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Shoulder surfing: cos’è e come funziona questa particolare tecnica di social engineering

Lo shoulder surfing è una tecnica di social engineering che consente di rubare informazioni senza richiedere skill tecniche o particolari competenze informatiche: basta individuare un modo per avvicinarsi alla vittima e semplicemente osservare lo spazio che la circonda. Ecco come funziona e come difendersi

Pubblicato il 20 Gen 2020

S
Manuela Sforza

Cyber Security Analyst

Lo Shoulder surfing, l’arte di ottenere le informazioni “sbirciando” oltre le spalle della vittima, è una delle tecniche più antiche ed efficaci di social engineering; nella sua dissacrante semplicità questa particolare strategia di attacco è stata protagonista di alcuni dei più famosi (e redditizi) attacchi di social engineering di tutti i tempi.

Cos’è e come funziona lo shoulder surfing

Nella sua versione base, lo shoulder surfing può essere posto in essere da chiunque, non richiede skill tecniche o chissà quali competenze informatiche; basterà individuare un modo per avvicinarsi alla vittima e semplicemente osservare lo spazio che la circonda, cercando di percepire con i sensi o registrare su supporto (audio/video) qualsiasi tipo di informazione; se l’attaccante ha la fortuna dalla sua parte, egli acquisirà direttamente la password, il token, il codice di autorizzazione che cercava; in caso contrario, l’attacco non sarà stato inutile: il social engineer avrà comunque accumulato una certa “dose” di conoscenze di contesto, utili per raffinare l’attacco successivo e per costruire un pretext, uno scenario, sempre più credibile, in grado di meglio dissimulare la successiva “incursione”.

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Certo, lo shoulder surfing è un attacco human based e non prevede, nella sua “versione canonica” l’utilizzo di skill tecniche o strumenti informatici; tuttavia non è possibile ignorare che le potenzialità della percezione sensoriale, su cui si basa questo attacco fondato sulla prossimità fisica, vengono enormemente potenziate dall’utilizzo, sempre più pervasivo, delle tecnologie.

Assistiamo dunque ad attacchi condotti con l’ausilio di microfoni, nano-amplificatori, microcamere e persino binocoli, strumenti che superano i limiti della capacità percettiva degli organi sensitivi umani, estendendo il raggio di incidenza dell’azione, la sua ingerenza e, da ultimo, amplificandone il tasso di successo.

I casi più famosi di shoulder surfing

Se in “era analogica” l’ingegnere sociale, per quanto intraprendente e spigliato potesse essere, doveva accontentarsi del materiale acquisito nel raggio visivo spaziale dei suoi occhi e con la capacità uditiva delle orecchie, oggi, con un pretext adatto e le opportune tecniche di impersonation, può pensare di fingersi un dipendente dell’impresa di pulizie, entrare in un ufficio con una microcamera posizionata dietro le lenti degli occhiali o sotto il berretto, svolgere la sua attività senza destare sospetti, semplicemente prestando attenzione, ogni tanto, a rivolgere lo sguardo (e dunque a puntare le telecamere) sulle scrivanie, sui desktop, sulle lavagne, sui cestini della spazzatura, sui rack e archivi digitali o sugli altri obiettivi sensibili e solo in un secondo momento, davanti alla sua postazione e con tutta calma, pensare all’enorme quantità di materiale acquisito per lui dai dispositivi.

Ma non crediate che lo shoulder surfing sia efficace solo se effettuato con l’ausilio di questi strumenti: la storia ci racconta due episodi incredibili, che hanno visto questa tecnica semplicissima protagonista di due tra i più famosi e redditizi attacchi di social engineering di tutti i tempi.

Stanley Mark Rifkin è l’autore di una delle rapine di banca più sensazionali della storia americana: lavorando a contratto per lo sviluppo di un sistema di backup commissionato dalla Banca Nazionale del Pacifico, localizzata in un edificio di 55 piani nel cuore di Los Angeles, protetto da robuste misure di sicurezza, in una prima fase, si era limitato ad osservare in silenzio le procedure utilizzate dagli operatori durante i trasferimenti di denaro.

Dopo aver scoperto che utilizzavano un codice segreto, variabile giorno per giorno, scritto sulla lavagna in una delle sale operative, nell’ottobre del 1978, si fece strada nella stanza del trasferimento e, con la scusa di una conversazione amichevole e insospettabile, osservò il codice sul muro, lo memorizzò e uscì.

Subito dopo, gli impiegati nella sala di trasferimento ricevettero una telefonata da un uomo, che disse di chiamarsi Mark Hansen, impiegato della divisione internazionale della banca. L’uomo ordinò alla sala operativa un trasferimento di routine verso un certo account alla Irvin Trust Company in New York, fornendo agli operatori il codice giornaliero.

Mark Hansen era in realtà Stanley Rifkin, che rubò alla banca, con tecniche di shoulder surfing, 10,2 milioni di dollari nel 1978.

Kevin Mitnick è forse il più noto ingegnere sociale al mondo.

Nel suo libro, L’arte dell’Inganno, racconta interessanti ed istruttive storie di pretexting, una delle quali vede il suo personaggio, Eric, protagonista di una spettacolare strategia di penetrazione del Dipartimento di Motoveicoli (DMV), allo scopo di ottenere il numero di patente di un numero massivo di potenziali vittime.

Eric sapeva che il DMV poteva fornire certe informazioni solo a soggetti autorizzati, come le agenzie di assicurazione, gli investigatori privati o i poliziotti; siccome questi ultimi godevano dell’accesso più vasto e privilegiato, il protagonista decise di coinvolgerli nella costruzione del pretext.

Dapprima si accertò, tramite il servizio informazioni, del numero del DMV destinato al pubblico.

In una seconda fase contattò l’ufficio dello sceriffo locale chiedendo di Teletype, il nucleo distaccato in cui venivano smistate le comunicazioni dalle forze dell’ordine, informazione che Eric era riuscito ad ottenere tramite osservazione, con tecniche di shoulder surfing.

Raggiunto il dipartimento Teletype, chiese il numero interno usato dai poliziotti per chiamare il DMV. Alla domanda su chi fosse, rivoltagli dall’operatore di Teletype, lui con naturalezza rispose: «Sono Al. Sto chiamando il 503-555-5753?». Aveva utilizzato lo stesso prefisso e codice identificativo del numero pubblico del DMV, cambiando in modo casuale le ultime 4 cifre. L’operatore, considerando le circostanze (indotte), assunse che il suo interlocutore fosse un interno (conosceva il numero di Teletype), dunque che si trattasse di una persona autorizzata; divenne propenso ad aiutarlo a risolvere un problema e fornì a Kevin il numero corretto.

In possesso del numero interno di DVM, Kevin contattò il Dipartimento impersonando un operatore della Texas Nortel, società di telecomunicazioni, chiedendo di parlare con un tecnico che doveva fornirgli le credenziali di accesso remoto allo switch DMS-100 per attività di assistenza del device. L’operatore rispose al credibile scenario dandogli tutte le informazioni richieste.

Eric sapeva che Nortel usava per gli switch un account di default e dopo qualche tentativo riuscì a superare la barriera della password. Aveva acquisito il pieno controllo del device che gestiva 19 linee del Dipartimento e conoscere i dati personali e il numero di patente dei poliziotti chiamanti, con la scusa della necessità di “identificazione”, era ormai un gioco da ragazzi.

Per vari mesi Eric poté facilmente riconnettersi, intercettare le chiamate e utilizzare le credenziali di polizia per ottenere, dai veri operatori della motorizzazione, licenze di guida valide, e arricchirsi rivendendole, ad investigatori privati o altri soggetti malintenzionati.

Le tecniche per difendersi

Di fronte all’incredibile facilità con cui un buon ingegnere sociale può acquisire informazioni direttamente o indirettamente cruciali per la sicurezza dei sistemi, come fare per proteggersi dallo shoulder surfing?

  • Ridurre la superficie di rischio:
  1. occorre minimizzare le informazioni (di qualsiasi tipo) condivise all’esterno. Il dato, il contenuto che, preso isolatamente, può apparire innocuo ai nostri occhi, se correlato ad altri dati e ad altre informazioni può delineare un pretext utilizzabile dall’attaccante;
  2. innalzare il livello di consapevolezza delle risorse umane per renderle capaci di identificare un pattern di social engineering e rispondere adeguatamente;
  • Ridurre il perimetro di attacco:
  1. se è necessario consultare delle informazioni in luoghi pubblici o accessibili a terzi, richiedere di posizionare il dispositivo o il mezzo in un’area in cui il contenuto (o la vostra schiena) sia rivolto contro un muro;
  2. richiedere alle risorse umane di evitare di condividere dati o informazioni al telefono in luogo pubblico;
  3. prevedere l’utilizzo di un filtro sullo schermo del portatile o una protezione per oscurare la visibilità del display;
  4. in ogni caso, istruire le risorse a non comunicare mai la propria password o qualsiasi credenziale di autenticazione;
  5. abilitare ove possibile un doppio canale di autenticazione;
  6. dotare l’organizzazione e formare gli operatori ad implementare politiche di clean desk.

Conclusioni

L’ingegneria sociale, l’arte di manipolare le persone allo scopo di ottenere informazioni, è una minaccia ai sistemi informativi ancora sottovalutata, i cui multidisciplinari presupposti teorici non sono oggetto di questa riflessione.

Ciò che peraltro emerge dall’analisi di questa particolare tipologia di attacco human based è che, di fronte ad una struttura sicura dal punto di vista tecnico, è sempre possibile prendere di mira il fattore umano, semplicemente osservando, acquisendo informazioni, utili sia direttamente ad ottenere il risultato voluto, sia indirettamente, a costruire lo scenario giusto, quello in grado di sollecitare, con opportune metodologie, un comportamento dell’operatore ed ottenere quelle stesse informazioni, in modo veloce, efficace e conveniente.

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@RIPRODUZIONE RISERVATA

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