CYBER SPAZIO

Il futuro geopolitico della dimensione cyber cinese, fra 6G e Digital Silk Road: quali scenari

Per definire il ruolo della Cina nell’attuale scenario cibernetico e nell’implementazione e diffusione delle tecnologie 5G è necessario individuare i tre punti cardini della cyber politica di Pechino, tra attacchi state-sponsored, supremazia nello sviluppo del 6G e realizzazione della Digital Silk Road

26 Ott 2021
R
Stefano Ricci

Business Data Analyst | Cyber Security Consultant

Si fa sempre un gran parlare del ruolo della Cina nell’attuale scenario cibernetico e, con altrettanta frequenza, si dibatte circa il suo ruolo nell’implementazione e diffusione delle tecnologie 5G, presto installate in ogni angolo del Continente.

Eppure, non è sempre possibile tracciare il profilo d’una analisi che sia in grado di abbracciare le linee guida della cyber-politica di Pechino o, ancora, intuire quali possano essere i futuri orientamenti cinesi in materia e come questi potranno alterare equilibri geopolitici sempre più fragili che vedono proprio nella competizione fra Stati Uniti e Cina il principale terreno di gioco.

Proviamo allora a scendere nel dettaglio, individuando tre punti cardine della politica del Presidente Xi Jinping per la conquista del dominio cibernetico: attacchi state-sponsored condotti da gruppi organizzati “a noleggio”, la supremazia nello sviluppo delle tecnologie di sesta generazione e, soprattutto, la realizzazione di una “via della seta digitale”, la Digital Silk Road.

Attacchi state-sponsored e hacker a pagamento

Crowdstrike, società di sicurezza informatica fra i leader mondiali nel comparto della cyber security, ha fatto sapere, pochi giorni fa, come la Cina possa esser considerata responsabile per circa il 67% degli attacchi informatici supportati da apparati governativi condotti a livello globale (una classifica, questa, poi chiusa dal secondo posto iraniano, con il 7% delle cyber incursioni, e dal 5% della Corea del Nord).

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A esser colpita dagli assalti informatici di Pechino è soprattutto l’Australia, il cui cyber threat assesment ha rivelato come il paese abbia subito, nel corso dell’ultimo anno, un incidente informatico ogni 7,8 minuti: fra i casi più eclatanti, quello di migliaia di aziende australiane vittime, proprio quest’anno, dell’attacco ai server di Microsoft Exchange la cui responsabilità, secondo gli osservatori di settore e gli analisti politici, è da ricollegarsi proprio a gruppi hacker al soldo del Ministero della Pubblica Sicurezza cinese, ingaggiati per condurre attacchi ransomware contro le compagnia targetizzate ed estorcere loro milioni di dollari in riscatti.

Mike Sentonas, CTO di Crowdstrike, ha poi sottolineato come gli attacchi abbiano sempre più come vittime strutture sanitarie ed ospedaliere, maggiormente disposte a saldare in tempi brevi il riscatto richiesto e tornare a operare a pieno regime, specie in tempi così convulsi come quelli caratterizzati dalla pandemia di COVID-19.

Ciò costituisce un significativo passo in avanti rispetto al passato, nella strategia di cyberwarfare nazionale cinese: seguendo l’esempio di Russia e Iran, Pechino ha difatti iniziato a dotarsi di veri e propri hacker “a progetto”, arrivando persino a integrarli all’interno di strutture aziendali propriamente dette.

Emblematico, in questo senso, è il caso di Hainan Xiandun Technology, da un lato startup di servizi ICT e, dall’altro, parte integrante di una più complessa rete di cyber-criminali impegnati nell’hackeraggio di reti situate negli Stati Uniti, in Arabia Saudita o Cambogia.

Il fatto che, alla fine, sia stato possibile rintracciare l’operato degli hacker di Pechino non deve trarre in inganno: la spregiudicatezza cinese somiglia, per molti versi, alla medesima spregiudicatezza nordcoreana, paese che ha trovato proprio nel comparto cyber l’arma per depotenziare l’impatto delle sanzioni economiche imposte al regime di Pyongyang e suggerire una nuova velocità operativa a tutti quei paesi che iniziano ad allinearsi ai successi nordcoreani (WannaCry e Lazarus Group in primis).

Oltre il 5G

Una nuova velocità è quella che si respira anche in materia di innovazione tecnologica e informatizzazione delle comunicazioni: se è vero che la Commissione Europea ha più volte auspicato una decisa spinta in avanti verso le politiche di digitalizzazione da raggiungersi – a livello comunitario – nel 2030, è anche vero che la gara per il 6G è già in atto e la Repubblica Popolare Cinese ha già mostrato di essere in prima posizione fra i competitors di mercato, pubblici o privati che siano, pronti ad aggiudicarsi una cospicua fetta di mercato.

Sebbene gli standard di telefonia mobile e cellulare di sesta generazione non siano ancora stati definiti, una ricerca redatta da Nikkei e dal centro di ricerca giapponese Cyber Creative Institute, condotta esaminando più di 20.000 domande di brevetto, mostra come Pechino abbia già fatto man bassa di oltre il 40% dei brevetti attualmente sviluppati per il supporto alle tecnologie di natura 6G.

Fra i titolari più attivi nel comparto dei brevetti figurano (ovviamente) Huawei e le due compagnie statali State Grid Corporation Of China e China Aerospace Science And Technology: la prima impegnata nella distribuzione di energia elettrica, mentre la seconda è parte integrante dello sviluppo del programma spaziale cinese.

In quest’ultimo ambito, nemmeno un anno fa la UESTC, l’Università di Scienza e Tecnologia elettronica con sede a Chengdu, è stata in grado di mandare in orbita il primo satellite a sfruttare la tecnologia 6G, per l’appunto.

I players cinesi distanziano di cinque punti percentuali i competitors statunitensi e di ben venticinque punti gli operatori giapponesi ed europei, mentre la Corea del Sud si ferma sulla soglia del 4% dei brevetti posseduti.

Un percorso, questo dell’accaparramento brevettuale, che la Cina ha già avuto modo di esplorare in anni recenti in merito alla famiglia tecnologica 5G, dove Huawei ha più volte avuto modo di ribadire la propria posizione di dominio rispetto agli operatori occidentali.

Indipendenza tecnologica: Digital Silk Road

Nel maggio di quest’anno, la Cina ha presentato al mondo il suo nuovo piano economico quinquennale, caratterizzato – rispetto al passato – da un più forte accento sui temi della tutela della proprietà intellettuale, delle politiche antitrust e degli standard di settore da adottare per un più rapido sviluppo industriale finalizzato al conseguimento di una supply chain globale dominata da una Cina nel ruolo di indiscussa protagonista (argomento in cui, com’è facile immaginare, la cyber security riveste un’importanza fondamentale).

Grazie a ingenti investimenti nel settore dell’innovazione tecnologica, la Cina sta oggi sviluppando un’economia nazionale di fatto autosufficiente nei differenti cicli di produzione, distribuzione e consumo: un obiettivo, questo, che si traduce nel raggiungimento di una piena indipendenza tecnologica, al riparo da pressioni di mercato e ingerenze per mano di operatori stranieri (come gli Stati Uniti).

L’iniziativa, denominata Digital Silk Road e da considerarsi parte integrante del più vasto progetto BRI – One Belt One Road Initiative, ha poi l’obiettivo di fornire ai paesi poveri o in via di sviluppo servizi internet per mano dei grandi operatori nazionali, come Huawei e ZTE, e creare così un’infrastruttura informatica mondiale completamente “made in China” entro il 2025: ancora una volta, insomma, per il partito del Presidente Xi la sicurezza nazionale passa dalla messa in sicurezza della supply chain cinese e dal dominio dello spazio cibernetico.

Facile intravedere in questa strategia un disegno diplomatico ancor più sottile: mentre gli aiuti tecnologici ed economici da parte di partner e operatori occidentali sono spesso soggetti a precise richieste di carattere politico, gli aiuti forniti da Xi Jinping hanno una connotazione meno “intrusiva”, elemento che rende più appetibile – per alcuni paesi – accettare aiuti da Pechino invece che da Washington.

Così facendo, Pechino può a sua volta controbilanciare gli sforzi geoeconomici di taluni paesi (Europa e Stati Uniti, su tutti) di indebolire la filiera produttiva cinese generando, per parte propria, nuove dipendenze tecnologiche e, al contempo, economiche.

Nel luglio 2020, Robert Mendez, Presidente della Commissione Esteri del Senato degli Stati Uniti, affermò che «gli Stati Uniti sono sul punto di cedere alla Cina il futuro dominio (nella dimensione, nda) cyber […] se la Cina continuerà a perfezionare i suoi tool di autoritarismo digitale e riuscirà a implementare questi strumenti non solo all’interno dei propri confini, ma anche all’estero, allora sarà la Cina, e non gli Stati Uniti e i suoi alleati, a plasmare la dimensione digitale».

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