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Dalla ricerca al mercato globale: la cyber security italiana si misura in Silicon Valley



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Il programma Lab2Bay di SERICS accelera l’internazionalizzazione di spin-off e startup cyber. Un ponte tra università, venture capital e industria per trasformare idee ancora nella loro fase iniziale in imprese competitive su scala internazionale

Pubblicato il 16 feb 2026

Alessia Valentini

Giornalista, Cybersecurity Consultant e Advisor



Cyber security italiana Silicon Valley

La ricerca italiana in cyber security accelera a livello internazionale, con una un’immersione completa nell’ecosistema della Silicon Valley grazie a Lab2Bay, un programma promosso da Fondazione Security and Rights in CyberSpace (SERICS – ente di ricerca italiano finanziato nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, PNRR) per accompagnare ricercatori, startup e spin-off dell’ecosistema nazionale della cyber security, in un percorso strutturato di valorizzazione e internazionalizzazione dei risultati della ricerca.

In particolare, la settimana della ricerca italiana nella “bay area” ha permesso di “dimostrare che l’Italia può giocare un ruolo credibile e competitivo nelle filiere internazionali della sicurezza digitale”, commenta Alessandro Armando, presidente del Comitato Scientifico di Fondazione SERICS.

Il rafforzamento della posizione internazionale di SERICS e del “Sistema Italia” nel settore della cyber security è un tassello importante per raggiungere degli obiettivi di sovranità tecnologica nazionale.

La ricerca italiana in cyber security: il programma Lab2Day

Di fatto è un programma di accelerazione, ma è anche “il test di maturità per l’ecosistema italiano della cyber security” chiarisce Alessandro Armando.

Con lui e con Paolo Ciaccio Chief Strategy Officer (CSO) di Entopan (soggetto operativo e facilitatore della missione) sono stati approfonditi gli elementi caratterizzanti dell’avventura della ricerca italiana oltreoceano ed anche le differenze con l’ecosistema italiano degli investitori, senza dimenticare i miglioramenti possibili affinché la ricerca italiana in cyber security possa decollare.

Un rinnovato rapporto fra la ricerca e gli investitori, infatti, potrebbe permettere la crescita di scala delle tante start-up italiane che, pur innovative e creative, ancora oggi stentano a prosperare e a concorrere a quella tecnologia di matrice italiana che invece potrebbe scientemente costituire semi di sovranità tecnologica nazionale.

La missione americana

Gli inizi di febbraio hanno visto 18 team selezionati, prendere parte incontri, workshop e momenti di confronto con università, investitori e grandi player tecnologici della Bay Area, culminata nel Demo Day finale presso INNOVIT – Italian Innovation & Culture Hub i San Francisco.

L’iniziativa è promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzata in collaborazione con Harmonic Innovation Xcelerator e Fondazione Giacomo Brodolini.

Il momento centrale della missione è stato il “Demo Day & Innovation Showcase”, durante il quale i team hanno presentato le proprie soluzioni (sebbene in early stage, ossia ancora nella fase iniziale) a una platea selezionata di investitori, partner industriali e stakeholder internazionali che hanno fornito feedback.

Alessandro Armando in proposito sottolinea come “sia necessario ora fare i compiti a casa, perché i partecipanti hanno avuto contatti diretti con i venture capitalist e questo nuovo elemento ha permesso di comprenderne le esigenze; ora il compito è sviluppare le idee profittevoli e far guidare la parte di business, dal potenziale tecnico”.

In pratica, “i ricercatori hanno capito che i colloqui con i venture capitalist permettono da un lato di essere scelti, ma anche di poter scegliere il miglior partner di business: un soggetto capace di capire per davvero il potenziale tecnologico dell’idea e capace anche di assistere concretamente la start-up nelle fasi di crescita. Certo, gli investitori guardano al ROI, ma il loro ruolo non è solo legato a erogare fondi e fare monitoraggio”.

“Il successo dell’iniziativa”, conclude Armando, “conferma la bontà del modello Lab2Bay: costruire un ponte stabile tra ricerca pubblica, impresa e capitali internazionali come spazio in cui nasce quell’innovazione che si trasforma in impatto economico, industriale e strategico per il Paese”.

In questa architettura nazionale di open innovation anche l’ACN ha un ruolo cruciale con il Cyber Innovation Network, il principale programma di collaborazione e integrazione tra l’Agenzia e l’ecosistema nazionale della ricerca, dell’innovazione e dell’industria.

Perché, di fatto, se la SERICS accompagna i ricercatori italiani di cyber security dalla ‘culla alla adolescenza’, ovvero, dallo stadio di ricerca al livello di preincubazione, allora la missione di ACN si sviluppa nelle fasi di incubazione, accelerazione e promozione.

L’innovazione armonica

La missione americana è stata possibile mediante la “progettazione e gestione del percorso che ha portato i ricercatori e gli spin-off italiani nel cuore della Silicon Valley” spiega Paolo Ciaccio: “Entopan ha fatto da ponte tra l’ecosistema di ricerca italiano e quello californiano, assicurando che ogni progetto avesse il supporto e i contatti giusti per presentarsi sul mercato globale. Il programma”, continua il CSO, “attua il paradigma dell’Innovazione Armonica, un principio sviluppato da Francesco Cicione nostro fondatore, per mettere al centro di ogni processo, una visione di sostenibile e orientata al progresso autentico, costituito dall’impatto umano, sociale e ambientale positivo”.

Una visione di respiro più ampio. “Questa visione rispecchia l’idea di fare innovazione non come esercizio astratto, ma come architettura concreta di sviluppo, per unire etica, industria, territorio e capitali. In sintesi, è stato possibile garantire che l’eccellenza scientifica potesse indirizzarsi verso progetti imprenditoriali credibili, pronti a farsi valere sul palcoscenico internazionale”.

Differenze fra investitori italiani e americani

Di fronte all’interesse suscitato e ai feedback è lecito chiedersi come mai qui In Italia l’ecosistema dell’innovazione stenti a decollare. È il prof Armando a spiegare come “l’Italia sia principalmente patria di system integrators, anche bravi, ma tradizionalmente meno propensi allo sviluppo salvo poi adottare i cosiddetti prodotti Commercial Off-The-Shelf (COTs, in italiano prodotti commerciali pronti all’uso, componenti hardware o software acquistabili sul mercato, già pronti e utilizzabili senza necessità di sviluppo personalizzato n.d.r.)”.

La minore disponibilità di capitali unita a una sorta di approccio culturale tecno-scettico sembra fare il resto, ovvero sembra chiudere i rapporti fra mondo produttivo e ricerca.

Paolo Ciaccio sottolinea un aspetto diverso, legato alla propensione al rischio e ai capitali disponibili: “il confronto fra i due paesi è stimolante, ma evidenzia una netta differenza di scala e di mentalità. Negli Stati Uniti il venture capital muove cifre enormemente superiori alle nostre (basti pensare che nel 2024 gli USA hanno investito oltre 210 miliardi di euro in circa 15.000 operazioni, contro circa 1,5 miliardi raccolti in 417 round in Italia) e lo fa con un approccio molto più disinvolto verso il rischio. Un fallimento oltreoceano non è visto come una vergogna, ma quasi come un’esperienza formativa sul percorso verso il successo. Gli investitori americani non hanno paura di scommettere su visioni audaci e fortemente rischiose; anzi, spesso incoraggiano l’ambizione e accettano il fallimento come parte del gioco”.

In Italia si assiste a una sorta di ‘cautela strutturale’.

“In Italia riscontriamo ancora una certa ‘timidezza finanziaria’: culturalmente il fallimento imprenditoriale è temuto e lo si evita, e sia investitori che imprenditori tendono a preferire la zona sicura rispetto al salto nel vuoto. Questo si traduce in meno capitali su progetti innovativi e in una cautela che può frenare le idee più dirompenti”.

Altri fattori concreti concorrono alla differenza fra Italia e investitori d’oltreoceano, burocrazia al primo posto: “trasformare un paper scientifico in un prodotto commerciale, spesso significa scontrarsi con iter amministrativi lunghi e complessi di settimane fra pratiche notarili, fiscali, autorizzative; in altri Paesi bastano pochi giorni. Questa lentezza burocratica inevitabilmente appesantisce e scoraggia molti progetti nati in ambito accademico”.

Un altro fattore è legato alla difficoltà di scalare rapidamente. “In Italia ci sono idee eccellenti idee e una qualità scientifica altissima che si riversa negli spin-off, ma raramente queste realtà riescono a fare il salto da piccole startup a imprese consolidate su scala internazionale”.

Abbondano, dunque, iniziative in fase seed o prototipale, ma mancano spesso le scale-up, capaci di attrarre investimenti significativi e conquistare mercati globali. “In breve” conclude, “l’Italia sconta non il talento, che abbonda, ma la mancanza di un ambiente favorevole quanto quello americano per far fiorire tale talento in grandi storie di crescita”.

Migliorare il rapporto tra ricerca e investimenti in Italia

Trovati i sintomi della malattia è necessario avviare una cura che sia efficace. È ancora una volta il modello dell’innovazione armonica il principio ispiratore della ricetta che Paolo Ciaccio sottolinea come approccio efficace e che consta di tre elementi:

  • Passaggio dall’innovazione estrattiva a quella generativa per transitare da un modo di innovare che estrae valore, a uno che genera valore diffuso. Per farlo si dovrebbero creare luoghi e percorsi dove la ricerca accademica non sia isolata in laboratorio, ma in costante dialogo con l’impresa e la finanza etica: hub dell’innovazione, incubatori aperti e living lab sono esempi di contesti in cui universitari, imprenditori e investitori possono collaborare stabilmente per tradurre le nuove idee in soluzioni di mercato che portano beneficio agli inventori o ai finanziatori e all’intero sistema socioeconomico.
  • Investimenti pazienti e figure di collegamento. La crescita dei progetti scientifici richiede capitali pazienti (patient capital), ovvero, investitori disposti ad aspettare tempi di maturazione più lunghi senza pretendere ritorni immediati. La ricerca ha bisogno di questo ‘pensiero lungo’. Allo stesso tempo, sono fondamentali le figure di accompagnamento come ponti tra laboratorio e mercato. Sono team di trasferimento tecnologico o mentor esperti che capaci di parlare sia il linguaggio della scienza sia quello del business. Sono professionisti che aiutano i ricercatori a validare le loro idee, a creare modelli di business solidi e a navigare tra brevetti, bandi e investitori. È un supporto operativo per tradurre uno spin-off accademico promettente in una startup di successo, senza dispersione di potenziale lungo la strada.
  • Formazione imprenditoriale ancorata ai valori. Infine, è cruciale educare i ricercatori ad essere anche imprenditori di sé stessi. Bisogna introdurre nei percorsi di dottorato e post-doc una formazione su come si porta un’innovazione sul mercato: dal project management, al pitching, alla gestione d’impresa. Questo permette di valorizzare le proprie scoperte in ottica applicativa e a dialogare con il mondo finanziario senza timori reverenziali. Tuttavia, questa spinta verso l’imprenditorialità non deve far perdere di vista ciò il tratto distintivo italiano: i valori umani e sociali. Il vero ingrediente segreto del Made in Italy innovativo è l’attenzione al bene comune, alla sostenibilità, alla qualità della vita. Si dovrebbero quindi, formare imprenditori “umanisti”, che uniscano alta tecnologia e sensibilità etica, affinché ogni euro investito in ricerca generi profitto e un impact positivo sulla società, come circolo virtuoso che rende solido il legame tra ricerca e investimenti nel lungo periodo.
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