BLOCKCHAIN

Il nuovo Web3: cos’è, come funziona e le implicazioni di cyber security

Il Web3 è la terza generazione del Web che tutti quanti utilizziamo quotidianamente. Funzionerà grazie alle blockchain e, proprio per questo, dovrebbe garantire agli utenti la massima libertà d’uso togliendo alle big tech la possibilità di controllarlo. Ecco come funziona e come potrebbe evolvere nel prossimo futuro

08 Mar 2022
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Ricardo Nardini

IT System Specialist

Non si tratta di un argomento riciclato o un settaggio del server web, non si tratta della solita trovata pubblicitaria né tantomeno della solita tecnologia “cosmetica” per i siti web: quando parliamo di Web3 stiamo parlando dell’innovativa tecnologia che si affaccia all’orizzonte, una tecnologia che rivoluzionerà completamente il concetto di libertà d’espressione in Internet e l’impossibilità di oscuramento da parte delle autorità che “regolano la navigazione” sulla superficie della “normal web” ovvero la web indicizzata dagli web crawler, spiders o robots.

Il Web3 sarà la pubblicazione di un sito web o un identità all’interno di un blocco situato dentro una blockchain, la quale verrà ospitata dentro milioni di “wallet”, impedendo ovviamente la cancellazione, l’oscuramento e impedendo la falsificazione di quel determinato blocco, di quel sito web o contenuto.

Web3 basato su blockchain: una tecno-utopia che pecca d’ingenuità

Il Web3: differenze con il Peer-to-Peer e l’I2P

Se tra gli anni 90 e i primi anni 2000 si parlava di web1, quindi un web da leggere di tipo statico composta da protocolli aperti dove l’unico valore erano le visualizzazioni, tra gli anni 2000 e il 2020 si parlò del Web2, quindi il web che tutti conosciamo dove si poteva leggere, scrivere e relazionarsi con altri attraverso piattaforme terze.

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Il Web3, chiamato anche “web semantico” perché si serve dell’intelligenza artificiale, sarà invece la somma delle due precedenti tecnologie, ma innovativa in sé stessa, quindi un web di proprietà assoluta degli utenti in una Internet completamente non governata ma residente in una catena di blocchi.

Per non confonderci, iniziamo col dire che la realtà I2P si basa su un nodo web che vive all’interno di una VPN o rete criptata nella quale vivono siti web, ma questi sono centralizzati, ovvero ogni possessore ha il proprio web in casa propria formando parte dell’anonimato totale, quindi in appartenenza al Deep Web, mentre quello proposto da Web3 vivrebbe all’interno di una blockchain.

Questa blockchain del Web3 non è ancora chiaro se a livello di progetto e sviluppo potrà vivere all’interno di wallets presso i propri computer in libera distribuzione o se verrà anche pubblicata online da alcuni generosi volontari che daranno in pasto il feed, come avviene con TOR, per consultarlo online, però all’interno della blockchain per condividere le proprie risorse.

Per il P2P o Peer-to-Peer furono anni felici prima del Bitcoin nel quale attraverso software come eMule condividevamo tonnellate di risorse, decentralizzando le sue posizioni. Ma anche questa tecnologia non aveva relazione con quella delle blockchain. Bitcoin lavora mediante tecnologia blockchain, è P2P ma non include altro che sé stessa.

In aggiunta possiamo chiedere di non confondere Web3 con web 3.0, perché del Web3 ne stiamo già parlando e ne va molto oltre, in quanto è un insieme che include anche il web 3.0 che si relaziona con moduli di Ethereum. Quindi in sé il web 3.0 è un grande progetto relazionato con Ethereum.

Il Web3 potrebbe far funzionare il suo cuore allo stesso modo che le cryptovalute Proof-of-Stake generando “token di ricompensa” attraverso tokens o NFT come quelli del Metaverso di Facebook, in modo di sviluppare in sé e al suo interno la sua propria economia.

Tutto questo in contrasto con le grandi corporazioni che finora hanno fatto dipendere gli utenti dai propri servizi. In questo modo, abbiamo illustrato la differenza tra Web2 e Web3, dove il protocollo IPv6 gioca un ruolo fondamentale con la decentralizzazione.

Alla luce di quanto spiegato, si intravede la lentezza legislativa ancora nell’intento di regolarizzare il mondo delle criptovalute e le realtà web con la consueta loro velocità: come dire che questa velocità tecnologia è “acqua che scappa tra le mani” alle legislazioni. L’imposizione del dollaro come moneta di riferimento mondiale stucca le legislazioni a correre solo dietro materiale che abbia un valore di “fiducia” verso e le monete “FIAT” (fiduciarie), tralasciando il vero valore del sentiero della velocità della tecnologia.

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Web3: implicazioni nei confronti della cyber security

I tempi che verranno, oltre a vedere le guerre di diritto geo strategico tra le superpotenze, vedranno uno spostamento delle proprietà dai grandi gestori e corporazioni verso le appartenenze certificate da firme digitali all’interno delle catene di blocchi.

Se oggi si ha bisogno di dimostrare che una certa proprietà vi appartiene in quanto depositate le carte presso un notaio, domani sarà la catena di blocchi l’ente preposto a tale certificazione.

Questo tipo di digitalizzazione delle certificazioni sposterà il cyber crimine sempre più verso un intento di sottrazione di hash privati di una determinata blockchain per poter accedere a determinati contenuti che ora è semplicemente possibile rubare bucando o eludendo una serie di firewall. I cyber criminali si sposteranno, quindi, verso una specializzazione alla manipolazione delle catene di blocco per poter prendere possesso di quel IoT o di quel sito web.

Ci stiamo muovendo, quindi, sempre più da un periodo di supremazia geopolitica a uno di tecno politica? Come gli stati composti geograficamente di deserti, una volta poverissimi, oggi sono tra i più ricchi al mondo in quanto estrattori di petrolio, domani gli stati verranno sempre più valorizzati per i propri know-how, così che le fughe di cervelli verranno condannati come oggi si fa con il traffico illegale d’oro. La cyber security vive all’interno della testa degli informatici, la fuga di cervelli dall’interno di uno stato che deve vivere di Web3 è mortale per il futuro di una nazione.

Di certo, per la cyber security del mondo d’oggi possedere le transazioni validate all’interno di catene di blocchi fa tirare un sospiro di sollievo. Per la cyber security del domani sarà una sfida da vincere.

La necessità di mano d’opera specialistica sarà sempre più necessaria, le aziende dovranno sapersi tenere stretti in casa propria persone capaci a fare determinati lavori, viceversa le battaglie per le aziende sarà irrimediabilmente perduta.

Proprietà intellettuali dei siti protette dalla blockchain master

Se si fa un rapido riassunto delle differenze tra il vecchio e il nuovo che verrà, si nota che le informazioni personali che ora sono controllate in modo centralizzato passeranno a essere controllate dall’utenza; che le monetizzazioni passeranno dal controllo della piattaforma al controllo dell’utente come già avviene nel caso del browser web Brave: la privacy che dà tanto filo da torcere attualmente, in futuro verrà assolutamente controllata per difetto dall’utenza finale.

L’identità digitale che oggi si trova centralizzata passerà ad essere un’identità sicura in quanto permanente all’interno della catena di blocchi. E per finire, la pubblicità che oggi è gestita in base al registro delle attività dell’utente, in futuro sarà opzionale con ciò che ne consegue. A questo punto è facile dedurre che, di conseguenza, la proprietà intellettuale dei siti sarà irrevocabilmente scolpita all’interno di un blocco della catena.

Per fare un esempio sulla pubblicità, il browser web Brave fa decidere all’utente se vuole o meno visualizzare la pubblicità e in caso affermativo paga l’utente per questo con dei token di tecnologia ERC-20 chiamati BAT.

Viceversa, attualmente piattaforme come YouTube decidono o meno la monetizzazione dei video pubblicati. Non entro nel merito di tali decisioni unilaterali che da molti vengono viste come un forma di ritorsione verso l’utente finale: si veda per esempio cosa è successo agli account dell’ex presidente USA, D. Trump. Le proprietà intellettuali dei siti saranno permanentemente scritte sui blocchi, per cui le decisioni dell’utente saranno irrevocabilmente proprie.

Il Web3 e l’impossibilità di controllo dei siti web

Per quanto concerne l’identità, oggi possiamo usufruire di identità condivise come quelle di Google o di Facebook utilizzate per identificarsi su molti siti, in futuro le identità coniate all’interno della catena di blocchi non apparterranno più a questi colossi che le gestiscono ma irrevocabilmente ai propri utenti.

Alcuni progetti già in linea come Civic, Cardano e altri sono già attivi cercando di costruire questi tipi di identità digitali coniate dentro i blocchi, mentre alcune reti sociali come Twetch e Voice stanno già cercando di lavorare nella costruzioni di reti sociali basate su blockchain.

Gli enti di controllo dovranno accettare che non sarà più così semplice avere il controllo dei siti web, oscurando a piacimento quello che non li è conveniente: gli enti regolatori dovranno imparare a correre sempre più dietro le tecnologie per non venire spiazzati dal nuovo modus operandi della Web3.

Viceversa, Web3 offre un lato oscuro e maligno per quanto riguarda il controllo della popolazione. Alcuni governi totalitari potranno ingegnare sistemi di controllo dei cittadini e applicare le catene di blocchi per non essere smascherati dai sistemi garantisti e qui la nuova cyber security giocherà un ruolo fondamentale. Ci saranno aziende che costruiranno il proprio fatturato nello sviluppo di sistemi ad utilizzo personale per contrastare gli abusi di governi invadenti.

Creare blocchi o muraglie telematiche per evitare l’ingresso in certi paesi

Chi sa, forse la parte più emozionante di questa pubblicazione risiede sul ruolo fondamentale che giocheranno le intelligenze artificiali all’interno della gestione di queste catene di blocchi. Chi sa, magari determinate porte di un wallet che utilizza le catene di blocco dati occidentali verranno fatte passare su territori non controllati ma a sua volta bloccate dalle varie intelligenze artificiali delle varie sponde politiche.

Oggi, per esempio, è già una realtà che molti social network vengono oscurati in zone di regime politico diverso dal nostro.

Quando prima si parlava di web semantico ci si riferiva al ruolo indiscutibile che giocano oggi le intelligenze artificiali nell’interpretazione per la ricerca all’interno del web.

La ricerca semantica si caratterizza per saper capire esattamente cosa cerca l’utente basandosi sul modo di scrivere una frase ed interpretarla e non solamente sulle parole scritte all’interno della frase.

La parte protocollo diventa indispensabile in quanto è impossibile pensare tutto quanto illustrato senza un forte intervento del IPv6. Le semantiche verranno applicate non solamente alla ricerca di contenuto ma anche all’individuazione di punti rete IoT per poter interattuare direttamente con i dispositivi senza passare attraverso farraginosi instradamenti e lenti DNS della rete.

Un esempio che spiega quest’ultima affermazione è quello della realtà aumentata che permette di interattuare con un punto IoT semplicemente attraverso un paio di occhiali intelligenti. Detto ciò risulta inevitabile dare una determinata importanza al layer blockchain. Oggi esistono già progetti in essere che hanno come obbiettivo interconnettere tra loro tutte le blockchain principali, vedi per esempio i progetti Cosmos e Polkadot.

Si prevede che per l’anno 2030 circa centomila milioni di dispositivi saranno connessi ad Internet, quindi avemmo più di dieci dispositivi collegati ad internet per ogni essere umano sulla terra.

A questo punto possiamo affermare che sarà quasi impossibile creare blocchi o muraglie telematiche di nessun genere intorno alla Web3.

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Gli sviluppi futuri di questa innovativa tecnologia

Quando parliamo di borderline, lo traduciamo con l’impossibilità legislativa di regolarizzare le nuove tecnologie a causa della velocità tecnologica. Questo non significa che le criptovalute o i blockchain siano criminosi, semplicemente si parla della lentezza naturale legislativa incapace di correre dietro i cambi.

Se oggi ci si rivolge agli uffici competenti chiedendo l’apertura di una partita IVA per la creazione di un azienda di sviluppo di Web3 ci risponderanno che non esiste attualmente un codice ATECO per tale attività e ci inviteranno a creare tale partita IVA come una semplice software house. Va bene, ma nonostante ciò, la classificazione Software House è un termino ambiguo e in alcuni casi fuorviante per certe attività di sviluppo: La nomenclatura non rispecchia la reale attività aziendale.

L’insieme Web3 include il sottoinsieme web 3.0 e di conseguenza si trova intimamente legata alle tecnologie ERC-20 ed Ethereum. Sarà questa la vera sfida in quanto oggi per pubblicare un NFT è necessario disporre di un certo quantitativo di criptovalute per “pagare” il “gas” necessario per eseguire le transazioni.

Un artista che si propone vendere e sue creazioni attraverso tokens Meta o NFT già si trova in un ambiente inflazionario dove solo per iniziare a muoversi si necessita di cospicue quantità di criptovalute. “Costa troppo” cosi si potrebbe riassumente l’attuale freno di questa tecnologia, non è semplice adattare la richiesta di mercato all’interno di un Metaverso con le tasche del cittadino comune, questo fa diventare questi universi paralleli inaccessibili per molti.

Si fa un gran parlare di democrazia quando il mercato lo vuole tutto, e si parla tanto di Metaverso quando sarà solo per pochi possenti. Ecco la vera sfida è il rischio di rimanere per sempre “borderline”.

Potremmo finire questa pubblicazione con una proposta rivolta verso le aziende, chiedendo sempre più sviluppo etico con linguaggi di programmazione come per esempio Solidity, mirando alle qualità verso il risparmio, che rispecchia bassi consumi di risorse naturali della terra (leggi gas consumato da Ethereum) e mirando responsabilmente e con molta attenzione verso la cyber security in quanto queste nuove frontiere aprono le porte a problematiche legate alla sicurezza.

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