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Criptovalute a sostegno della macchina bellica di Hamas: così adesso si finanzia il terrorismo

L’uso delle criptovalute da parte di Hamas è la conferma di quanto il denaro digitale sia ormai fondamentale per l’approvvigionamento bellico da parte dei gruppi terroristici. Una campagna di sovvenzionamento che stravolge il panorama mediatico della guerra e vede coinvolti numerosi Stati canaglia. Quali scenari

Pubblicato il 13 Ott 2023

Luca Marchese

Osint Junior Analyst, Hermes Bay

Gaia D'Ariano

Osint Junior Analyst, Hermes Bay

Lorenzo Cozzi

Osint Junior Analyst, Hermes Bay

Criptovalute a sostegno di Hamas

In concomitanza con l’escalation di violenza risalente alla primavera del 2021, durante il periodo di scontri e bombardamenti a Gaza, l’organizzazione terroristica palestinese Hamas ha riempito le proprie casse di criptovalute attraverso sofisticate campagne di fundraising.

La scelta di affidarsi al denaro digitale anziché ai tradizionali sistemi bancari si basa sul fatto che le criptovalute sono mezzi di pagamento virtuali criptati, altamente decentralizzati e svincolati dal controllo delle istituzioni finanziarie, sfruttando la tecnologia peer-to-peer che garantisce l’anonimato della transazione.

Criptovalute a sostegno della macchina bellica di Hamas

A beneficiare di tale sistema non vi è solo Hamas bensì anche l’ISIS, la Jihad Islamica palestinese (PIJ) e l’organizzazione paramilitare libanese Hezbollah, servendosi anche di video cd. “call to action”, invitando i benefattori a sostenere la “resistenza”.

Attraverso queste donazioni, la PIJ ha ricevuto 93 milioni di dollari in moneta digitale tra giugno 2021 e agosto 2023, mentre Hamas ha ricevuto circa 41 milioni di dollari nello stesso periodo.

Sebbene non sia chiaro come questi fondi siano stati utilizzati, nel 2022 le autorità statunitensi hanno imposto sanzioni sull’ufficio degli investimenti di Hamas, stimando che avesse un patrimonio di 500 milioni di dollari, che costituisce circa il 20% dei finanziamenti globali per il terrorismo.

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Criptovalute: la nuova linea di finanziamento del terrorismo

Missili, droni di ultima generazione, tecnologie intelligenti, ma anche telefoni avanzati e connessioni internet per trasmettere in tutto il mondo, sono gli strumenti necessari alla campagna militare di Hamas e alla efficiente progettazione delle offensive di guerra contro Israele.

Dunque, in questo senso, le criptovalute risultano fondamentali all’approvvigionamento di questi strumenti.

Sembrerebbe che già a partire dal 2019 gruppi legati ad Hamas, come la sua ala militare le brigate Ezzedin Al-Qassam, hanno richiesto pubblicamente donazioni in bitcoin.

Questi gruppi e diversi sostenitori del partito palestinese sono collegati a diverse criptovalute, tra cui il Dogecoin, la criptovaluta spesso promossa da Elon Musk, e le più stabili Tether e USDC, ancorate al dollaro statunitense.

In un rapporto dell’agosto 2023, il fornitore di analisi blockchain Elliptic ha affermato che alcuni portafogli monitorati mostravano un comportamento in linea con il gruppo terroristico che investiva in protocolli di decentralized finance (DeFi) e raccoglieva i profitti utilizzando Solana, una criptovaluta più famosa sostenuta da Sam Bankman-Fried di FTX.

Le attività di contrasto all’uso delle criptovalute

Le transazioni in criptovalute mettono in luce le sfide che gli Stati Uniti e Israele hanno affrontato nel tentativo di interrompere l’accesso a fondi esteri per questi gruppi, tutti classificati come organizzazioni terroristiche dal governo statunitense e quindi soggetti a sanzioni che dovrebbero limitare il loro accesso al sistema bancario internazionale.

Infatti, nel 2021 il Ministero della Difesa e il National Bureau for Counter Terror Financing di Israele hanno richiesto il sequestro di tutte le cripto detenute su 67 conti di clienti di Binance, la più grande borsa di criptovalute del mondo.

A contribuire al sequestro delle criptovalute legate ad Hamas è intervenuta anche l’unità Intelligence Fusion & Strategic Ops (IFSO) della Special Cell della polizia di Nuova Delhi, la quale nel 2021 è riuscita a tracciare un caso di furto per 400 mila euro dal portafogli di un uomo d’affari indiano.

Dopo che il legame di Hamas è stato portato alla luce, le indagini hanno condotto ad altri portafogli sequestrati riconducibili a Naseer Ibrahim Abdulla a Gaza e ad agenti di Hamas come Ahmed Marzooq a Giza e Ahmed QH Safi a Ramallag in Palestina. Tale vicenda è stata il primo caso dell’attività di Al-Qassam in India.

Le altre fonti di sostentamento di Hamas

Il finanziamento di Hamas non dipende esclusivamente dalle criptovalute. L’organizzazione palestinese, infatti, riceve sovvenzioni in contanti che provengono da vari paesi. Ad esempio, sono stati rilevati diversi flussi di denaro dall’Egitto a Gaza e il sostegno economico regolare dell‘Iran rappresenta un’altra fonte significativa di finanziamento, ammontante a circa 100 milioni di dollari l’anno.

Secondo il professore di Scienza Politica e direttore del master in Studi Internazionali presso la Chapman University, Andrea Molle, anche Sudan, Algeria e Tunisia sembrerebbero aver offerto la loro assistenza ad Hamas, mentre la Russia e la Cina non avrebbero un ruolo chiaro nella vicenda.

Inoltre, durante un’intervista, il Professore ha affermato che “nel 2012 il Qatar si impegnò a devolvere almeno 400 milioni di dollari, oggi diventati quasi 1 miliardo, per aiuti e lavori di ricostruzione nella Striscia di Gaza di cui è diventato il maggior contributore”.

Non a caso, l’emiro qatariota Sheik Hamad bin Khalifa al-Thani è stato il primo Capo di Stato a visitare il governo di Hamas. Israele, nel frattempo, spera che il Qatar aderisca agli Accordi di Abraham promossi dagli Stati Uniti e stabilisca relazioni diplomatiche con esso, come hanno già fatto diversi Stati arabi.

Allo stesso tempo, il partito di Yahya Sinwar riceve la maggior parte dei suoi fondi anche tramite canali umanitari. In parte si tratta di denaro che arriva da palestinesi espatriati in Europa e Nordamerica e da donatori privati residenti nel Golfo Persico.

Sono molti gli enti di beneficenza islamici operanti in Europa e USA che raccolgono denaro che viene poi indirizzato verso gruppi che teoricamente dovrebbero offrire servizi sociali ma che, nella realtà, sono controllati da Hamas.

L’uso delle criptovalute nello scenario bellico russo-ucraino

Anche nell’attuale scenario bellico russo-ucraino l’utilizzo delle criptovalute ha assunto un ruolo di primo piano. Già nelle prime settimane dell’invasione dell’Ucraina si parlò dell’uso del denaro digitale da parte della Russia per aggirare le sanzioni.

In questo caso, molti influencer e celebrità russe utilizzavano la propria posizione pubblica per richiedere donazioni in moneta virtuale e raccogliere fondi per l’esercito russo.

Dall’altro lato, l’Ucraina è il quarto paese al mondo per utilizzo di criptovalute e, spinta dal ministro per la trasformazione digitale Mykhailo Fedorov, punta ad affermarsi come hub mondiale delle valute digitali, integrando le nuove tecnologie applicate alla finanza nel sistema bancario nazionale e incentivando gli investimenti per le attività di mining.

Conclusioni

Dunque, il concetto di elusione del sistema bancario occidentale costituisce un caposaldo della cultura di Hamas e, in generale, del modus operandi delle organizzazioni terroristiche jihadiste a sostegno della macchina bellica.

Questa idea viene articolata ancora meglio in “Bitcoin wa Sadaqatal-Jihad”, un articolo indipendente di propaganda, in cui le criptovalute vengono presentate come uno strumento per finanziare i mujahideen sfuggendo all’intermediazione delle banche gestite dagli occidentali, identificati con il nome di takfir (gli infedeli).

Inoltre, vengono elencati, distorcendoli per fini terroristici, i pilastri e principi dell’Islam che rappresentano il leitmotiv per le successive campagne di donazione jihadiste tramite criptovalute: Zakat, una vera e propria tassa per donare una quota del proprio capitale (solitamente il 2,5%, ma in tempi di guerra anche di più); Sadaqa, la carità volontaria secondo la religione islamica; Jihad bil maal, ovvero, chi non combatte per la jihad può donare i propri soldi ai militanti.

Questa campagna di sovvenzionamento non solo stravolge il panorama mediatico della guerra ma rappresenta un forte strumento a sostegno degli ideali bellici, consentendo di pubblicizzare esplicitamente gli scopi militaristici delle richieste di fondi.

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