L'APPROFONDIMENTO

Il software libero, tra digitalizzazione e condivisione: il ruolo delle community

Lo sviluppo del software libero ha dimostrato che a muovere le community open source ci sono spesso e volentieri solide motivazioni economiche basate su quella che oggi, trent’anni dopo la loro nascita, è una considerazione un poco più consapevole del fatto che digitalizzazione fa rima con condivisione

Pubblicato il 09 Apr 2021

Roberto Guido

Programmatore

Software libero e community

I primi a confrontarsi con produzione e manipolazione di contenuti e beni digitali sono stati coloro che hanno interagito e compreso i computer: gli stessi sono stati anche i primi a constatare – in modo forse non del tutto consapevole – che “digitalizzazione” fa rima con “condivisione” e in questo contesto il software libero e le community che ci ruotano attorno hanno giocato sicuramente un ruolo di primaria importanza.

I Linux User Groups e il software libero

A metà degli Anni 90, in Italia, i Linux Users Groups erano una delle poche forme aggregative per chi aveva interesse nei confronti dell’informatica e delle sue applicazioni più pratiche.

Erano frequentati dai tecnici e dai professionisti più competenti, coloro che non si accontentavano delle soluzioni preconfezionate e inscatolate provenienti dai progrediti Stati Uniti e che – grazie al loro privilegiato accesso ISDN all’internet di quegli anni – potevano attingere ad un sempre più ampio bacino di “software libero”. Ovvero software distribuito con una licenza che concede agli utenti quattro diritti fondamentali, anche chiamati quattro libertà: l’uso, l’analisi, la modifica e la condivisione.

Creato da una già allora fiorente comunità mondiale che spontaneamente condivideva soluzioni per problemi comuni e meno comuni, le quali potevano essere alterate come più piaceva ed essere messe in opera sui sistemi informatici dei propri clienti.

Certo quello stesso accesso a internet permetteva a tali operatori di raggiungere altri tecnici altrettanto competenti in ogni angolo del pianeta, ma la frequentazione di un gruppo locale costituito da persone che abitavano nella stessa zona, che condividevano le stesse curiosità e lo stesso approccio operativo, che occasionalmente si potevano incontrare dal vivo per una serata di approfondimento o più semplicemente per una pizza in compagnia, e con cui scambiare messaggi telematici non solo per chiedere e dare aiuto tecnico ma anche per un commento divertente o una considerazione sopra le righe, ha permesso di consolidare queste realtà e farle diventare poli di attrazione a livello cittadino.

Il software libero e gli open data in Italia

Man mano che l’accesso a internet diventava più diffuso e trasversale, altre persone – con altri interessi oltre a quello per l’informatica fine a sé stessa – ne hanno colto le potenzialità e, ispirati dai risultati ottenuti da chi aveva iniziato a condividere il proprio software e a migliorarlo insieme ad altri per tramite della Rete, ne hanno adottato e adattato le metodologie, le dinamiche e i concetti applicandoli ad altri ambiti.

Nel 2001, pochi mesi dopo la fondazione del progetto originale, è stata avviata Wikipedia in lingua italiana, che in modo altrettanto libero e condiviso non assembra linee di codice e algoritmi bensì ogni tipo di conoscenza che possa essere espressa nel linguaggio comune.

Nel 2005 veniva fondata Wikimedia Italia, istanza di Wikimedia Foundation nel nostro Paese, ma prima ancora – nel 2003 – il panorama intellettuale filo-tecnologico veniva preparato ed ammorbidito con la costituzione del gruppo di lavoro italiano di Creative Commons, iniziativa che traduce e trasla i termini legali propri delle licenze software di tipo “libero” anche per altre tipologie di prodotti culturali (in primis, testi e musica).

Al 2010 risalgono gli albori della community nostrana dedicata agli “open data”, che domanda informazioni in formato digitale e strutturato da parte degli apparati pubblici e statali per perseguire l’obiettivo di distillare trasparenza non solo tecnologica ma soprattutto politica.

E nel 2011 si è visto in Italia il primo Fablab, ovvero un luogo debitamente attrezzato dove ideare e realizzare progetti hardware spesso poi condivisi secondo i medesimi canoni del software open source.

L’avvento delle community del software libero

In questo processo, la realtà più prettamente legata al software libero – che, come abbiamo visto si è costituita prima di altre, data la sua posizione di vantaggio storico nei confronti della realtà digitale – è stata anche la prima a vivere, suo malgrado e senza rendersene conto, una forte trasformazione dei contenuti, dei messaggi e delle persone.

Talvolta turbolenta, come frequentemente sono le trasformazioni. Mentre molti dei sopra menzionati nuclei locali hanno dovuto cedere il passo alle community online di assistenza e condivisione (ahimè, oggi non si dà la stessa importanza di un tempo alle pizze in compagnia…), e un po’ a causa della mancanza di una leadership univoca e riconosciuta che la rappresentasse nel suo insieme, quella che può sommariamente essere chiamata “community del software libero” si è disciolta e distribuita in modo atomico.

Continuano ad esistere, ovviamente, forme di aggregazione, nelle più disparate forme (tanto online quanto offline) e sulle più disparate piattaforme, ben frequentate anche dai più giovani – che mai esauriscono la loro voglia di capire e creare – , ma sono ancora più numerosi coloro che, non frequentando alcuna di queste unioni, comunque aiutano gli amici ad installare e configurare Linux sui rispettivi computer, suggeriscono al capo in ufficio di scegliere una soluzione libera anziché una “proprietaria” (a codice chiuso), ed insomma contribuiscono – incidentalmente ed autonomamente – all’opera di divulgazione, promozione e disseminazione.

“Software” e “Libero”

Il fulcro di ogni analisi sulle dinamiche della realtà free software deve necessariamente partire da un presupposto basilare, troppo spesso ignorato (purtroppo, a volte, in modo deliberato): il software libero è libero, ma è anche software. Cioè: uno strumento. Ci sono le licenze, le implicazioni legali e politiche, la trasparenza e la consapevolezza, ma queste non possono esistere senza i protocolli, i linguaggi, i formati e – a monte di tutto – le competenze.

La concezione di “software libero” si è drasticamente trasformata man mano che si allontanava dalla retorica dettata da Richard Stallman (colui che ne ha dato la prima definizione, accompagnandola però ad argomentazioni oggettivamente troppo astratte, utopiche e vaghe per fare presa sui più) e raggiungeva una platea più estesa: non un obiettivo da perseguire in sé e per sé, ma un modo per coltivare conoscenza, creare innovazione, sviluppare lavoro e benessere sostenibile ed implementare un progresso auspicabile.

Il modello di sviluppo open source

Da qui deriva la nascita, la diffusione e l’affermazione del modello di sviluppo open source, basato sulla condivisione e sulla collaborazione reciproca e che fornisce un contesto funzionale alle quattro libertà del software.

Da qui derivano le tante iniziative dedicate al recupero di hardware da destinare a scuole e famiglie in difficoltà, di cui Linux è il sistema d’elezione esistendone varianti che possono essere installate anche sui PC un po’ più vecchiotti.

Da qui deriva il binomio tra software libero e privacy, argomento su cui molti hanno iniziato ad interrogarsi almeno dal 2013 (ovvero dalle rivelazioni di Edward Snowden in merito alle strategie di sorveglianza operate dagli Stati Uniti) e recentemente tornato in auge a fronte della disinvoltura con cui enti e scuole – in virtù del lockdown imposto dalla pandemia COVID – hanno dirottato sui server d’oltreoceano i dati personali di cittadini e studenti.

Da qui derivano le fondamenta del “coding”, la disciplina di introdurre bambini e bambine ai rudimenti della programmazione e alle basi del funzionamento dei computer, abbracciata e sostenuta da moltissimi membri della comunità free software per la sua essenza educativa nei confronti della tecnologia.

Da qui deriva l’acceso interesse di una nutrita schiera di insegnanti nei confronti di queste tematiche, che vengono portate in aula all’attenzione di ragazze e ragazzi affinché essi siano stimolati dall’affascinante connubio tra gli ideali di condivisione ed i contenuti più strettamente tecnici e scientifici.

For fun and profit

Da qui derivano anche gli innumerevoli gruppi di interesse legati a specifici strumenti e specifiche tecnologie che, a livello cittadino almeno dal 2014, organizzano a cadenza periodica incontri e serate su argomenti estremamente verticali all’interno della propria sfera di interesse, rivolti principalmente a programmatori, sistemisti e addetti ai lavori.

Non stupisce constatare che molti di tali gruppi sono stabiliti e animati da piccole aziende locali che con quegli specifici strumenti e quelle specifiche tecnologie lavorano e costruiscono il proprio business, e tali iniziative trovano la propria motivazione non solo nell’intento di promuovere e far conoscere i propri strumenti e le opportunità che offrono ma anche nel desiderio di avvicinare, individuare e possibilmente assorbire le competenze che possono essere trovate sul territorio al fine di rafforzare la propria capacità produttiva.

Conclusioni

Per quanto ostinatamente resista un’idea romantica della community open source, secondo cui essa sia composta da smanettoni sfaccendati che passano le nottate davanti al computer a scrivere software per il solo proprio diletto intellettuale, trent’anni di storia ci dimostrano che, oltre ad un indubbio stimolo cerebrale (scientifico, qualche volta persino artistico) nei confronti dei complessi sistemi informatici, a muovere queste persone ci sono spesso e volentieri anche solide motivazioni economiche.

Basate su quella che oggi, trent’anni dopo, è una considerazione un poco più consapevole: “digitalizzazione” fa rima con “condivisione”.

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