamente all’esigenza di acquisire direttamente il “surplus” di valore legato allo sfruttamento economico generato dai dati, tra le molteplici ragioni che consentono di comprendere il nuovo crescente approccio di “protezionismo digitale” che si sta manifestando in numerosi Stati.

In altre parole, la partita decisiva si sta giocando sulla diretta egemonia delle risorse digitali condivise nel cyberspazio (e forse si potrebbe arrivare ad uno scontro frontale tra attori statali e colossi del web?).

Di certo, come riporta proprio il NYT, numerosi Paesi (“oltre 50”) – localizzati in svariate parti del globo (anche ove si registrano differenti visioni politiche sulla governance di Internet) – sono pronti a inaugurare una nuova stagione regolatoria ispirata dall’obiettivo strategico nazionale di conseguire il raggiungimento della sovranità digitale, declinata sulla base di specifiche finalità che emergono nel territorio di riferimento ove si manifestano motivate esigenze di sicurezza pubblica che giustificano, come nuovo approccio normativo, il raggiungimento di una completa indipendenza tecnologica.

Incremento delle politiche nazionali di localizzazione dei dati

Così, in un crescente clima di progressiva “digital cold war” dalle attuali instabili dinamiche di posizionamento alla ricerca di nuovi equilibri geopolitici generali, uno studio a cura dell’Information Technology and Innovation Foundation (richiamato dall’articolo del NYT), registra un rapido esponenziale incremento delle politiche nazionali di localizzazione dei dati: si tratta, ad avviso dello studio (che fornisce anche una ricognizione aggiornata dei relativi interventi politici) di misure particolarmente insidiose per la crescita di “un’economia digitale globale, aperta e innovativa”, destinate quindi progressivamente a ridurre, come negativo aggravio calcolabile in termini di rilevanti costi, il commercio internazionale, la produttività e il volume totale degli scambi, con conseguente aumento del livello generale dei prezzi e brusca involuzione della Rete Internet esposta a maggiori rischi di sicurezza sempre più diffusi di pari passi ad una preoccupante tendenza restrittiva volta ad erodere gli standard di accessibilità e apertura che caratterizzano l’attuale ambiente digitale.

In tale prospettiva, il report afferma che “il numero di misure di localizzazione dei dati in vigore nel mondo è più che raddoppiato in quattro anni” a fronte di 144 restrizioni accertate in 62 paesi rispetto alle precedenti 67 rilevate in 35 paesi nel 2017. Secondo il report, in contrapposizione a tali interventi politici che si stanno materializzando su scala globale (“la Cina è il paese più restrittivo dei dati al mondo, seguita da Indonesia, Russia e Sud Africa”), “per costruire un’economia digitale aperta, basata su regole e innovativa, paesi come Australia, Canada, Cile, Giappone, Singapore, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito devono collaborare su alternative costruttive alla localizzazione dei dati”.

Invero, nella concreta prassi, l’amministrazione USA, dopo un’iniziale fase di ridotto interventismo regolatorio, come precisa scelta politica favorevole ad espandere la libertà di impresa delle grandi aziende tecnologiche mediante un approccio flessibile di soft-law, starebbe ora intensificando gli sforzi per impedire ai propri rivali di accedere ai dati americani, in un’ottica di “protezionismo digitale” rigido e senza riserve, nell’ottica di salvaguardare le proprie risorse strategiche mettendole al riparo dalle interferenze straniere (esigenza che ha ispirato anche la riforma legislativa realizzata dal cd. “Chips for America Act” emanato per potenziare la fabbricazione domestica “in loco” di microchip).

Il Data Governance Act e la strategia europea

Sul versante del “vecchio continente”, l’Unione europea invece ha concluso l’iter di definitiva approvazione del Data Governance Act (DGA) che rappresenta uno dei principali pilastri operativi della generale strategia europea predisposta per costruire il proprio modello di ecosistema digitale. La citata normativa va letta in combinato disposto con il cd. “Data Act” – che a sua volta ha iniziato l’avvio ufficiale del relativo esame istituzionale – e rientra nel complessivo “pacchetto” di riforme (legge sull’Intelligenza Artificiale – attualmente in discussione – Digital Services Act, Digital Markets Act e Regolamento UE 679/2016), realizzate dall’Unione europea per affermare la propria sovranità digitale su scala globale come alternativa “superpotenza normativa” nella configurazione “tripolare” di Internet, sebbene, allo stato attuale sembra riscontrarsi un ritardo tecnologico talmente rilevante da indurre l’Europa ad accelerare lo sviluppo del progetto Gaia-X, come propria infrastruttura proprietaria preposta al controllo della gestione dei dati, considerato che più del 90% dei dati provenienti dall’Occidente risulta ospitato e custodito negli Stati Uniti d’America, anche a causa della mancanza di server europei.

Le politiche di localizzazione dei dati rappresentano un cambio di paradigma che sembra altresì fortificare il graduale processo di frammentazione di Internet come inedito ecosistema digitale orientato a realizzare una nuova Rete “Splinternet” emancipata dalla dipendenza tecnologica esterna a presidio delle infrastrutture nazionali critiche preposte a salvaguardare gli interessi vitali di un Paese.

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La rete “sovrana” in Russia

La Russia ha, ad esempio, ha pianificato la configurazione di una Rete “sovrana” (cd. “Rulnet”) basata sul funzionamento di un’infrastruttura centralizzata per promuovere un modello nazionalizzato di Internet separata dalla relativa struttura globale, mediante l’attuazione di politiche di sovranità digitale che prevedono, tra l’altro, l’archiviazione dei dati generati online, anche al fine di bloccare il traffico Internet in entrata e in uscita dal Paese ogni volta che il governo lo ritiene necessario e/o facilitare la relativa disconnessione.

Le politiche tecnologiche del governo cinese

Emblematiche risultano inoltre le politiche tecnologiche del governo cinese che affidano alle autorità statali il controllo centralizzato di Internet nell’ambito di una generale strategia di sovranità digitale finalizzata, in attuazione di un rinnovato quadro normativo, a salvaguardare, tra l’altro, la sicurezza dei dati: Pechino, in questo, senso, impone ora a tutti gli operatori telematici (anche stranieri) l’obbligo di memorizzare i dati raccolti in server gestiti da aziende di proprietà statale nel rispetto di quanto previsto da una legge in materia di sicurezza informatica che prescrive, anche allo scopo di proteggere i cittadini cinesi da interferenze esterne, la conservazione “in loco” di tutti i dati personali trattati nel territorio cinese.

Le reazioni delle Big Tech

Di contro, pur rendendosi disponibili ad offrire servizi digitali in grado di archiviare dati all’interno di un determinato territorio nazionale, le grandi aziende “high-tech” potrebbero prima o poi anche opporsi al tentativo degli Stati volto ad appropriarsi del controllo dei dati nell’ambito della propria governance nazionale: un segnale in tal senso pare leggersi nella lettera indirizzata al presidente USA Joe Biden, dai Colossi del web per formalizzare, in occasione dell’approvazione del Digital Market Act, una serie di critiche nei confronti della nuova disciplina europea, auspicando il mantenimento dello “status quo” secondo le attuali dinamiche dell’economia digitale alimentata dal libero scambio di dati.

Si tratta di una prima insofferenza manifestata dalle “Big-tech” di fronte alla maggiore intraprendenza regolatoria degli attori statali che potrebbe anche sfociare in uno scontro frontale, conseguente all’irreversibile convivenza di visioni confliggenti sullo sviluppo dell’ecosistema digitale, facendo valere il proprio peso economico (e “politico”) come “terza economia più grande del mondo”?

Resta aperto e oltremodo problematico il dibattito sui futuri tratti che assumerà la sovranità digitale tra tentativi politici di localizzazione dei dati e rischi di “neocolonialismo digitale”, in un diffuso clima di vulnerabilità informatica che espone gran parte degli Stati a insidiose “minacce ibride” in grado di destabilizzare la società e compromettere la tenuta dei sistemi democratici.

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