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Dalla libertà di espressione alla responsabilità: come si governa l’informazione



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Essenzialità dell’informazione, rispetto della dignità e attenzione al contesto diventano strumenti operativi, per gestire questa responsabilità in modo concreto, applicando criteri già definiti dal diritto. Ecco come rendere la libertà di espressione coerente con gli effetti che ogni atto informativo genera in un sistema diffuso e vulnerabile

Pubblicato il 8 mag 2026

Giuseppe Alverone

Consulente e formatore Privacy e Cybersecurity. DPO certificato UNI CEI EN 17740:2024



Dalla libertà di espressione alla responsabilità: come si governa l’informazione
informazione e libertà di stampa
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La responsabilità informativa, che nasce quando si produce, si condivide o si trasforma un contenuto, non riguarda più solo i professionisti.

Chiunque diffonda informazioni incide sulla percezione della realtà degli altri.

Il terzo capitolo di questa pentalogia, dedicata alla difesa dell’informazione, mostra come gestire questa responsabilità in modo concreto, applicando criteri già definiti dal diritto.

Essenzialità dell’informazione, rispetto della dignità e attenzione al contesto diventano strumenti operativi.

Il punto non è limitare la libertà di espressione, ma renderla coerente con gli effetti che ogni atto informativo genera in un sistema diffuso e vulnerabile.

Dalla libertà di informare alla responsabilità di governare gli effetti

Nei primi due articoli della nostra pentalogia è emerso un dato particolarmente rilevante: chi diffonde contenuti esercita una funzione informativa, a prescindere dal ruolo.

Nel flusso che si sviluppa le distorsioni si generano e si amplificano. Il rischio è già dentro il modo in cui si legge, si interpreta e si condivide. Ora il problema cambia natura. Non basta sapere che tutti informano e generano rischi diffusi.

Occorre capire come si gestisce questa condizione; perché ogni atto informativo produce effetti e quegli effetti ricadono su persone, contesti e decisioni.

Qui il diritto offre un criterio preciso: impone misura, non blocca la circolazione dei contenuti, ma chiede di governarla.

La responsabilità come criterio operativo

La responsabilità informativa sorge nel momento in cui si decide se pubblicare, rilanciare, commentare o trasformare un contenuto.

È una responsabilità che riguarda il modo in cui l’informazione entra nella vita degli altri e riguarda il contesto che si altera quando un contenuto viene spostato, ridotto o rilanciato senza essere stato compreso.

Per gestire in modo corretto questa responsabilità esistono criteri operativi chiari.
Si trovano nelle regole deontologiche diffuse dal Garante per la protezione dei dati personali con il provvedimento n. 491 del 29 novembre 2018.

L’articolo 13 di queste regole estende la loro applicazione oltre il perimetro professionale: non riguardano solo giornalisti, pubblicisti e praticanti, ma chiunque, anche in modo occasionale, diffonda contenuti al pubblico svolgendo di fatto un’attività informativa.

L’art. 6 delle regole deontologiche afferma in modo chiaro che l’informazione è legittima quando è essenziale rispetto a un interesse pubblico e non quando è semplicemente disponibile o interessante.

Questo cambia il modo in cui bisogna agire: non basta chiedersi se una notizia è vera; occorre sempre chiedersi se:

  • è necessaria;
  • serve davvero a informare;
  • introduce un effetto distorsivo.

Essenzialità: il primo filtro reale

Il criterio più importante, quindi, è quello dell’essenzialità.

Secondo questo criterio, si può diffondere solo ciò che è indispensabile per comprendere un fatto di interesse pubblico. Tutto il resto è rumore o, peggio, danno.

Questo vale in modo evidente per chi svolge attività giornalistica ma vale, allo stesso modo, per chiunque intervenga nel flusso informativo.

Quando una persona rilancia un contenuto, aggiunge dettagli, enfatizza un passaggio o decontestualizza un fatto, sta già operando una selezione e quella selezione produce effetti.

Gestire la responsabilità significa governare questa scelta e quindi evitare di:

  • aggiungere elementi inutili;
  • amplificare ciò che non serve;
  • trasformare un’informazione in qualcosa di diverso.

Dignità: il limite che non deve mai essere superato

Esiste un limite che non può essere superato: è la dignità della persona.

Il fatto che un contenuto circoli in Rete non lo rende automaticamente condivisibile e la circostanza che sia accessibile a tutti non lo rende giusto.

Ci sono immagini che devono essere fermate e dettagli che devono restare fuori.

Quando questo limite viene oltrepassato, l’informazione diventa esposizione e talvolta danno. Le regole sono molto chiare.

L’art. 8 delle citate regole deontologiche stabilisce che devono essere evitati contenuti che ledono la dignità, soprattutto quando non esiste un reale interesse pubblico.

Questo vale in modo ancora più rigoroso per minori, persone vulnerabili o soggetti coinvolti in situazioni critiche.

Qui la responsabilità diventa scelta concreta che porta a fermarsi prima di diffondere e a valutare se un determinato contenuto aggiunge conoscenza o produce solo esposizione.

Non è una questione di prudenza ma di correttezza.

Contesto: laddove l’informazione cambia significato

Uno degli effetti più sottovalutati è lo spostamento di contesto.

Un contenuto viene pubblicato in un ambiente preciso. Poi, quando viene rilanciato, perde spesso quel contesto e ne assume uno nuovo e, in quel passaggio, il significato cambia.

Una frase estratta da un discorso, un’immagine isolata, un dato non spiegato possono produrre effetti opposti rispetto all’intenzione originaria.

Gestire la responsabilità significa, quindi, anche mantenere il legame tra contenuto e contesto evitando semplificazioni che alterino il senso e sintesi che deformino il significato.
Bisogna avere sempre ben presente che ogni volta che si interviene su un contenuto, si interviene sulla percezione degli altri.

Consapevolezza, il vero fattore di controllo

Il sistema informativo oggi è veloce, dispersivo e difficile da presidiare, perché non esiste un controllo centrale.

Per questo motivo, il vero fattore di governo è la consapevolezza diffusa.

Chiunque partecipi al flusso informativo deve sapere che sta esercitando una funzione; anche se per pochi secondi e anche se non ne ha l’intenzione. Questa consapevolezza cambia il comportamento perché:

  • introduce un momento di valutazione;
  • riduce gli automatismi;
  • limita la propagazione di contenuti non verificati o non compresi.

Certamente, non serve a trasformare ogni persona in un professionista dell’informazione. È però necessaria a rendere ogni atto informativo un atto consapevole.

Organizzazioni: dove la responsabilità diventa sistema

Se questo vale per le persone, vale ancora di più per le organizzazioni.

Ogni impresa produce contenuti, ogni ente comunica e ogni struttura incide sulla percezione di clienti, utenti, mercato e istituzioni.

Qui la responsabilità non può essere lasciata al caso ma deve essere progettata. Questo significa:

  • definire criteri chiari su cosa si comunica e come;
  • formare chi gestisce contenuti;
  • integrare la gestione dell’informazione nei processi di rischio.

Perché l’informazione è essenzialmente un asset e come tale va protetta.

Le regole tracciano un confine

A questo punto il passaggio non lascia margini di ambiguità.

Informare non è più un’attività confinata a una categoria professionale ma una funzione diffusa che si esercita ogni giorno, spesso senza piena consapevolezza e proprio per questo la responsabilità non può più essere ignorata o rimandata.

Le regole esistono e indicano un percorso preciso: chiedono di:

  • selezionare ciò che è davvero necessario;
  • fermarsi davanti a ciò che espone inutilmente;
  • mantenere intatto il legame tra contenuto e contesto.

Tracciano un confine che consente all’informazione di restare tale, senza scivolare nella deformazione o nell’esposizione.

La differenza, oggi, non si gioca sulla possibilità di parlare ma sul modo in cui si sceglie di farlo.

Ogni contenuto rilanciato, ogni parola aggiunta, ogni immagine condivisa contribuisce a costruire una rappresentazione della realtà che può essere fedele oppure distorta.

È qui che si misura la qualità del sistema informativo: nei comportamenti concreti di chi, ogni giorno, entra nel flusso e ne modifica la direzione.

Nel prossimo articolo descriveremo come chi altera e diffonde una notizia, anche senza intenzione di danneggiare, possa esporsi a responsabilità penali e civili e, in molti casi, anche a responsabilità in materia di protezione dei dati personali.

Quando l’attività esce dalla sfera domestica ed entra nello spazio pubblico, si attiva il perimetro del GDPR e con esso un sistema di regole che impone scelte consapevoli e verificabili.

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